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Prima Pagina del 25 novembre 2019

Prima Pagina del 25 novembre 2019
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con Agnese Pini

Fondi dissesto, speso solo il 10% Costa: «Abbiamo ridotto i tempi»


Per una volta non è un problema di soldi. Quelli ci sono, e anche parecchi. A mancare è la capacità di spenderli bene e velocemente, che non vuol dire di fretta. Ci sono diverse angolazioni possibili per osservare la paralisi di un Paese intero davanti a quella malattia cronica che continuiamo a scambiare per emergenza, il dissesto idrogeologico. Abbiamo circa 12 miliardi di euro disponibili per interventi di cura del territorio. Non proprio spiccioli, visto che quella cifra è quasi la metà della Finanziaria di quest’anno. E nemmeno distribuiti a caso, visto che 400 milioni sono destinati al fiume Sarno, in Campania, che ieri è uscito di nuovo dagli argini, non lontano dalla zona dell’alluvione che fece 160 morti. Perché non si spendono, allora?

I fondi destinati alle Regioni tra il 2016 e il 2018
Pochi giorni fa la Corte dei Conti ha posto la lente di ingrandimento su una parte di quei fondi, quelli destinati alle Regioni tra il 2016 e il 2018. Su 75 milioni stanziati, le somme effettivamente trasferite alle Regioni «ammontano solamente al 26,58%». Perché così pochi? «L’importante formazione di residui — si legge nella delibera — è ascrivibile alla lentezza dei centri di spesa, alle complessità delle varie procedure e all’esecuzione degli interventi condizionata dal pagamento differito». Tradotto: fare un progetto per un’opera pubblica è complesso, e infatti non se ne fanno più, chi lo realizza viene pagato in ritardo e allora procede con i piedi di piombo. Negli ultimi dieci anni sono stati dichiarati 87 stati d’emergenza con danni riconosciuti per 10 miliardi di euro. «Ma le cifre effettivamente trasferite e quindi spendibili equivalgono a meno del 10%», dice un cultore della materia come il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli. Il restante 90% rimane in lista d’attesa. Un esempio? Italia sicura, la struttura contro il dissesto creata dal governo Renzi e chiusa dal primo governo Conte, aveva messo insieme una lista di 10.386 interventi, tra contenimento frane e arginature: «Il 93% — dice Erasmo D’Angelis, che era a capo della struttura — è fermo. Ed è fermo da anni, perché si tratta di interventi ereditati dal passato». Ma qualcosa si sta muovendo. «Abbiamo ridotto di due terzi il tempo di erogazione dei fondi — dice il ministro dell’Ambiente Sergio Costa — e sono stati erogati 700 milioni in sei mesi».

Oltre al dissesto idrogeologico c’è poi la questione dei viadotti, che pure in questa storia sembra meno centrale rispetto al crollo del ponte Morandi: «Basta concessioni a chi non fa le manutenzioni» attacca Luigi Di Maio per il Movimento 5 Stelle. A differenza del ponte di Genova gestito da Aspi, però, il viadotto crollato ieri era su un tratto in concessione a Gavio. E da tempo il gruppo affida la manutenzione a una ditta esterna, con interventi validati da tre società, sempre esterne.

Lorenzo Salvia - Corriere della Sera

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