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Prima pagina

Prima Pagina del 16 settembre 2019

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con Francesco Cancellato

Tra Stato e mafia, il fine vita delle società confiscate


“Con la mafia si lavora, senza no”. È il grido di dolore di chi, della confisca dei beni mafiosi per mano dello Stato, ha tratto il lato peggiore: quello dell’abbandono. Questo accade in particolare per aziende e imprese, dove i boicottaggi dei boss uscenti, le lungaggini della giustizia, le banche refrattarie e un mercato stanco danno vita a un buco nero economico-sociale: i dati incrociati del progetto Confiscati Bene 2.0 dell’associazione Libera, dell’Eurispes – l’istituto di ricerca degli italiani e dell'Anbsc (Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati), a più di vent’anni dalla legge pilota, parlano di circa 14mila aziende passate nelle mani dello Stato, di cui solo uno scarso 20% è stato in grado di resistere nel mercato regolare. Bilancio che con il tempo è andato peggiorando, portando circa il 90% delle aziende a una cessazione o liquidazione.

Per capirci: dalla legge 109 del 1996 che prevede l’uso sociale dei beni (arrivata a rafforzo della Rognoni-La Torre), le aziende confiscate e poi, non totalmente ma quasi, lasciate marcire sono quasi 600 all’anno, per un valore in termini di produzione cumulata, nonostante sia la Corte dei Conti sia l’Anbsc dichiarino di non avere tutt’ora un censimento preciso della portata commerciale, di 10 miliardi di euro. “C’è un problema di conservazione del valore patrimoniale delle aziende, dovuto anche alla rimozione dell’ombrello protettivo delle mafie”, notifica Bruno Frattasi, direttore dell’Anbsc. “Innanzitutto però, bisogna capire la storia delle aziende: ovvero quante di esse sono state coinvolte in traffici mafiosi. Il grado di infiltrazione, una volta tornata alla legalità, influisce non poco nello stabilire un piano industriale”. 
L’obiettivo dell’intervento statale, detto ciò, sarebbe quello di portare alla luce le attività mafiose con il ruolo di scatole vuote, usate dal boss per il riciclo di denaro, per poi reimmetterle nei flussi legali. Superato lo scoglio della confisca però, il processo di rehab spesso si interrompe, e non solo nel caso delle aziende di comodo: come sottolineano gli studi delle Università di Trento e Milano, il virus colpisce anche e soprattutto realtà strutturate, nel 50% dei casi aziende con un capitale medio tra 10 e 20 mila euro, con a disposizione mezzi e infrastrutture di livello. “Il problema è di sistema. Vale a dire che occorrono più cure: dal potenziamento dell’Anbsc, allo snellimento delle procedure”, spiega Gian Carlo Caselli, ex magistrato, oggi direttore dell’Osservatorio sulla criminalità nel settore agro-alimentare. “C’è bisogno di finanziamenti cospicui per impedire che i beni si coprano di muffa o ruggine, offrendo ai mafiosi un argomento per sostenere che ‘loro’ restano i più forti’”. 
Ma come può salvarsi un’azienda da questo oblio? Nella condizione attuale, molto spesso non può. […].

Pietro Mecarozzi – il Fatto Quotidiano
    
 

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