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Prima Pagina del 28 novembre 2019

Prima Pagina del 28 novembre 2019
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con Agnese Pini

Compiti di cura. La generazione sandwich s’allunga ai nonni

   
Marta ha 67 anni, tre figli, due nipotini e una madre 90enne. È in pensione da tempo, anche se dà ancora una mano in studio al marito libero- professionista, oltre a svolgere volontariato in parrocchia. Mario invece in pensione ci è appena andato, a 62 anni, e la sua giornata ora è divisa tra il supporto al padre di 88 anni la mattina e l’andare a prendere la nipotina all’asilo il pomeriggio. Sono due figure tipiche di quella nuova generazione che potremmo definire “doppio sandwich” a 4 strati, tante sono le classi d’età coinvolte, anziché i 3 della “generazione sandwich” tradizionale già da tempo sotto i riflettori della ricerca sociale. In cui cresce la presenza maschile, anche se è costituita in larga maggioranza da madri-nonne che restano allo stesso tempo ancora figlie. Figure di riferimento per quei “grandi vecchi” il cui numero è in costante aumento nel nostro Paese. Una generazione di “acrobate” che, nonostante la minore elasticità, devono rivelarsi più abili persino delle loro stesse figlie – alle prese “solo” con il lavoro e i bambini piccoli – perché impegnate in almeno tre ruoli e altrettanti trapezi tra cui lanciarsi durante la giornata: la cura della casa, l’assistenza ai nipoti per alcune ore e, soprattutto, il sostegno ai genitori, i bis-nonni, non più autosufficienti. Se la generazione sandwich è costituita da 45-60enni stretti tra figli ancora non autonomi e nonni a cui badare, oggi la variante “doppio sandwich” si è dilatata fino a coinvolgere un’ampia fetta di popolazione tra i 55 e i 75 anni con nipoti e genitori, secondo anello della catena generazionale, perno insostituibile su cui finisce per ruotare, poggiare, ma anche “pesare”, l’intero clan familiare.

Chi e quanti sono
Manca un censimento preciso di quante persone facciano parte di queste due generazioni, ma ci si può avvicinare a una stima esaminando alcuni insiemi di popolazione in parte intersecati. Vediamoli: l’ultimo rapporto sulla «Conciliazione tra lavoro e famiglia », pubblicato settimana scorsa dall’Istat, dice che ad avere responsabilità di cura di figli minori di 15 anni o di parenti disabili, malati o anziani sono complessivamente 12 milioni 746mila persone, il 34% della popolazione tra 18 e 64 anni. Più nello specifico, i cittadini che assistono regolarmente figli o altri parenti maggiori di 15 anni in quanto malati, disabili o anziani sono oltre 2 milioni e 800 mila. È una responsabilità di cura che grava sul 9,4% delle donne di 18-64 anni e sul 5,9% degli uomini. La quota, significativamente, è maggiore tra gli individui di 45-64 anni (12,2%) e tra gli inattivi (9%) che rinunciano a lavorare o abbandonano per questo un’attività precedente. Ancora, ci sono le persone super-impegnate, quasi 650mila calcola sempre l’Istat, che si prendono cura contemporaneamente di figli minori di 15 anni e di altri familiari malati, disabili o anziani: l’1,9% delle donne di 18-64 anni e il 3% della popolazione nella fascia di età 35-54 anni. Un’altra ricerca, sempre dell’Istituto di statistica ma con gli ultimi dati riferiti al 2016 stimava in 8 milioni di italiani l’insieme dei caregiver, coloro che si occupano in maniera gratuita di una persona cara affetta da malattia cronica o disabile o comunque non autosufficiente. E notava come nel corso degli ultimi 8 anni «la quota di caregiver (persone che hanno dato almeno un aiuto gratuito nelle quattro settimane precedenti l’intervista) è aumentata di più di dieci punti percentuali, passando dal 22,8 al 33,1 per cento». Non solo, anche l’età media di chi fornisce aiuti è cresciuta nello stesso periodo di circa tre anni, arrivando a quota 50 anni per entrambi i generi, appunto la generazione sandwich. Gli aiuti descritti nella rilevazione sono anzitutto «compagnia, accompagnamento e ospitalità» (35,9%) seguiti da quelli per l’espletamento di pratiche burocratiche (30,4%) e l’aiuto nelle attività domestiche (28,8%). Anche una ricerca condotta dalla società Jointly con l’Università Cattolica su un campione di 30mila lavoratori conferma che un terzo di loro è impegnato come caregiver familiare con un anziano e, fra questi, il 25% ha contemporaneamente responsabilità di cura di figli minori. Oltre la metà di loro, il 57%, ha più di 50 anni.

Caregiver a tempo pieno e no
La situazione di chi offre compagnia a un anziano nel giorno di libertà della badante e quella di coloro, invece, che assistono quotidianamente, e a tempo pieno, un figlio o un genitore disabile è certamente assai diversa. È però comune a tutte queste persone, pur nelle diverse gradazioni del loro impegno, la sensazione di non essere compresi – e a propria volta supportati – in questa fondamentale attività. La legge sui caregiver, finalmente approdata alla discussione in Parlamento dopo lunga gesta- zione, ha generato un’attesa così grande quanto rischia di esserlo la delusione per gli scarsi fondi stanziati e il rinvio dell’attuazione pratica alle norme regionali. Il timore è che così si perda l’occasione per affermare diritti fondamentali della persona e si acuiscano le disuguaglianze territoriali, senza reali progressi né sul piano sociale, né su quello economico-previdenziale. Coloro che ancora lavorano, infatti, lamentano spesso come la richiesta di usufruire dei permessi previsti dalla legge 104 venga percepito dalle aziende come un segno di scarso impegno professionale. Molti, per adempiere a compiti di cura, chiedono un part-time, si licenziano o si risolvono a un pensionamento precoce. Anche a costo di decurtazioni consistenti dell’assegno previdenziale come avviene per chi sceglie di andare in quiescenza con l’”opzione donna” o con l’”Ape sociale”. Sacrifici sul piano economico che si sommano agli alti costi da sopportare per l’assistenza da parte di badanti e altro personale che non sono ancora pienamente deducibili/detraibili (nonostante ciò potrebbe agevolare l’emersione di molto lavoro in nero). La conciliazione tra impegni professionali e di cura resta sempre difficile nel nostro Paese – il 38% delle lavoratrici, segnala ancora l’Istat, ha dovuto cambiare le modalità del proprio lavoro una volta divenuta madre – ma paradossalmente lo è di più oggi per il dipendente senior che deve almeno in parte badare a un genitore anziano. Se, infatti, sui fronti delle tutele per i neogenitori e dell’offerta di servizi per l’infanzia si sono fatti passi avanti, come dimostrano anche i fondi stanziati nell’ultima legge di bilancio, su quello dell’assistenza agli anziani, al di là dei ricoveri nelle Rsa, tutto è demandato al fai-da-te (cioè all’“arrangiatevi”) delle famiglie senza riconoscimenti e senza sostegni economici.

Difficoltà e frustrazione
«Nelle nostre rilevazioni abbiamo riscontrato come i lavoratori abbiano bisogno anzitutto di essere ascoltati e consigliati su come affrontare la cura dei propri genitori anziani», spiega Francesca Rizzi, amministratore delegato di Jointly, società che offre alle aziende pacchetti di welfare integrativo per i dipendenti. Il 90% di loro, infatti, non sa come poter usufruire di quei (pochi) servizi e provvidenze che pure sono previsti per gli anziani non autosufficienti: dall’assegno di accompagnamento all’assistenza domiciliare, al trasporto sociale verso gli ospedali. «C’è anche molto pudore nel rendere espliciti questi bisogni, segno di un disagio che i lavoratori vivono e che incide sul loro lavoro se mancano comprensione e supporti adeguati ». Non a caso le imprese stanno ri-orientando la loro offerta di servizi integrativi rivolgendola anche verso i genitori anziani e non più solo ai figli dei loro dipendenti. Difficoltà, frustrazione, senso di inadeguatezza e finanche di colpa sono i sentimenti che oggi emergono con maggiore frequenza nelle classi di età tra i 50 e i 70 anni relativamente al rapporto con i propri genitori. Perché la generazione sandwich – tanto nella versione “semplice” quanto in quella “doppio” – si sente sempre più stretta tra le proprie attività e la cura di genitori anziani che non riesce ad assicurare come desidererebbe, non fosse altro perché le famiglie sono meno numerose d’un tempo e non vivono come un tempo in un unico luogo fisico. E così quella generazione si percepisce come “schiacciata”, assai peggio del ripieno di un panino. È sufficiente leggere le statistiche sull’invecchiamento della popolazione per comprendere come questa nuova condizione sociale, prima o poi, riguarderà un po’ tutti. Perché, come disse Rosalynn Carter, moglie dell’ex presidente statunitense, «al mondo ci sono solo quattro tipi di persone: quelli che si sono presi cura di qualcuno, quelli che lo stanno facendo, quelli che lo faranno e coloro che ne avranno bisogno ». Siamo stati, siamo o saremo tutti in qualche modo caregiver. Oggi, e sempre più in futuro, contemporaneamente di generazioni diverse.

Francesco Riccardi - Avvenire

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