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Prima pagina

Prima Pagina del 2 dicembre 2019

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con Alberto Chiara

Contro la Repubblica dei PM


Se clicchi su Google “potere dei giudici”, vengono fuori quattordici milioni di titoli. Se lo traduci in inglese, “the power of judges”, la mole di risultati si decuplica addirittura. L’Italia somiglia sempre più a una repubblica giudiziaria dove un magistrato ha potere di vita e di morte sulla reputazione di una persona, sulla carriera di un politico, sulla sopravvivenza di una fabbrica. Senza pesi e contrappesi. Senza adeguate garanzie. Senza che il magistrato debba rispondere. Eppure sarebbe un errore prendersela con la corporazione togata perché non è colpa loro: è colpa della politica. Lo so, c’è l’irrefrenabile istinto di puntare il dito contro il pm che, con un eccesso di disinvoltura, sequestra in via cautelare un’azienda, neanche sotto processo; contro due procure che si azzuffano quasi a volersi contendere il lauto bottino sotto gli occhi del mondo che osserva attonito; contro un giudice che, anziché prendere atto di un vuoto normativo, inventa qualche diritto di nuovo conio mai discusso né votato dal legislatore democraticamente eletto. E’ la giurisprudenza creativa dei “nuovi diritti”, elemento costitutivo di una giurisdizione che, nelle parole di Gustavo Zagrebelsky, conferisce “il primato alle ragioni che stanno nella vita del diritto rispetto a quelle che stanno nelle righe delle leggi”. E tuttavia sarebbe sbagliato cedere alla tentazione di demonizzare il terzo potere come unico responsabile della “giuristocrazia” in cui viviamo immersi.

L’espansione del ruolo togato, all’origine di quella che nel 2004 Ran Hirschl definisce “juristocracy”, è un fenomeno comune alle moderne democrazia. Il ruolo predominante della giurisdizione che comincia a manifestarsi negli anni Ottanta è la conseguenza dell’accresciuta produzione normativa, estesa a ogni ambito della vita umana e sociale, unitamente alla istituzione di tribunali e corti che, a più livelli, sono incaricati del potere di revisione delle leggi. Fino al 1942, soltanto Stati Uniti e Norvegia prevedono un organo giurisdizionale competente ad abrogare una norma adottata dal legislatore nazionale, oggi sono oltre novanta. I primi segnali di questa progressiva transizione provengono dunque da lontano: già nel 1981 Robert Badinter, ministro francese della Giustizia ai tempi di Mitterrand, conia l’espressione “democrazia giurisdizionale”. E nel 1995 il magistrato francese Antoine Garapon mette in guardia dalla “giurisdizionalizzazione della vita collettiva” fondata sull’espansione dell’ambito di intervento delle corti di giustizia, a spese di politici e pubblici funzionari, e sulla proliferazione di mezzi investigativi e decisionali di carattere giudiziario.

L’Europa, con i suoi molteplici livelli giurisdizionali che si sovrappongono e s’intrecciano, è l’emblema di questo fenomeno. Per comprenderne l’entità, consideriamo due casi diversissimi eppure rivelatori della tendenza in atto. Nel dicembre 2018 la Corte di giustizia dell’Unione europea riconosce la piena legittimità del programma di “Quantitative easing”, voluto dalla Banca centrale europea sotto la guida di Mario Draghi. La vicenda scaturisce dai ricorsi presentati da diversi soggetti privati tedeschi presso la Corte costituzionale federale che, a sua volta, sollecita il giudizio della Corte di Lussemburgo per stabilire se la Bce abbia travalicato il suo mandato. Il secondo caso racconta invece la tendenza del privato cittadino ad adire direttamente l’istituzione sovranazionale bypassando quella locale: recentemente un assistente sociale indagato nell’inchiesta sui presunti maltrattamenti a Bibbiano ha denunciato la senatrice leghista Lucia Borgonzoni per le sue dichiarazioni pubbliche, e lo ha fatto inoltrando la sua istanza alla Corte europea dei diritti umani, con sede a Strasburgo.

La radice della “giuristocrazia”, secondo il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese, risiede nella “trappola dell’opinione pubblica” cui i poteri legislativo ed esecutivo sono maggiormente esposti: “Dei tre poteri dello stato, codificati da Montesquieu, sono i due più sottoposti al dibattito pubblico. Il potere giurisdizionale ha conservato invece un valore oracolare, e l’oracolo si rispetta, non si discute. Così si è venuta a creare una sostituzione singolare: la magistratura ha preso gradualmente il sopravvento sugli altri poteri. Questo assetto sarà presto messo in discussione dall’automazione applicata alla giustizia: verranno usati sempre più i giudici digitali, regole algoritmiche che dirimono controversie minori in base al calcolo probabilistico del precedente”. [...]

Nel nostro ordinamento vige il principio, tanto sacrosanto quanto irreale, dell’azione penale obbligatoria: la conseguenza è che la magistratura gode, di fatto, di un margine di discrezionalità molto ampio. E allora c’è poco da stupirsi se sul totale delle accuse quelle che trovano conferma nel giudizio sono una percentuale minima, per non parlare poi del ricorso al ‘naming and shaming’, alla prassi che consiste nell’additare al pubblico ludibrio una persona solo destinataria di un avviso di garanzia, anticipando così il giudizio sociale che deriva dalla sanzione”. La centralità del giudice si manifesta ormai in ogni campo, dall’economia alla politica. La paura dell’intervento giudiziario blocca anche la burocrazia. “Viene correntemente definito lo ‘sciopero della firma’, i funzionari preferiscono astenersi per non rischiare. L’attuale blocco dei lavori pubblici è dovuto al timore dei funzionari, nella morsa tra procure e Anac. Guardando ciò che accade nel nostro paese, sorge una domanda: chi decide la politica economica d’Italia? Il governo o le procure? E le procure si rendono conto che qualche volta diventano lo strumento dell’azione politica?”.

La giurisprudenza creativa è da considerarsi un elemento patologico del sistema? “Il ruolo creativo del giudice è ormai un fenomeno che si manifesta in misura crescente a livello mondiale, e non mi meraviglierei di questo. Prima si diceva: la fonte del diritto è la norma. La realtà si va sviluppando in modo diverso. Le cause sono molteplici: la pluralità delle fonti del diritto (dal livello regionale a quello europeo e internazionale), l’irrazionalità dell’attività legislativa italiana (abbiamo troppe leggi e troppo poche leggi organiche con una conseguenza inevitabile, la contraddittorietà delle norme). Il giudice, chiamato a risolvere un caso concreto, deve operare una scelta, non può rispondere ‘non liquet’”. Le cronache giudiziarie ripropongono il tema del finanziamento pubblico. “Io credo che emerga una questione principale: chi decide se una fondazione è tale o è una articolazione di partito? Non c’è una apposita commissione prevista dalla legge del 2012? Dall’altra parte, non sarebbe bene rispolverare una regola che vigeva nella Dc dove, a eccezione di una breve parentesi di Ciriaco de Mita, il capo del governo non era segretario di partito?”. [...]

A proposito del rapporto tra politica e magistratura, l’inchiesta sulla fondazione renziana Open ha riaperto il dibattito sul finanziamento della politica. Il rischio è che, abolito quello pubblico, adesso si criminalizzi quello privato. “Demonizzare le fondazioni sarebbe un grave errore, il loro operato va valutato caso per caso, alcune svolgono attività culturali di grande rilievo, altre danno un effettivo contributo alla formazione di classi dirigenti. In Germania, dove il finanziamento pubblico dev’essere pari a quello privato, non un euro in più, perché ogni partito deve guadagnarsi la fiducia dei cittadini, la Cdu e la Spd hanno due grandi fondazioni che formano la classe dirigente. Devo anche dire però che è abbastanza ipocrita approvare regole che non possono che essere violate”. Gli ultimi scandali per tangenti e corruzione risalgono a quando il finanziamento pubblico, sotto forma di rimborsi, foraggiava le casse dei partiti. “L’abolizione del finanziamento pubblico è il punto di caduta di una progressiva disillusione alimentata da molti partiti che si sono delegittimati da soli. Si è inseguito un sentimento popolare invece di spiegare la verità. Ci sono sentimenti popolari giusti e sentimenti popolari sbagliati. Se c’era un deficit di controlli o norme scritte male, si dovevano affrontare i nodi. Tenendo a mente però che non esistono soluzioni miracolose e per sempre, viviamo in un mondo complicato e nessuna organizzazione può vivere senza risorse”. Da gennaio, con l’entrata in vigore della legge cosiddetta “spazzacorrotti”, le fondazioni sono equiparate ai partiti. “La trasparenza deve essere un prerequisito, altrimenti poi si mettono in atto escamotage che rischiano di creare situazioni opache in cui si inserisce l’intervento giudiziario”. Si ha l’impressione che in certi casi, anziché intervenire in presenza di una notitia criminis, la magistratura attui un controllo di legittimità preventivo. “Questo pone un enorme problema sul fronte dell’equilibrio dei poteri. E si ricollega a quanto si diceva a proposito delle condizioni oggettive che favoriscono la giurisdizionalizzazione. Al fattore sociale e normativo, se ne aggiunge un terzo: la sovranità che spetta alla politica si trasferisce gradualmente alla giurisdizione. Il sovrano è colui che decide il conflitto ma la politica molto spesso non è in grado di deciderlo e allora interviene il giudice. Pensi a quanto è accaduto nel Regno Unito dove il premier Boris Johnson ha chiesto a sua maestà
la Regina di sospendere i lavori di Westminster per tre settimane. Alcuni cittadini sono ricorsi alla Corte suprema che ha dichiarato illegittima la ‘prorogation’, e perciò nulla e priva di effetti. In Italia accade quasi regolarmente: la politica che non riesce a risolvere il conflitto lascia campo libero ai giudici”. [...]

Una politica debole, in perenne crisi di legittimazione, si genuflette dunque allo strapotere dei magistrati per sopperire al gigantesco deficit di credibilità e competenza. In Parlamento non sanno più redigere i testi normativi, senza i magistrati fuori ruolo diversi uffici ministeriali sarebbero letteralmente paralizzati. Se un qualsiasi procedimento amministrativo richiede una gestione di flussi economici, insomma di denaro, si preferisce individuare un magistrato che vigili e controlli. In via precauzionale, si dice così. E poi c’è la matta voglia di normare su ogni battito di ciglia. In una società libera dovrebbe valere la regola per cui s’intende come lecito tutto ciò che non è espressamente vietato. Da noi vale l’inverso: è lecito solo ciò che è espressamente consentito. Il cosiddetto “controllo di legittimità” può estendersi alla totalità dei comportamenti e delle interazioni umane: i magistrati intervengono non più in presenza di una notitia criminis ma allo scopo di individuare un comportamento eventualmente passibile di scrutinio penale. E’ una pesca a strascico. L’inversione dell’onere della prova è una inevitabile conseguenza, anzi un effetto collaterale: ogni cittadino è colpevole fino a prova contraria. L’articolo 27 della Costituzione viene, di fatto, sospeso, non solo perché le carceri italiane non rispondono alla funzione rieducativa della pena, ma anche perché la sensazione di vivere in uno stato di polizia è diventata asfissiante. [...]

Lo strapotere togato impatta anche sull’economia. “Continuo a ritenere che, quanto più un provvedimento è importante, sia esso interdittivo o sospensivo, tanto più dovrebbe essere affidato a un organo collegiale lontano dalla sede delle indagini. Ordinanze cautelari e sequestri preventivi dovrebbero essere decisi da una sezione specializzata della Corte d’appello. Di fronte a un reato in corso il magistrato può ordinare la chiusura o la sospensione di uno stabilimento ma la decisione dovrebbe essere vagliata da un organo collegiale. L’eventuale revisione successiva da parte del tribunale del riesame non è sufficiente perché le conseguenze potenzialmente letali si saranno già manifestate. [...]
Anche in ambito economico alcune inchieste, di impatto mediatico, hanno effetti unicamente extragiudiziari, in termini di perdite occupazionali e reputazionali. “Oggi il paese rischia di non governare la crisi della sua più importante industria siderurgica. Ma quella crisi nasce da una inchiesta giudiziaria voluta da una procura e avallata dai provvedimenti cautelari adottati da un gip. Nessun giudice dibattimentale si è ancora pronunciato sulla fondatezza di quella ipotesi accusatoria, e ci vorranno molti anni prima della sentenza definitiva, ma l’esito di quella mera ipotesi accusatoria ha già dispiegato i suoi devastanti ed irreversibili effetti economici e politici. Il tema allora non è lo sconfinamento della giurisdizione nel terreno del potere politico, ma quello del potere inquirente”. La repubblica delle procure. “Esatto. Il vaglio giurisdizionale dell’accusa non interessa a nessuno. Gli atti che si danno in pasto alla pubblica opinione sono gli atti della solitaria investigazione del pm. Conoscete forse cronisti giudiziari e, in generale, organi di informazione che pubblichino verbali dibattimentali? Che rendano noto un controesame difensivo di un collaboratore di giustizia? Il nostro è un paese che, per autentico analfabetismo costituzionale e profonda desuetudine ai princìpi liberali del diritto penale, coltiva a ogni livello un’autentica idolatria del Pubblico Accusatore. Il Pubblico Accusatore lo sa bene, e si guarda bene dal tirarsi indietro”.

Annalisa Chirico - Il Foglio

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