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Non è un Paese per Giovani

Perché rileggere I viaggi di Gulliver

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Questo monologo è dedicato a tutti quelli che pensano che noi non siamo un popolo razzista e che il problema dei migranti è solo un problema di contenimento sociale. Ieri sera, per l'appunto, stavo rileggendo I viaggi di Gulliver e mi sono reso conto di quanto quel libro sia attuale. E quanto sarebbe necessario che lo leggessero i ragazzi di oggi, per comprendere come la storia ripropone sempre le stesse miserie umane.
Questo monologo è dedicato a tutti quelli che pensano che noi non siamo un popolo razzista e che il problema dei migranti è solo un problema di contenimento sociale. 
Ieri sera, per l'appunto, stavo rileggendo I viaggi di Gulliver e mi sono reso conto di quanto quel libro sia attuale. E quanto sarebbe necessario che lo leggessero i ragazzi di oggi, per comprendere come la storia ripropone sempre le stesse miserie umane. E' un esempio di letteratura di viaggio, che narra bene quanto sia complicato mischiare razze ed estrazioni diverse. Lì non si tratta di colore della pelle, ma di misure e capacità intellettive. Esseri molto piccoli e molto grandi che hanno a che fare con un normotipo. Poi, scienziati scriteriati che tentano di estrarre raggi di sole dalle zucche, e infine cavalli super intelligenti dai quali Gulliver viene discriminato proprio perché "diverso". Ma i problemi alla fine sono sempre gli stessi. Mi piacerebbe fare un film da quel libro, è una metafora molto esplicita in un mondo così. E' evidente che nel tempo, il razzismo è emerso proprio quando esisteva un malcontento nella società, ed è anche certo che sia un modo per far sfogare il popolo, che preferisce dare la colpa agli altri, piuttosto che a se stesso. Gulliver è il testimone di come sia complicato far interagire gli esseri fra loro, sia che siano intelligenti, sia il contrario. E' proprio quello che accade oggi da noi: l'intelligenza sembra essere un optional, prevalgono solo l'istinto e la paura e tutto si complica. Nella letteratura, questo, è già stato spiegato, o perlomeno affrontato, perché gli scrittori sono avanti e utilizzano i loro poteri fantastici per narrare le vicende umane, con quel senso di pessimismo che fu ed è, una delle componenti principali della condizione umana. Essere razzisti non porta del bene, porta solo guerre e odio fra i popoli. E' la storia che lo racconta, non certo io. Essere razzisti significa difendere il proprio territorio a prescindere dal nemico, credere di poter decidere chi si merita cosa, selezionare, imporre, umiliare. Essere razzisti infine, rappresenta la poca tolleranza; è ansia allo stato puro, insicurezza totale delle proprie forze. Chi è razzista è debole. Gulliver lo spiega bene nel suo viaggio tra i cavalli intelligenti che hanno caratteristiche che rasentano la perfezione, ma proprio per questo hanno paura di essere contaminati dal "diverso" e lo cacciano. Jonathan Swift, l'autore, aveva già capito tutto nel 1700, aveva già definito i confini umani, attraversando con la fantasia un mondo fatto di esseri, che si portano dietro tutte le miserie e le paure di chi non vuole confrontarsi. Che si basta da solo. E' una grande risorsa la letteratura, è una certezza, sapere che tutto ciò che viviamo noi adesso, l'ha già vissuto il mondo precedente, così sappiamo più o meno anche come andrà a finire. Bene, visto che tutto è ciclico, vuol dire che dopo questa assurda fase di intolleranza ci sarà un periodo ricco di scambi, di fusione fra popoli… peccato solo che io sarò morto, perché questa era la storia che volevo vivere, lasciare in eredità, non quella, inutile, miserabile, dove l'unico rifugio possibile è la fuga a gambe levate dalla realtà, nella fantasia. Essere razzisti è appunto anche fuggire da se stessi, cercare di non vedere, essere ciechi. Anzi, mi correggo, i ciechi sviluppano  sensi diversi e talvolta vedono persino meglio degli altri. Non guardarsi dentro, ecco, non guardarsi dentro, laggiù, dove la verità di ognuno si nasconde, perché fa paura, perché essere uguali agli altri fa paura molto di più che essere diversi.
 

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