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Prima Pagina del 1 dicembre 2019

Prima Pagina del 1 dicembre 2019
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con Agnese Pini

Catalogo della prosperità, l'Italia è 30esima

Avremo anche avuto «i ristoranti sempre pieni», come assicurava Berlusconi per esorcizzare crisi e spread fuori controllo. Ma alla fine di quel 2011 eravamo già molto meno prosperi: cinque posizioni più giù nella graduatoria mondiale rispetto al 2010, per essere precisi. Ed era solo l’inizio. Tre anni più tardi, con Renzi appena arrivato a Palazzo Chigi, saremmo scesi di altri sette gradini, finendo 37 esimi su 142 Paesi, dopo Slovacchia, Kuwait e Costa Rica. Da lì è incominciata una difficile e lenta risalita, interrotta bruscamente nel 2018 da una nuova caduta (effetto della diffidenza internazionale per i sovranisti al potere?). Quest’anno siamo trentesimi: salvati da parametri come la sicurezza, la sanità e la qualità della vita (sì, nonostante tutto, restiamo il Belpaese); ma trascinati in basso, come sempre, da un’economia pigra e instabile, dal fardello della disoccupazione, dalla sfiducia in noi stessi.

Sbirciandolo alle caselle giuste (adesso i Paesi esaminati sono diventati ben 167), e confrontandolo con i dati degli ultimi dieci anni, può diventare anche il lungo racconto della lotta italiana contro un declino incombente il Legatum Prosperity Index 2019, catalogo mondiale della prosperità prodotto dal think tank londinese della parlamentare tory Philippa Stroud. Che l’economia fosse la nostra croce non è certo una novità. Ma fa effetto vedere il balzo indietro di questi dieci anni. Alla voce «fondamentali economici» eravamo 25 esimi su 104 nazioni nel 2009, quando la crisi generata da Lehman Brothers un anno prima non aveva ancora spazzato a fondo il benessere dell’Occidente e messo in ginocchio le economie più esposte. Siamo 52esimi su 167 quest’anno alla voce «qualità dell’economia» (dopo Cipro e il Cile). Stesso crollo alla voce «capitale sociale» (che misura rapporti sociali, credibilità delle istituzioni e partecipazione dei cittadini alla vita pubblica): eravamo 37esimi nel 2009, 42esimi nel 2015, siamo 56esimi oggi, una casella sopra Israele. Non è difficile, specie alla luce di quest’ultimo indicatore, leggere in filigrana l’ascesa dell’antipolitica che ha segnato la nostra storia più recente. Nell’istruzione perdiamo 14 posizioni tra un’ennesima riforma della Maturità e una millesima lite su Invalsi. E persino sulla salute, nostro piatto forte grazie al servizio sanitario nazionale, riusciamo a peggiorare, passando dall’undicesima alla 17esima casella.

Forse è da prendere con qualche cautela come tutti gli studi di questo genere. Tuttavia, tra i 167 ritratti delle nazioni del mondo, il Legatum Prosperity Index 2019 ci offre un’occasione per guardarci allo specchio. Il trentesimo posto nella classifica generale della prosperità (composta di 12 parametri) ci collocherebbe un gradino più su rispetto al 2009, ma preceduti da tutto l’Occidente sviluppato, dalle tigri asiatiche, dal Giappone e dall’emergente Est europeo; e con una avvertenza assai rilevante che rende in realtà tutti i raffronti più incerti: nell’originario rapporto del 2009, l’Italia era ventunesima (e avrebbe dunque perso ben nove posizioni sulla scala mondiale); ma, nel frattempo, il rapporto si è evoluto, è passato, da nove, ai dodici parametri attuali e ha dunque riconsiderato (in peggio) la nostra posizione di allora: degradandoci per il 2009 a un 31esimo posto che, tuttavia, ci fa sentire un po’ meglio oggi che siamo trentesimi, dandoci la consolazione di una lieve risalita dopo il precipizio seguito alla Grande Crisi. Sanità pubblica (finché dura) e qualità della vita sono i nostri punti di forza e, sorpresa, abbiamo migliorato di parecchio la voce «sicurezza» (che dà conto di quanto conflitti, terrorismo e criminalità minino il senso di stabilità dei cittadini nell’immediato e nel lungo periodo). Grazie alle nostre forze dell’ordine, siamo 24 esimi (sei scalini sopra la Francia e cinque sopra il Belgio, che pagano l’integralismo islamista): eravamo 31esimi dieci anni fa, aprendo la zona a rischio della classifica.

Il mondo, al contrario di quanto pensano le cassandre, pare andare sempre meglio. Certo, è sempre più polarizzato. Al consueto gruppetto di venti o trenta leader planetari (aperto senza grandi sorprese da Danimarca, Norvegia, Svizzera, Svezia, Finlandia) fanno da contrappeso 19 paesi che dal 2009 hanno visto ancora deteriorare i parametri fondamentali e, di questi diciannove, 15 si trovano nell’Africa settentrionale e sub sahariana e in Medio Oriente. Tuttavia, la prosperità globale, sostiene il rapporto, è al suo zenith, con 148 dei 167 Paesi che ne assaporano il livello maggiore in un decennio.

Ma cos’è, davvero, la prosperità? «È molto più che la ricchezza materiale», spiega Philippa Stroud, Ceo di Legatum: «Comprende anche benessere, sicurezza, libertà e opportunità. Ma senza un’economia aperta e competitiva è davvero difficile creare benessere sociale durevole». Nodo centrale sono le istituzioni. Stephen Brien, direttore della policy, ne riafferma il ruolo «fondamentale nello sviluppo economico e sociale». Dunque, basta richiamare alla mente un’analisi di Giuseppe De Rita in Dappertutto e rasoterra (Mondadori, 2017), per capire come proprio quello sia ormai da noi il primo anello debole della catena: «Per tutta la nostra storia (...) è stata la potenza e l’alta qualità delle istituzioni a fare la sostanza unitaria del Paese, dando spesso anche senso al vivere collettivo. Sembra quasi un tempo lontano, constatando quanto le istituzioni siano oggi inermi». E, aggiunge Brien, «a corto di trasparenza e fiducia». Non per nulla nel rapporto abbiamo cattivi valori alla voce «governance», che misura l’efficacia dei governi, il freno alla corruzione e la qualità dei contrappesi rispetto al potere: siamo trentanovesimi in classifica, rispetto a dieci anni fa abbiamo perso quattro posizioni. Per quanto appaia in contrasto con le cronache quotidiane, abbiamo invece coltivato il campo della tolleranza e dei diritti civili: alla voce «libertà personale» siamo saliti al 29 esimo posto, dal 40 esimo del 2009. Certo resta da fare molto: l’Index non cita femminicidi e omofobia ma il loro peso incrina lo scalino un po’ più rassicurante che siamo riusciti a conquistare contrastando il cupio dissolvi ancora così presente nella nostra identità nazionale.

Goffredo Buccini - Corriere della Sera

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