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Prima Pagina del 28 ottobre 2019

Prima Pagina del 28 ottobre 2019
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con Manuela Perrone

Boom di bimbi poveri, la scuola non aiuta

Anno 1969: un bambino guarda il nonno e immagina una vita migliore della sua perché ha il 70% di probabilità di diventare più ricco: basta l’inerzia a far crescere il benessere. Anno 2019: la prospettiva è drammaticamente ribaltata, il bambino del 1969 è diventato nonno e oggi il rischio di finire in povertà è cinque volte più alto per il suo nipotino che per lui.
È la diseguaglianza più profonda che attraversa l’Italia: un milione 260mila minorenni vivono in stato di povertà assoluta e 500mila non hanno i soldi sufficienti a mettere regolarmente proteine nel piatto. E nello stesso decennio (2008-2018) in cui il numero degli under-18 indigenti è triplicato, non è aumentata per contro la quota di over 65 poveri: più si è giovani più è alto il dazio che si paga alla crisi. Così oggi in Italia un povero su due ha meno di 34 anni. La povertà non è solo nel portafogli, ma è anche educativa e culturale. 
Con la spesa per l’istruzione al suo minimo storico (3,5% del Pil) e la preparazione degli studenti sotto la media europea, oggi la scuola non è più uno strumento capace di sconfiggere le diseguaglianze, Il circolo, insomma, è vizioso.

Non esiste un identikit nitido del minore a rischio indigenza, perché il fenomeno, benché più acuto al Sud e tra i figli di stranieri, attraversa tutto il Paese. Vivono in povertà assoluta un under 18 su sei al Sud, uno su nove al Nord e uno su dieci al Centro. Ma i dati dell’Istat e dell’Atlante dell’infanzia a rischio di Save the Children dicono che il problema è strutturale e in buona misura passa sopra le differenze socio-economiche che separano le regioni più ricche dal Mezzogiorno. 
“Purtroppo il rischio di povertà ed esclusione sociale dei minori in Italia è arrivato al 30% ed è tra i più alti d’Europa, peggio fanno solo Bulgaria, Grecia e Romania – spiega Antonella Inverno, responsabile delle politiche per l’infanzia di Save the Children –. Paghiamo le difficoltà del sistema di istruzione, e un welfare in cui le famiglie con figli sono le meno tutelate. Fare un bambino impoverisce”. […]

A monte del processo educativo, naturalmente, lo scarso sostegno e le difficoltà economiche allargano la ferita della denatalità: in dieci anni le nascite sono crollate del 23,7%, passando da 576mila a 432mila. La discesa è attenuata dal robusto contributo (il 15% del totale) dei neonati da genitori stranieri. I quali, per altro, italiani di domai, sono i più esposti al rischio povertà e devono fronteggiare anche le barriere linguistico-culturali e sul fronte dei diritti civili, essendo privi di cittadinanza.

La spesa pubblica per l’istruzione è al minimo storico: 3,5% del Pil. Il confronto con le pensioni (20%) dice che per ogni euro investito nella scuola ce ne sono quasi sei destinati alla previdenza. E’ uno dei dati che fotografano meglio la grande peculiarità italiana sul fronte delle diseguaglianze: “Siamo il Paese in cui si è allargata di più la forbice tra il benessere dei giovani e quello degli adulti o anziani – analizza Andrea Gavosto, diretto re della Fondazione Agnelli –. In Italia le diseguaglianze tra le varie fasce di reddito si sono accentuate meno che altrove; il cuore del problema è nel gap intergenerazionale”. […]

Come se ne esce? “Serve tornare ad investire nell’educazione, e parecchio. Tra livelli di istruzione e crescita economica c’è un fortissimo legame: senza formazione non c’è sviluppo e viceversa. Non bisogna pensare a cosa fare nel breve, per ripartire ci vogliono grandi piani che guardino da qui a dieci o venti anni”.
 
Gabriele De Stefani – La Stampa
 

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