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A cuore aperto di Claudio Parmiggiani

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Con opere fatte di cenere, con i suoi gessi e con le sue lampade che ancora illuminano a lume spento come una stella morta, Parmiggiani prende di petto l'assenza - l'unica manifestazione possibile della cosa perduta o della memoria seppellita è questa - e la sottrae al nulla, la strappa alla dissolvenza, alla dissipazione, rendendola soggetto e sostanza di una nuova iconica presenza.

Mostra del giorno: A cuore aperto di Claudio Parmiggiani, a cura di Sergio Risaliti, Direttore Museo Novecento Firenze, Galleria Poggiali, Firenze. Fino al 29/10. INFO: https://www.galleriapoggiali.com/it/mostra-firenze/a-cuore-aperto
 In conduzione: Arturo Stalteri
Regia e consulenza musicale: Ennio Speranza
Consulenza letteraria : Claudia Marsili
Undici opere installate nei due spazi di via della Scala 35 A e di via Benedetta 3r, la maggior parte delle quali realizzate per questa mostra, unitamente a lavori meno recenti: un cuore fuso in ghisa serrato da due tubi in acciaio poggiati sulla Commedia di Dante, un calco in cera di una statua antica, uno strumento musicale come l’arpa con le farfalle, una campana di bronzo appesa come un impiccato, una biblioteca di cenere.

Dopo la Biennale di Venezia del 2015, negli spazi di via Benedetta viene presentata per la prima volta - solitaria come un dardo lanciato verso la parete di fondo e il soffitto - la gigantesca àncora aggrappata con tutta la sua forza dopo aver infranto una parete di cristalli.

Si tratta di una mostra di impianto museale che si snoda come un discorso poetico ora drammatico, ora elegiaco e lirico ad un tempo. Dunque si potranno vedere alcune opere, note come ‘sculture d’ombra’ o Delocazioni.  Una grande biblioteca, una clessidra ed una impronta di quadro rimosso dalla parete, immagini ottenute con un procedimento del tutto personale iniziato a  partire dal 1970, quando Parmiggiani presentò nella Galleria civica di Modena una serie di opere create con il depositarsi della fuliggine tra la superficie del muro e l’oggetto stesso.

Parlando delle opere di Parmiggiani realizzate con questo “magico” e “povero” procedimento, Jean Clair ha fatto riferimento alla tradizione cristiana dell’epigraphé sottolineando la differenza formale e sostanziale tra il tratto (graphé) che circoscrive e il tracciato che apre sull’illimitato. L’immagine nata sulla tela non è disegnata - non si tratta di sfumato - e neppure dipinta con velature, ma piuttosto soffiata e evaporata per trasformarsi in ombra, in “scultura d’ombra”.

Con opere fatte di cenere, con i suoi gessi e con le sue lampade che ancora illuminano a lume spento come una stella morta, Parmiggiani prende di petto l’assenza - l’unica manifestazione possibile della cosa perduta o della memoria seppellita è questa - e la sottrae al nulla, la strappa alla dissolvenza, alla dissipazione, rendendola soggetto e sostanza di una nuova iconica presenza: perché l’assenza è il cuore dell’essere. «E se la mancanza a essere fosse il senso più profondo dell’essere? - scrive Massimo Recalcati in uno straordinario saggio dedicato all’artista emiliano - Ecco l’interrogativo aperto dall’opera di Parmiggiani».

Per Parmiggiani: «Un’opera deve essere come un pugno nello stomaco. Silenziosa ma dura, dura ma silenziosa, come un fuoco sotto la cenere».

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