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Prima pagina

Prima Pagina del 2 ottobre 2019

Prima Pagina del 2 ottobre 2019
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con Mario Sechi

Sanità e sinistra, troppe riforme mancate


Toglietevi la curiosità, digitate «ministri della salute», andate su wikipedia, e troverete una lunga lista che vi dirà senza ombra di dubbio che negli ultimi 20 anni le politiche sanitarie sono state decise soprattutto da governi di centro-sinistra.
Se, assumiamo la sinistra, semplicemente come una cultura politica progressista e riformatrice che promuove la sanità pubblica come bene comune, sorge una contraddizione: come mai oggi la sanità pubblica è ridotta tanto male? Perché tante diseguaglianze? Come mai esiste la “questione medica” cioè la crisi della professione portante del sistema? Come mai il mercato del lavoro in sanità è un disastro da ogni punto di vista? Come mai oggi esiste tanta conflittualità tra medicina sanità e società testimoniata dal contenzioso legale, dalla medicina difensiva, dalla violenza dei cittadini contro gli operatori? Come mai il ritorno delle mutue e la mostruosità di de-finanziare il pubblico per incentivare fiscalmente il privato? Come mai, il fallimento dell’idea di azienda? Come mai la famosa prevenzione è ancora una chimera? Come mai quella fesseria madornale del regionalismo differenziato?

La mia risposta è la seguente: la sinistra per la sanità non ha mai pensato vere politiche di sinistra, quindi non è riuscita ad esprimere una vera cultura del cambiamento; le sue politiche sanitarie sono sempre state ispirate consigliate decise, da “amministratori”, esperti e politici, cioè brava gente sia chiaro, ma con la mentalità di chi pensa che il mondo debba essere soprattutto gestito e solo gestito e che il problema della gestione sia un problema di poteri.
Quasi sempre del nord, privi di una qualche minima cultura riformatrice per lo più provenienti da alcune “regioni rosse” alcune delle quali, sulla sanità hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Convinti che lo stato centrale è per definizione un incapace e che il sud è solo utile a esportare malati per garantire al nord la parità di bilancio.

Nel 1999, quindi 20 anni fa, è stata fatta una riforma considerata di sinistra, molto emiliana, ma, una riforma, difronte a un sistema che non funziona e a precedenti leggi di riforma andate storte, il cui postulato è l’invarianza del sistema, non è una riforma e meno che mai è di sinistra. Riordini regionali distruttivi dell’idea di territorialità, piani di rientro ai danni de i più deboli, tagli massicci agli ospedali mettendo in crisi qualsiasi pronto soccorso del paese, sblocco del turn over e dei contratti facendo dannare gli operatori. Ma se era una riforma perché poi tante cose contro riformatrici?

Quella riforma di sinistra, è stata tanto di sinistra che al grido di evidenza e appropriatezza ha aperto la strada alla “medicina amministrata”, una gran brutta bestia, mettendo in crisi medici e malati, ha aperto la strada ai fondi integrativi, all’aziendalizzazione definitiva delle Usl, e tante altre cose.
La sinistra, fino ad ora in sanità, ha riformato male quello che ha riformato, senza esitare a contro riformare cioè a mettere in discussione i fondamentali del sistema come dimostrano le vicende del titolo V del regionalismo differenziato e dei fondi sanitari.
La sinistra nel suo complesso ossessionata dai problemi della “sufficienza” ha ignorato del tutto i problemi della “adeguatezza” con ciò accentuando il grande divario tra sanità medicina e società. Non è un caso se chi governa la sanità in genere perde voti quindi consenso, l’ultimo, dopo il Pd, in ordine di tempo è stato il M5S.
Oggi abbiamo un ministro di sinistra, Roberto Speranza che dalla sinistra di governo eredita, suo malgrado, come unico orizzonte strategico quello di vent’anni ma con in più forti tentazioni contro riformatrici, come il famoso sistema multi pilastro.
Tutti dicono che, se questo governo, non marcherà la differenza con quello precedente la destra stravincerà. Ebbene, in sanità, come si fa a marcare la differenza? Come può Speranza distinguersi dai ministri che l’hanno preceduto?
È certamente necessario amministrare l’ordinario (un ministro non può permettersi di non farlo) ma nello stesso tempo, quasi in modo parallelo, si tratta di mettere in sicurezza la sanità pubblica, quindi mettere dei paletti, riformando quello che avremmo dovuto riformare da 40 anni. Quindi una “quarta riforma”. I più grossi problemi della sanità nascono tutti da un deficit riformatore quindi tutti da problemi di inadeguatezza.
La chiave di volta che mi permetto di suggerire a Speranza è semplice e difficile allo stesso tempo: fare dell’adeguatezza il mezzo per risolvere i problemi della sufficienza.

Ivan Cavicchi - il manifesto

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