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PRIMA PAGINA del 27 maggio 2019

PRIMA PAGINA del 27 maggio 2019
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con Stefano Folli

Il fossato delle due Europe

Parigi brucia, ma la marcia sul continente di nazionalisti e scettici si ferma in Francia. La furia sovranista non ha spazzato via l’Europa come ci avevano detto: è stata arrestata dalla reazione delle democrazie aperte al rinnovamento nella continuità a dodici stelle. Soprattutto, dai giovani andati a votare in massa. I numeri del nuovo Europarlamento chiudono per altri cinque anni i populisti in un angolo. La fine della diarchia socialpopolare e l’ascesa fresca dei verdi aprono inediti intrecci politici, fattibili e necessari per affrontare un futuro obbligato.
L’inevitabile menu del futuro impone un patto comunitario più largo, inclusivo e vicino alla gente, per superare le diseguaglianze e rispondere alle legittime paure degli elettori. Non c’è scelta. Stavolta è andata bene, eppure il progetto di un’Unione più stretta è minacciato dal sodalizio fra i Salvini e gli Orban continentale. Nel 2024, la diga di Bruxelles potrebbe benissimo andare in mille pezzi.
Il voto certifica che nel nostro piccolo mondo di Casa Ue albergano due anime divergenti e in aspro conflitto fra loro. Una si è stretta intorno ai partiti tradizionali, europeisti, perdonando loro di essere troppo timidi alfieri dell’integrazione nata sulle macerie dell’ultima guerra. Popolari e socialisti governano insieme la Comunità da quarant’anni, con risultati anche straordinari, ma spesso inferiori alle aspettative, se non deludenti. […]

L’altra Europa cavalca un facile e rischioso “anti-tutto”, è veemente, semina illusioni e paure, germoglia sulle esitazioni. Appena chiuse le urne, Marine LE Pen ha chiesto lo scioglimento dell’assemblea francese. Non ha il potere per farlo, ma non se ne cura. Ora che guida il primo partito francese, sa che in molti le crederanno comunque. Saranno tanti, come succede con Salvini. Quando scompare il fumo e si scopre che non c’è sostanza, c’è già un’altra cortina a nascondere il mondo reale. E’ il gioco di specchi micidiale che ha fatto di Francia e Italia il laboratorio del nuovo. Non necessariamente del meglio.

La forza della costruzione europea è quella di presentare sempre delle alternative. “Ci sono tante convergenze quante belle donne”, amava dire l’ex presidente della Commissione Ue, Jaques Delors. […] 
La sopravvivenza dell’Unione dipende da come a Strasburgo le forze politiche sapranno congiungere ciò che le unisce e accantonare i fattori divisivi. Il “super gruppo” lo devono fare gli europeisti, forte tanto da amplificare il dono sociale dell’Unione e la capacità di fare massa per il progresso economico, commerciale e hi-tech. La soluzione ottimale potrebbe essere una grande coalizione a quattro con popolari, socialisti, liberali e verdi.
Soltanto così l’Europa potrà tutelare le nostre identità nazionali nel match coi giganti globali, mettendole insieme e costruendo qualcosa di più grande. Cinque anni sono un tempo appena sufficiente, visto che i sovranisti hanno dimostrato di essere più efficaci e rapidi e gli elettorati liquidi. Nel 2014 Jean-Claude Juncker disse che la sua Commissione sarebbe stata quella dell’ultima chance. Si sbagliava. L’ultima carta è nella mano dell’Unione a doppia faccia nata appena ora.

Marco Zatterin - La Stampa

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