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Prima Pagina del 17 agosto 2019

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con Lucia Capuzzi

Felice Gimondi: “La mia prima bicicletta da corsa, comprata per un sacco di sabbia”

Ripubblichiamo l’intervista del 31 luglio 2017 in cui Giorgio Viberti ripercorre con il campione i ricordi di gioventù
 

Felice Gimondi è stato uno dei più grandi corridori di tutti i tempi. Nato a Sedrina (Bergamo) il 29 settembre 1942, dopo una brillante carriera dilettantistica passò professionista nel 1965 e subito vinse il Tour de France. In 14 anni di carriera ai massimi livelli ha ottenuto 81 vittorie, fra le quali tre Giri d’Italia, una Vuelta di Spagna, un Mondiale, due Campionati italiani, un Lombardia, una Milano-Sanremo e una Parigi-Roubaix. Insomma, uno che di ciclismo e di biciclette se ne intende.

Gimondi, si ricorda ancora la sua prima bicicletta?
«Certo, era un’Ardita rossa, un regalo di mio padre perché ero stato promosso alle elementari, avevo sette o otto anni. Ero così contento che la inforcai subito per farmi un giro, ma caddi e mi ruppi un dente. Non un buon inizio».

 


E quando arrivò la prima bici da corsa?
«A 16 anni dissi a mio padre che avrei voluto correre, ma in casa c’erano pochi soldi».

 

E allora come andò?
«Papà, che era appassionato di ciclismo e in gioventù aveva corso, lavorava come trasportatore e un giorno doveva portare un carico di sabbia a un cliente che non pagava mai. “Se stavolta mi paga, ti compro la bici” mi disse. Andò bene, perché quel giorno il cliente saldò i debiti. Era destino».

E suo padre mantenne la promessa?
«Certo. Con quei soldi, circa 30 mila lire, comprammo una bici usata. Ero talmente felice che lasciai gli zoccoli in mano a mio padre, saltai in sella e pedalai a piedi nudi fino a casa. All’inizio non arrivavo nemmeno ai pedali e allora mettevo una gamba di traverso in mezzo ai tubi del telaio per poter pedalare».

Ma allora lei andava anche su un’altra bici, di sua madre.
«Certo. Spesso sostituivo mia madre che faceva la postina a Sedrina, il nostro paese. Allora la Valle Brembana era magnifica, pedalavo su e giù per le strade sterrate per recapitare buste e pacchi. Diventarono la mia palestra».

Era una bici da donna?
«Sì, ma mi andava bene lo stesso. Se mai il problema era il telaio pesantissimo, 15-20 chili, in ferro, col portapacchi. Che fatica quando cercavo un po’ di velocità».

Pensare che oggi le bici pesano meno di 7 kg. Che ne pensa dell’idea della Federciclismo mondiale di abolire il limite minimo di peso per le bici dei professionisti, che oggi è 6,8 kg?
«Che sarebbe un errore, perché bici troppo leggere diventerebbero molto pericolose, soprattutto in discesa».

Ricorda la bici della sua prima corsa?
«In verità non la potei nemmeno usare. Era una gara a Treviglio, vicino a Bergamo. Eravamo in tre e andammo alla partenza sul rimorchio del motocarro di mio zio, appoggiati alla cabina per non prendere troppa aria. Durante il viaggio ruzzolai fuori due o tre volte, poi perdemmo la strada. Quando arrivammo era già finito tutto e avevano già tolto lo striscione».

E la bici della sua prima vittoria?
«Eravamo a Celana, nel Bergamasco. Partimmo dal patronato di San Vincenzo, andai in fuga con un compagno e poi rimasi da solo. Vinsi per distacco, a modo mio, perché non ero molto veloce negli sprint».

A 22 anni, nel primo anno da professionista, vinse a sorpresa il Tour de France che non avrebbe nemmeno dovuto correre e nel quale era gregario di Adorni. Ricorda la sua bici di allora?
«Una Chiorda marchiata Magni, col suo colore caratteristico blu-azzurro. Ci vinsi anche la Roubaix e il Lombardia. Poi passai alla Bianchi, alla quale sono ancora legato».

Va ancora in bici?
«Certo, anche se dopo una frattura alle vertebre devo andarci un po’ più cauto».

E che modello ha? 
«Ho una bici da corridore che celebra il centenario della Bianchi, ditta per la quale ho anche curato il reparto corse».

Però lei ha fatto nascere una scuola di mountain bike. Ha cambiato specialità? 
«Con monsignor Mansueto, il parroco di Almè, e altri amici ho creato un gruppo di ragazzini dagli 8 ai 13 anni per andare in mountain bike nel Parco dei Colli di Bergamo».

Allora è meglio la mountain bike della bici da corsa? 
«Adesso vado più spesso in mountain bike, è più sicura, mi dà un contatto più diretto con la natura e incrocio meno auto. La strada è diventata sempre più complicata, le famiglie portano più volentieri i figli a correre fuoristrada, è meno pericoloso e più divertente».

E la bici a motore, la pedalata assistita, l’ha mai usata? 
«No, ma trovo che sia stata una bella trovata. Dà la possibilità a tutti di pedalare e restare in salute».

Dicono che la bici a motore sia usata di nascosto anche dai professionisti. Che ne pensa? 
«Forse in passato, oggi non credo, ci sono così tanti controlli».

Sempre più corridori o cicloamatori subiscono incidenti stradali? Che cosa si può e si deve fare? 
«Darsi una regolata reciproca. Gli automobilisti rispettino di più i ciclisti, ma chi va in bici eviti di andare in pariglia o terziglia. In bici si va uno dietro l’altro. E pedalare».

La Stampa

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