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Prima Pagina del 17 settembre 2019

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con Francesco Cancellato

Accusati di tortura: fermati tre carcerieri del lager libico di Zawiya

 
"Ho subito delle vere e proprie torture che mi hanno lasciato delle cicatrici sul mio corpo. Specifico che sono stato frustato tramite fili elettrici. Altre volte preso a bastonate, anche in testa". È il racconto di uno dei testimoni che ha contribuito a identificare attraverso foto segnaletiche della polizia tre uomini fermati nell'hotspot di Messina con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all'omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione.

Secondo i magistrati i tre fermati avrebbero lavorato per il capo dell'organizzazione, di nome Ossama: sarebbe lui a gestire il campo di prigionia di Zawiya in Libia, a 50 chilometri a ovest di Tripoli. Dove migliaia di profughi che vorrebbero proseguire la traversata verso l'Europa vengono trattenuti, picchiati e torturati come documentato anche da Avvenire: i carcerieri chiedono un riscatto alle famiglie dei prigionieri e solo chi paga può mettersi in mare verso l'Italia. È in sintesi quanto emerge dalle carte dell'indagine della Dda di Palermo che ha disposto il fermo di tre carcerieri del lager di Zawiya, accusati anche del reato di tortura che è stato applicato per la prima volta in Italia dall'introduzione della norma. Il fermo è stato eseguito nell'hotspot di Messina, dove i tre erano stati trasferiti dopo essere approdati a Lampedusa.

A riconoscere e denunciare i carcerieri sono state alcune delle vittime, giunte a Lampedusa dopo essere state soccorse dalla barca a vela Alex & Co di Mediterranea. Le persone migranti hanno raccontato le violenze subite consentendo l'identificazione dei tre che lavoravano per Ossama. Il capo della banda vive ancora in Libia. I profughi, con inganno o violenza o dopo essere stati venduti da una banda all'altra o da parte della stessa polizia libica, venivano rinchiusi in una ex base militare capace di contenere migliaia di persone. Le vittime hanno raccontato di essere state sottoposte ad atroci violenze fisiche o sessuali e di aver assistito all'omicidio di decine di migranti. Per chiedere il riscatto alle famiglie dei prigionieri usavano un "telefono di servizio", tramite il quale i profughi potevano contattare i loro congiunti, alla presenza dei carcerieri, e convincerli a pagare il riscatto. Ai parenti venivano inviate le foto con le immagini delle violenze subite dai propri cari. Chi non pagava veniva ucciso o venduto ad altri trafficanti di uomini; chi pagava, veniva rimesso in libertà, con il rischio però di essere nuovamente catturato dalla stessa banda e di dover versare altro denaro ai carcerieri di Zawiya.

UE: I CENTRI DI DETENZIONE IN LIBIA VANNO CHIUSI. SI LAVORA PER L'ACCORDO SULLA REDISTRIBUZIONE DOPO LO SBARCO

Sulla chiusura dei centri illegali di detenzione in Libia è la portavoce del Seae (Servizio europeo per l'azione esterna), la diplomazia dell'Ue, Maja Kocijancic, durante il briefing con la stampa a Bruxelles. "Crediamo che debbano essere chiusi e stiamo lavorando attivamente in questa direzione".
"In generale - ha continuato la portavoce, rispondendo in merito alle perplessità circa il lavoro della Guardia Costiera libica - l'operazione Sophia addestra la Guardia Costiera libica con lo scopo di salvare vite umane in mare. Forniamo addestramento, aumentando la loro capacità di farlo e di combattere i trafficanti. L'addestramento ha una componente importante che riguarda i diritti umani". "Finora ne abbiamo addestrati 417 e c'è un meccanismo di monitoraggio. Tutti i candidati sottoposti all'addestramento sono selezionati con molta attenzione, in collaborazione con altre agenzie. Il lavoro è molto preciso e monitorato", conclude.
Inoltre, c'è ancora incertezza sulla possibilità di arrivare a un accordo al mini-summit di Malta del 23 settembre su dei meccanismi temporanei che consentano sbarchi prevedibili e redistribuzione dei migranti salvati nel Mediterraneo centrale. Le posizioni tra gli Stati membri che stanno negoziando in vista della riunione di Malta sono ancora "distanti", ha detto una fonte europea. Per il momento non c'è ancora accordo sul "luogo di sbarco" delle persone salvate in mare e sullo "status dei migranti" che dovrebbero partecipare alla redistribuzione tra Stati membri, ha spiegato la fonte.

L'Italia sembra intenzionata a insistere sulla rotazione dei porti e sulla richiesta di ridistribuire tutti i migranti sbarcati. La Francia, invece, appare ferma sul principio del porto sicuro più vicino e chiede che i paesi di primo ingresso effettuino un "primo studio" della situazione dei migranti prima del loro trasferimento. "La Germania da sempre ha partecipato alla redistribuzione ad hoc dei migranti, ciò nonostante non abbiamo ancora trovato una procedura adeguata": ha dichiarato il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert in conferenza stampa a Berlino, rispondendo sul prossimo incontro dei ministri dell'Interno a Malta. "L'Europa ha bisogno di un accordo affidabile sul modo in cui gli sbarchi devono e possono essere gestiti nello spirito della solidarietà europea e lo chiediamo da molto tempo", ha aggiunto il portavoce di Merkel.


Avrà inizio a Roma il prossimo 3 dicembre un processo per i presunti ritardi nei soccorsi di un barcone di profughi siriani affondato l'11 ottobre del 2013 in acque maltesi, a poca distanza da Lampedusa, con oltre 200 sopravvissuti, 26 morti e una stima di 260 dispersi (tra cui una sessantina di bambini). Lo ha deciso il gup di Roma Bernadette Nicotra che ha rinviato a giudizio l'ufficiale responsabile della sala operativa della Guardia Costiera, Leopoldo Manna, e il comandante della sala operativa della Squadra navale della Marina, Luca Licciardi, accusati dal pm Sergio Colaiocco di rifiuto d'atti d'ufficio e omicidio colposo.

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