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Pascal

150: Poteva essere una tragedia

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Una tragedia sfiorata e la storia di un carcerato condannato all'ergastolo disposto a tutto pur di proteggere la sua musica

Playlist puntata:

LESS I KNOW THE BETTER - TAME IMPALA
KING FOR A DAY - XTC 
WHAT’S GOING ON - MARVIN GAYE
SINNERMAN - NINA SIMONE

Prima storia: Poteva essere una tragedia di Marco Pezzini 

Mi chiamo Marco. Ho 48 anni, la storia che sto per raccontarvi è vera. Ora faccio un altro lavoro, ma al momento del fatto, avevo una distribuzione all'ingrosso di ortofrutta e alcuni negozi al dettaglio. Era il 2002. La sede della mia azienda, si trovava nel centro di Casalecchio di Reno, poco fuori Bologna. Casalecchio divenne famosa agli onori della cronaca, quando un aereo militare in avaria, in un terribile giovedì di dicembre del 1990, si schiantò su un edificio che ospitava l'istituto Salvemini. Uccidendo 12 ragazzi e ferendo 88 persone. Dicevo quindi, che il capannone da cui partivano i miei camion e dove avevo gli uffici, si trovava in un piccolo complesso industriale ai bordi del fiume Reno. Per accedervi, bisognava abbandonare la strada principale, la via Porrettana, scendere per la via a senso unico e ci si ritrovava là in fondo, all'inizio della zona industriale. All'angolo, tra la via Porrettana e la viuzza dei capannoni, vi era un bar. Vi è tutt'ora. Frequentato soprattutto da vecchietti e avventori abituali. Che si conoscevano bene e che conoscevano bene me ed i miei dipendenti. Erano circa le 11 del mattino, stavo rientrando in sede su uno dei furgoni della ditta. I telefonini erano diversi da quelli di adesso, per intenderci avevo il Nokia 3310, una macchina da guerra dei cellulari. Indistruttibile. E non avevo gli auricolari. Partito dal locale dove avevo effettuato la consegna di frutta, il telefono aveva squillato. Era la mia fidanzata, che a quell'ora di solito, andava in pausa. Lavorava in quel periodo in uno studio di commercialisti. Le solite nostre chiacchiere, qualche battuta e nel frattempo io stavo arrivando alla strada del mio capannone, all'angolo con il fatidico bar. E qui accadde il fattaccio. Dal bar esce un vecchietto che deve attraversare la strada. Io sono fermo, ho la freccia accesa e sono al telefono con Barbara. Il vecchietto, che vedo bene uscire dal bar e sembra voler attraversare la strada passandomi davanti al furgone è tranquillo. Niente di strano. Nulla di che. Là in fondo, in senso contrario, vedo arrivare una Golf blu. E' lontana, sufficientemente lontana. Immaginate la scena. Ordinario quotidiano su una strada. Nulla di strano... eppure... Ma ad un tratto il vecchietto non lo vedo più. O meglio, davanti al furgone non sta passando. Quindi, sempre mentre sono al telefono, butto l'occhio nello specchietto retrovisore sinistro. L'uomo deve aver deciso di passarmi dietro il furgone e non più davanti. Ancora, nulla di strano... E la Golf??? La Golf nel frattempo è arrivata. Dal bar escono di corsa una decina di persone, che mi urlano contro. Non capisco cosa ci sia, e quindi sto per partire. Ma questi urlano di più, come degli assatanati. Allora, sempre al telefono, sollevo il piede dalla frizione, apro lo sportello e controllo. Il vecchietto è infilato sotto il furgone. E la Golf ferma di fianco. Non so che fare. Dico a Barbara "Metti giù che devo chiamare l'ambulanza. Ho un uomo infilato sotto il camion" Scendo dalla parte opposta e chiamo il 118. L'operatore deve cercare di capire cosa sta succedendo, mentre io urlo che ho un uomo infilato sotto il camion. La ragazza mi chiede se ha capito bene che ho investito una persona. Le rispondo che non ho investito nessuno ma ho un uomo infilato sotto il camion. Nel frattempo mi sono sdraiato sotto il furgone per controllare lo stato del signore. Se risponde, se è vivo. L'operatrice mi dice di controllare il polso, di verificare se l'uomo respira e soprattutto si raccomanda di non toccarlo. Le mi verifiche sono ridicole. Non trovo il polso, o meglio il battito e rispondo al volo che mi sembra morto. Il vecchio però, inizia a rantolare. Rincuorato ma non troppo, riaggancio con l'ambulanza e mi sfilo per controllare il di fuori. E' pieno di gente... E mi guardano tutti... E il tizio della Golf? Il conducente è fuori dall'auto. Mi guarda. Gli vado incontro sbraitando. "Ma che caz... fai?" "Avevi tutto il tempo per frenare" e via così... Questo mi guarda con gli occhi allucinati. E mi dice "Guarda che non guidavo io" Vi giuro che mi sono paralizzato. "Guidava lui" E mi indica il lato passeggero. Mi infilo nella golf, perché non riesco a credere a quello che il tizio mi ha detto. Ma ha ragione. Seduto sul sedile destro, c'è un disabile, che stava impratichendosi con i servocomandi per la guida. Ed era arrivato lungo con la frenata, ha colpito il vecchietto e me lo aveva infilato sotto il furgone. All'arrivo dei carabinieri la scena diventa surreale. I ragazzi dell'ambulanza estraggono il signore da sotto il camion. E' visibilmente sotto choc. Ha il viso escoriato. Gli bloccano il collo e la schiena. Lo caricano e lo portano via. I controlli dei Carabinieri vanno svelti e dopo una mezzora mi lasciano proseguire. Fanno i rilievi e le foto. Mi dicono il giorno dopo di passare in caserma per una dichiarazione approfondita e mi congedano. Il pomeriggio successivo, sono seduto nel mio ufficio. Mi chiamano da giù. "Marco, puoi scendere che una signora ha bisogno?" La signora era accompagnata dal marito. Era la figlia del vecchietto. E aveva una torta in mano. Che aveva fatto per me. Sinceramente ero meravigliato, in fin dei conti non avevo fatto nulla. "Invece qualcosa hai fatto" "Non hai sollevato il piede dalla frizione e non sei partito" Ho realizzato solo in quel momento che se fossi partito, magari per la fretta, e se non avessi prestato attenzione alle persone corse fuori dal bar che si stavano sbracciando, il vecchietto, lo avrei calpestato con il mio furgone. Alla sera, a casa con Barbara, ho pensato che quella torta, peraltro buonissima, me l'ero proprio meritata...

Seconda storia: L’ergastolano che fa sciopero per proteggere la sua musica di Keith Lamar

Keith 
«Quando mi hanno arrestato, nel 1989, ho perso tutto: in prigione non avevo vestiti, cure, soldi e amici. L'unica cosa rimasta con me è stata la musica».
Keith LaMar è entrato in galera a 19 anni per omicidio. In seguito a una rissa avvenuta in carcere ha subito una nuova condanna basata sul pregiudizio e in assenza di prove evidenti. Condannato alla pena capitale ha passato gli anni rimasti in isolamento. All'interno di una cella d'acciaio, senza contatti col mondo esteno, la musica jazz è la sua unica salvezza: «uno dei miei pezzi preferiti è Marvin Gaye's What's Going On. Lo ascolto una o due volte a settimana. È un pezzo estremamente attuale che mi impone la domanda: Cosa sta succedendo? Le guerre, le ingiustizie, sono un inferno, quando finiranno? Quando la gente ricomincerà a vivere insieme, in pace? Questa sono le domande che la mia musica mi pone tutti i giorni e il cercare delle piccole, personali risposte è diventato la più forte delle motivazioni che mi spingono ad andare avanti». Ma tutto sembra cambiare quando il direttore del carcere gli impone di ridurre la musica solamente a 15 cd. Stiamo raccontando la storia di Keith Lamar, un carcerato che ha fatto di tutto per salvare la sua musica, noi l’abbiamo letto su Mask Magazine. 

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