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Classicaradio

Polifonia teatrale

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G. Verdi, Quartetto per archi

Unicum cameristico preziosissimo è il Quartetto in mi minore di Giuseppe Verdi. Il lavoro si affianca ad una prima rappresentazione dell’Aida sulle scene napoletane: “Ho scritto proprio nei momenti d'ozio di Napoli un quartetto. L'ho fatto eseguire una sera in casa mia senza dargli la minima importanza e senza fare invito di sorta. Erano presenti soltanto sette od otto persone solite a venire da me”. Nella lettera del 1873 Verdi pare blandirsi: in realtà è ben cosciente di quanto quella composizione sia per lui significativa, e tra quelle poche persone certo non a caso c’è un giornalista che farà al Quartetto un’ottima recensione.

Trasferire la drammaticità di personaggi e situazioni in un serrato dialogo per poche voci è quanto accade sulla scena nei cosiddetti concertati: tre, quattro, cinque voci si stagliano sull’orchestra esprimendosi simultaneamente, non come coro ma in una polifonia che mantiene l’individualità protagonistica di ognuno, anche coi rispettivi testi - una citazione per tutte Bella figlia dell’amore, il grande concertato a quattro del III atto nel Rigoletto.

La polifonia vera e propria si era sviluppata originariamente nella dimensione squisitamente verticale della sovrapposizione delle voci sole (le quattro canoniche del mottetto e cinque del madrigale nell’ambito del Rinascimento, periodo di massimo sviluppo del canto polifonico). Da quella polifonia traslata agli strumenti si sviluppa attraverso varie fasi il linguaggio cameristico che nel Classicismo afferma il Quartetto d’archi come luogo privilegiato di espressione. E proprio Haydn, considerato il padre del quartetto fu uno dei compositori maggiormente studiati da Verdi.

Che il teatro sia all’origine dell’ispirazione verdiana emerge con evidenza anche in questa composizione strumentale: non solo altamente drammatica è la connotazione dei temi, da quelli concitati a quelli più lirici, ma il loro sviluppo risulta nelle relazioni tra i quattro archi come una scena teatrale: note, frasi, dinamiche ed articolazioni sono le parole di un linguaggio che si racconta senza nessun bisogno di trama o personaggi. Verdi, ben consapevole che in quegli anni il Quartetto in Italia sia “pianta fuor di clima” accoglie e assorbe la tradizione cameristica più illustre da Schubert a Beethoven. Il Quartetto in mi minore non si limita ad essere una specie di concertato destinato agli strumenti, e non a caso si conclude con una Fuga, forma tra le più severe e arcaiche del linguaggio polifonico. Anche sulla scena sarà il contrappunto imitativo l’ultima forma scelta da Verdi: Tutto nel mondo è burla, finale del Falstaff, è una fuga.

Il Quartetto di Verdi fu eseguito il 1 aprile 1873. Il 22 maggio di quello stesso anno, muore Alessandro Manzoni. Il giorno seguente Verdi scrive a Giulio Ricordi: “Sono profondamente addolorato della morte del nostro Grande! Ma io non verrò domani a Milano ché non avrei cuore d'assistere a suoi funerali. Verrò fra breve per visitarne la tomba, solo e senza essere visto, e forse (dopo ulteriori riflessioni, e dopo aver pesate le mie forze) per proporre cosa ad onorarne la memoria […] È un impulso, o dirò meglio, un bisogno del cuore che mi spinge ad onorare, per quanto posso, questo Grande che ho tanto stimato come Scrittore, e venerato come Uomo, modello di virtù e di patriottismo.” Omaggio estremo in onore del Manzoni, (aldilà della composizione dubbia del 1836 intitolata Il 5 Maggio) la Messa da Requiem >> vedrà la luce l’anno dopo.

Giuseppe Verdi
Quartetto per archi in mi minore
 - Allegro
 - Andantino
 - Prestissimo
 - Scherzo - Fuga

Quartetto d’archi di Torino
violino, Gianluca Turconi
violino, Umberto Fantini
viola, Andrea Repetto
violoncello, Manuel Zigante

Registrato il 20 marzo 2011 per I Concerti del Quirinale di Radio3
 

Giuseppe Verdi
foto Pietro Tempestini, 1899

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