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Prima Pagina del 24 Luglio 2019

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con Piero Ignazi

Boris Johnson, il leader di un Paese spaesato

La preparazione, la coerenza, l’affidabilità e la precisione erano considerate qualità irrinunciabili, per un leader. Ora, con ogni probabilità, il Regno Unito avrà un capo di governo inadeguato e simpatico, come altre democrazie

An amusing Prime Minister, un primo ministro divertente. Basterà? La questione è tutta qui, ma è una questione impegnativa. Salvo improbabili sgambetti parlamentari — la maggioranza dei conservatori alla Camera dei Comuni è risicata — Boris Johnson sarà il prossimo capo di governo britannico ed entrerà al numero 10 di Downing Street. Lo stesso indirizzo di Winston Churchill, Harold Wilson, Margaret Thatcher, Tony Blair. Cosa distingue Boris Johnson dai predecessori? Non rispetta i codici, le aspettative e le eleganti ipocrisie legate alla carica. È opportunista, distratto, umorale, indisciplinato, vagamente inaffidabile. Si contraddice e se ne vanta. Ha avuto una carriera avventurosa e una vita sentimentale disordinata: non si sa neppure quanti figli abbia. L’uomo che, da sindaco, ha guidato l’ascesa internazionale di Londra — culminata nelle Olimpiadi del 2012 — si è schierato a sorpresa con la «piccola Inghilterra» e nel 2016 ha sposato le nostalgie di Brexit. Poi si è defilato. Poi è rientrato, come ministro degli Esteri. Poi è sparito di nuovo. Infine, dopo le dimissioni di Theresa May, è ritornato, come se niente fosse.

Ma l’uomo – ripetiamolo – è divertente: lo ha dimostrato anche ieri, nel discorso d’accettazione. E abile: riesce a farsi perdonare molte cose. La gente lo ascolta e ha l’impressione di capire quello che dice. Le sue imperfezioni sono giudicate rassicuranti. Quando entra in una stanza – come Ronald Reagan, Bill Clinton, Silvio Berlusconi, Donald Trump – la riempie di sorrisi, attenzioni e battute. È autoironico e consolante: riesce a far sentire bene con se stessi gli interlocutori. Ieri, dal podio dei vincitore, ha detto che «i conservatori sono bravi a capire gli istinti della natura umana». Il partito, forse; lui, di sicuro. La sua semplicità rasenta talvolta il semplicismo, ma Boris – così lo chiamano tutti – è un formidabile oratore. A Eton e a Oxford – lo racconteremo su La Lettura, domenica – ha imparato a parlare con efficacia e convinzione di cose che non conosce, o conosce poco. È fisicamente goffo, e ci gioca. Restare appeso a una teleferica nel cielo di Londra, con un casco in testa e una bandierina in mano. Theresa May si sarebbe sotterrata dalla vergogna, lui ha trasformato l’incidente in uno strumento di propaganda.

Cosa c’è di strano e preoccupante, allora? Che tutto questo, per gli inglesi, è nuovo. La preparazione, la coerenza, l’affidabilità e la precisione erano considerate qualità irrinunciabili, per un leader. Da domani, con ogni probabilità, il Regno Unito avrà un capo di governo inadeguato e simpatico, come altre democrazie. Certo: a differenza che altrove, la scelta non è avvenuta tramite un’elezione generale, ma è toccata a 92.153 iscritti del partito conservatore. Resta lo stupore e, insieme, la consapevolezza: siamo diventati come gli altri. Un Paese spaesato, ecco cos’è la Gran Bretagna del 2019. Spaesato e imbarazzato. La vicenda Brexit – tre anni e nessuna soluzione in vista – non è umoristica: è comica e drammatica, perché rischia di portare al collasso dell’economia e alla dissoluzione del Regno Unito (la Scozia ha già un piede sulla porta). Di sicuro, la gestione è stata indegna della nazione che, per secoli, ha creduto di poter insegnare la democrazia al mondo (con qualche titolo, diciamolo). Parlate con gli inglesi: lo ammetteranno. L’orgogliosa convinzione di possedere la classe politica migliore ha lasciato il posto all’umiliazione collettiva. Basterà un primo ministro simpatico a cambiare prima l’umore, e poi la storia del Paese spaesato? Ce lo auguriamo. Perché Gran Bretagna ha smesso da tempo di essere una grande potenza, ma resta una grande nazione d’Europa. Anche quando uscirà dall’Unione Europea: e non avrebbe dovuto accadere.

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