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Prima Pagina del 5 novembre 2019

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con Jacopo Iacoboni

Ex Ilva, Arcelor lascia “Colpa di scudo penale e impasse giudiziaria”


Nemmeno il tempo di passare la boa dei 12 mesi. A pochi giorni dall’anniversario (motivi per festeggiare comunque non ce n’erano) dell’ingresso nella gestione dell’acciaieria più grande d’Europa, Arcelor Mittal ingrana la retromarcia e mostra di essere pronta a lasciare l’Italia. Il gruppo ha comunicato ieri di avere inviato ai commissari straordinari dell’ex Ilva una comunicazione di recesso o risoluzione del contratto con il quale si era impegnata a rilevare le attività del ciclo integrale, l’ultimo attivo in Italia.
Il gruppo ricorda che il contratto prevede espressamente questa possibilità “nel caso in cui un nuovo provvedimento legislativo incida sul piano ambientale dello stabilimento di Taranto in misura tale da rendere impossibile la sua gestione o l’attuazione del piano industriale”. Per il gruppo, la decisine del Parlamento italiano di eliminare il cosiddetto “scudo penale” è, da questo punto di vista, dirimente. In aggiunta a questo, Arcelor Mittal cita le conseguenze del recente sequestro dell’afo2 (per superare l’impasse giudiziario è necessario metterlo an orma entro il 13 dicembre, termine giudicato impossibile da rispettare) e il rischio che anche gli altri impianti subiscano rallentamenti per analoghi motivi. Lo spegnimento renderebbe impossibile attuare il piano industriale, ed eseguire il contratto”. L’annuncio arriva a pochi giorni da un incontro tra i vertici del gruppo e il Governo, nel corso del quale sarebbero state espresse analoghe preoccupazioni, anche in relazione a un “clima di ostilità” a Taranto. La produzione è ormai scesa a 4,5 milioni di tonnellate e le perdite sono consistenti, 150 milioni ne secondo trimestre.

La mossa di Arcelor Mittal apre a scenari preoccupanti per l’industria italiana e le istituzioni si sono già messe in moto (oggi il premier Conte dovrebbe vedere l’azienda) per congiurare l’ipotesi estrema, rappresentata dall’addio. Confindustria teme effetti negativi su Taranto e sull’intero Paese con particolare impatto sull’occupazione. […]

Timore per un disimpegno anche da Alessandro Banzato, presidente di Federacciai, secondo il quale “le conseguenze per la filiera sarebbero enormi, esponendo tutti sempre di più alle dinamiche dell’import”. Dello stesso avviso Alberto Dal Poz, leader di Federmeccanica, secondo il quale “è la peggiore situazione che poteva profilarsi da quando a giugno si era ipotizzata questa soluzione nel voto di fiducia sul decreto Crescita”.

Resta da capire ora quali siano le intenzioni di Arcelor Mittal. Se si vuole alzare il livello dello scontro per l trattare, non è ancora chiaro l’obiettivo finale, che può essere legato non semplicemente al focus sullo “scudo”, ma a una revisione più ampia dei termini de contratto, magari rinegoziando anche obiettivi e impegni sul mantenimento dell’intero ciclo integrale e, di conseguenza, dell’occupazione”.
Se invece Arcelor Mittal punta al disimpegno, serviranno 30 giorni per espletare la procedura, salvo rinvii. In questo scenario, tutti i dipendenti tornerebbero in carico a Ilva in as, con la necessità di una iniezione di capitali da parte dello Stato, in attesa di una nuova procedura di cessione densa di interrogativi e di nubi scure, dopo la difficile navigazione degli ultimi anni.

Matteo Meneghello – Il Sole 24 Ore    
 

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