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Pascal

155: Se la vita non è che una menzogna

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Un gruppo che fa una scoperta e l'ultimo schiavo arrivato negli Stati Uniti su una nave negriera

Playlist Puntata:

LIAR - BUILT TO SPILL
MESSAGE IN A BOTTLE - THE POLICE
JOHN THE RELEVATOR - SON HOUSE
DJANGO - LUIS BACALOV, ROCKY ROBERTS


 

Prima storia: Il messaggio in bottiglia di Giacomo Dotta

Il racconto di questa storia inizia negli anni ‘90, quando in un piccolo paese della provincia di Cuneo, Cervere, un gruppo di volontari dà il via ad una serie di lavori per recuperare l’antica torre medievale dagli insulti del tempo. E’ una torre orgogliosa, un simbolo importante per la comunità locale, ma troppi decenni di incuria avevano creato una situazione pericolosa per la conservazione di quelle antiche mura. Dopo mesi di lavori, venne il momento di ripulire tutti quei fori che gli antichi lasciavano nelle mura durante la costruzione: li si possono vedere in molti vecchi edifici e nel caso della torre di Cervere, il luogo ove avviene questa vicenda, erano ormai diventati residenza privilegiata per piccioni e volatili di ogni tipo. Guano, rametti, terra e piume ovunque. Pazientemente, uno ad uno, i fori sono stati aperti, ripuliti e sigillati dai volontari per evitare ulteriori ingressi indebiti. Ma un foro di questi rivelò una sorpresa. Dentro uno dei fori, infatti, venne ritrovata una bottiglia. Era una bottiglia di forma non particolarmente elegante, ma al tempo stesso non certo particolarmente antica. Era la classica bottiglia di vino di un tempo, ma in questo caso era priva di liquidi e ciò nonostante sigillata con del sughero. Dentro, grazie alla traslucenza dello sporco vetro verdognolo, appariva in tutto il suo fascino un bigliettino di carta. Era un bigliettino arrotolato, probabilmente così sistemato per via dello stretto collo di bottiglia entro cui lo si volle far passare. Una volta ritrovata, la bottiglia venne presto aperta e rivelò parole non immediatamente comprensibili. Non, quantomeno, per il significato che avevano in realtà. E sotto il messaggio c’erano quattro firme e alcune date. Francesco, classe 1904 Giacomo, classe 1908 Andrea, classe 1915 Giacomo, classe 1919 E una data, in fondo a tutto: 14 maggio 1939. La ricerca scattò immediata. Io e mio padre iniziammo a valutare ogni possibilità per cercare di capire chi potessero essere quei quattro uomini che firmarono il biglietto. Partimmo dai cognomi, passammo per altri dettagli: ci volle del tempo e non pochi tentativi, ma infine ci arrivammo. E presto la situazione fu chiara: prendemmo biglietto e bottiglia e ci avviammo verso quella casa per restituire il tutto. Ci accolse una famiglia al completo: gente di Bra, una cittadina vicina. Era quella la famiglia di uno dei ragazzotti che, un pomeriggio di tanti anni fa, firmarono il biglietto e lo affidarono al tempo e alla Torre di Cervere affinché testimoniasse qualcosa, un giorno, a qualcuno. Incrociammo i dati: noi che avevamo trovato la bottiglia, loro che avevano conosciuto i racconti di quei ragazzi. E tutto fu chiaro. La storia della bottiglia è quella di quattro amici che un giorno vennero chiamati dall’esercito: la patria aveva bisogno di loro, la seconda guerra mondiale stava per deflagrare. Giovanissimi, pieni di forze e di sogni, ma su di loro incombeva il destino prepotente di nazioni che avevano incrociato le armi e che avrebbero mandato sul campo e al massacro le loro migliori generazioni. Toccava anche a loro: l’Italia chiamò. L’Italia chiamò e loro non si sarebbero tirati indietro, ma il giorno prima di mettere quattro cenci in uno zaino per partire, vollero godersi per un’ultima volta i loro luoghi, la loro gioventù e la loro amicizia. I calcoli son presto fatti: avevano 35, 31, 24 e 20 anni. A partire erano sicuramente i due più giovani, Andrea e Giacomo, degli altri non abbiamo invece conferme. Non sappiamo cosa fecero quel giorno, ma possiamo immaginarlo: coricati nel verde delle sterpaglie, poi su verso la cima della torre per guardare l’orizzonte e poi di nuovo tra i ruderi per bere la loro bottiglia o magari fumare una sigaretta. E lì, ecco un bigliettino, una matita e una frase. Poi il tappo torna a tappare la bottiglia, e la bottiglia viene infilata in quel buco là in alto, dove chissà quando e se qualcuno l’avrebbe mai trovata. Ci pensarono i piccioni a nasconderla ancor meglio. A questo punto della storia, non c’è molto altro da sapere. Quei ragazzi dalla guerra ci son tornati, hanno vissuto la loro vita fino in fondo ed hanno tirato su belle famiglie. L’ultimo di loro morì soltanto pochi anni prima il ritrovamento della bottiglia, quella bottiglia che non andarono mai a recuperare.  Chissà se ci hanno mai almeno pensato, lo avessero fatto, se l’avessero recuperata una volta salvi e cresciuti, non sarebbe mai arrivata a noi e non ci avrebbero mai fatto arrivare il loro messaggio. Nella torre di Cervere c’era una bottiglia. Nella bottiglia c’era un biglietto. E sul biglietto c’era questa frase: SE LA VITA NON E’ CHE UNA MENZOGNA, RIDERLA BISOGNA

Seconda storia: Baracoon di Zora Neale Hurtston

«Dopo 5 anni e 9 mesi da schiavo sono diventato libero un giorno in cui i soldati yankee, sono venuti giù alla barca dove lavoravo, per mangiare le more dai rovi vicino alla barca. Poi ci hanno visto e hanno detto: "Non dovete più restare lì. Siete liberi, non siete più di nessuno"».
Cudjo Lewis è un ex schiavo che nel 1927 racconta ad all'antropologa Zora Neale Hurston la sua epopea dal villaggio in Nigeria dove è nato, al'arrivo in Alabama, dove è stato acquistato come schiavo nel 1859 e infine l'inattesa liberazione. Questa storia è raccolta in un libro intitolato Baracoon, di Zora Neale Hurston , edito in Italia dalla casa editrice "66than2nd". Leggetela anche voi!

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