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Gettoni di Filosofia

La Colombia non esiste

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Quella diNicolas Gomez Davila è stata un'esistenza appartata: ha scelto di vivere completamente assorto dai libri della sua biblioteca, guardando sprezzante alla sua epoca.
Probabilmente un’attitudine che non deve avergli attirato molte simpatie. Anche perché amava parlare dei suoi connazionali in termini non propriamente concilianti. Nei suoi scritti troviamo affermazioni dai toni apocalittici: «Con i miei attuali compatrioti ho in comune solo il passaporto»; «la migliore critica della colonizzazione spagnola sono le repubbliche sudamericane»; persino «Quando si presenta l’occasione di compiere una qualche bassezza, il colombiano raramente la sciupa». Per finire con: «Il problema di base di ogni antica colonia: il problema della servitù intellettuale, della tradizione meschina, della spiritualità subalterna, della civilizzazione inautentica, dell’imitazione forzata e vergognosa, io l’ho risolto con somma semplicità: il Cattolicesimo è la mia patria». 
Il filosofo di Bogotá si sente tutto tranne che colombiano, dunque. Però non era un misantropo come molte volte è stato descritto. A suo modo trovava il tempo per quella che doveva parergli una concessione alla vita mondana: almeno una volta a settimana raggiungeva a piedi il Jockey Club di Bogotá, di cui era stato persino presidente per diverso tempo. E in questa passeggiata – intervallata dalla sosta per la messa alla Porciuncula, la chiesetta francescana vicino la sua casa – chi lo incontrava non mancava di notare l’eleganza di questo signore alto quasi due metri, baffi austeri, portamento distinto al quale un bastone ricercato e un sigaro conferivano autorità. Eppure non era altezzoso, anzi: in molti hanno ricordato come si fermasse volentieri a guardare le vetrine dei negozi rimanendo colpiti dalla familiarità con la quale lo salutavano i lustrascarpe e i venditori di biglietti di lotteria, con i quali don Colacho si fermava a parlare amabilmente. 
Anche la sua biblioteca, mitica, non era una cella monacale inaccessibile e chiusa al mondo. A lui piaceva molto dialogare e discutere con una cerchia di amici (certo: una cerchia ristretta!) come Hernando Téllez, critico e scrittore, Félix Antonio Wilches, un dotto frate minore conosciuto a Roma nel 1949, Douglas Botero Boschell, politico e diplomatico, Mario Laserna Pinzón, matematico e fondatore dell’Universidad de los Andes. 
Con loro e qualche altro, il riservato e schivo don Colacho ha mostrato un’affabile ospitalità, una generosità inaspettata e un leggendario senso dello humor. 
E pur disprezzandola alla fine passò tutta la sua età adulta e la vecchiaia nella sua Colombia, a Bogotá, dove don Colacho morì il17 maggio 1994, alla vigilia del suo ottantunesimo compleanno. Fra i suoi frammenti ha lasciato scritto: «Non è un’opera ciò che intendo lasciare. Le uniche che mi interessano si trovano a una distanza infinita dalle mie mani. Vorrei lasciare però un libriccino che, di tanto in tanto, qualcuno apra. Un’ombra tenue che seduca poche persone».
 

Ultime Puntate e Podcast

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Il nome di Gershom Scholem brilla nel firmamento ebraico: già in vita riconosciuto e acclamato come un grande studioso, è oggi un riferimento obbligato di qualsiasi discorso sulla tradizione ebraica o sugli studi dedicata alla cabala, di cui è stato il maggiore interprete del Novecento – e forse di sempre.

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23/07/2019

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24/07/2019

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