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Gettoni di Filosofia

Don Colacho in biblioteca

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«Ammettere di buon grado che le nostre idee non hanno motivo di interessare chicchessia è il primo passo verso la saggezza».
Con questa sentenza Gómez Dávila motiva la decisione di starsene in disparte: non soltanto come individuo, ma anche come pensatore. Non cerca di pubblicare i suoi scritti con editori blasonati, anzi. E nemmeno desidera che circolino perché, scrive, «il volume di applausi non misura il valore di un’idea». Aggiungendo poi: «la teoria dominante può essere una pomposa stupidaggine», ecco perché «aver ragione è una ragione in più per non aver successo».
Così se ne sta chiuso nella sua biblioteca, dove “don Colacho” (così lo chiamavano i pochi, pochissimi amici che vi erano ammessi) trascorre il suo tempo. E presto questa biblioteca diventa leggendaria: uno stanzone maestoso, nell’altrettanto maestosa abitazione in stile Tudor dove vive, in un’affollata via di Bogotá. Qui vi era il ragguardevole numero di oltre trentamila libri, alcuni dei quali rari e di pregio, tutti rigorosamente in edizione originale. Già: il dio delle lingue lo aveva benevolmente preso sotto la sua ala: oltre allo spagnolo, il francese e l’inglese, conosceva il portoghese, l’italiano, il tedesco, il russo e, tra le lingue antiche, il greco e il latino. Nell’ultimo scorcio della sua vita stava apprendendo il danese per poter leggere Kierkegaard. Difatti diffidava delle traduzioni e, non senza una certa vanità intellettuale, leggeva le opere soltanto in originale. Soprattutto testi della letteratura universale, da Omero a Goethe, e del pensiero occidentale. Fra tutti prediligeva i classici greci e la Bibbia perché, scriveva, se «letti lentamente, con minuziosa attenzione, bastano per insegnarci ciò che l’umanità sa di se stessa». 
Fedele al ruolo appartato che aveva scelto per sé, declinò importanti carriere politiche e allettanti proposte diplomatiche, come la candidatura alla presidenza della Repubblica nel 1958 e gli incarichi di ambasciatore a Londra e a Parigi. 
Eppure, nel silenzio, in questa sorta di autosegregazione dalle cose del mondo, succederà che il mondo inizia a interessarsi di lui. Sulla sua figura iniziano a circolare voci, generando un alone di mistero e di curiosità. Così pian piano qualche suo libro inizia a viaggiare ed esser letto, e col passaparola varca persino l’Oceano per arrivare in Germania. È qui che il mondo di lingua tedesca si accorge di questo strano personaggio: uomini di cultura, conservatori come Ernst Jünger, Dietrich von Hildebrand, Botho Strauss, Martin Mosebach iniziano a leggere i suoi scritti. E diventano i primi, grandi estimatori del filosofo di Bogotá.

 

Ultime Puntate e Podcast

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22/07/2019

Il nome di Gershom Scholem brilla nel firmamento ebraico: già in vita riconosciuto e acclamato come un grande studioso, è oggi un riferimento obbligato di qualsiasi discorso sulla tradizione ebraica o sugli studi dedicata alla cabala, di cui è stato il maggiore interprete del Novecento – e forse di sempre.

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23/07/2019

Fin da giovanissimo Gershom Scholem, che era nato nel 1897,  rifiutava le sue radici di ebreo tedesco borghese: secondo lui gli ebrei tedeschi erano vissuti fino ad allora nella vana e illusoria glorificazione della simbiosi tedesca, e soltanto i sionisti se ne rendevano conto. Però, allo stesso tempo, criticava aspramente il sionismo in quanto incapace di esser portatore di un radicale e necessario rinnovamento dell'ebraismo. 

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L'amico geniale

24/07/2019

Nel 1915 Gershom Scholem fece un incontro che gli cambiò la vita. In un'annotazione del suo diario, scrive che se trovò la sua strada fu soltanto grazie a quell'incontro. Scrive Scholem: «la più grande esperienza della mia vita: entrare in contatto con un uomo di assoluta grandezza che ha influenzato la mia vita non con il suo insegnamento ma con il suo essere». 

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Gerusalemme, "tornare a casa"

25/07/2019

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