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Pascal

143: Perdonare il dolore, accettare la rabbia

Ascolta l'audio
Una figlia che perdona sua madre e una donna sopravvissuta allo tsunami

Playlist puntata:

LONE GONE DAY - MAD SEASON
THE PARTS - MANCHESTER ORCHESTRA
THIS IS HOW WE WALK ON THE MOON - JOSÈ GONZALES
NEEDED -RHYE


Prima storia: Il perdono di Jessica Petribiasi

La mia storia inizia così. Un pomeriggio, molto tempo libero e poca voglia di compiere cose utili. Non ricordo precisamente quanti anni sono passati, ma quel pomeriggio ha cambiato ciò che pensavo su mia madre. Mi chiamo Jessica, ora ho 31 anni. Quel pomeriggio ne avevo massimo 17, vivevo in compagnia di nonna e conducevo una vita tranquilla tra scuola e ginnastica artistica. C'era un unico punto oscuro in quella vita di adolescente, un abisso che ingoiava tutto il vissuto dei miei genitori. Non avevo più rapporti con mamma e papà da almeno 4 anni a causa di una vita burrascosa fatta di droga, alcol e scelte non condivise. Lo ammetto, nutrivo rabbia e odio verso quelle due persone che mi avevano dato la vita ma poi avevano deciso di non viverla con me. Mi trovavo infatti da anni a vivere con nonna e non avevo più rapporti con quella madre che sembrava non amarmi. Quel pomeriggio mi ritrovavo a casa, nella stanza che era stata di mia mamma dopo il ritorno dalla Comunità di disintossicazione. Quella camera con le sue foto mi riportava alla sua gioventù, ai suoi amori e ai suoi segreti. Rovistando tra album e libri trovai un raccoglitore di lettere, una di quelle cartelline che nonna conservava. Lo aprii e comincia a sfogliare il suo contenuto senza sapere ciò che avrei trovato. Cominciai a leggere una lettera di mamma indirizzata a sua madre, la nonna con cui vivevo, scritta nei primi anni di Comunità. Realizzai che stavo per entrare all'interno di confessioni e confidenze di una figlia tossicodipendente alla madre che l'aspettava, uno spazio che forse non mi apparteneva e che poteva farmi soffrire, ma non riuscii a fermarmi.
Lessi frasi che raccontavano paure, rabbia, abbandono, erano frasi scritte da una ragazza madre 25enne che si ritrovava sola a percorrere una strada in salita verso "l'indipendenza". Continuando la lettura arrivai ad un paragrafo nel quale mamma parlava di me, non sapevo cosa aspettarmi. Felicità e paura si alternarono alla curiosità di scoprire che parole avrebbe usato per parlare di me. Mamma parlava della sua unica figlia Jessica, nata quando lei aveva 22 anni. Nella lettera chiedeva a sua madre come poteva sopportare la sensazione di non voler bene alla figlia a cui aveva dato la vita. Chiedeva perdono per non nutrire quel naturale affetto che una madre dovrebbe provare per il frutto del suo amore. In quel preciso momento, leggendo quelle poche righe diventai grande. Non so se mia nonna abbia mai risposto a quelle lettere, non so cosa abbia pensato nel leggere che sua figlia non amava la piccola Jessica. Scoprire sentimenti ed emozioni provati da mia madre quando ero appena nata fu liberatorio, non fece scaturire in me ulteriore rabbia e odio. Mi permise di vedere mia madre sotto un'altra luce, la vidi come una ragazza spaventata, probabilmente incapace di amarsi e quindi sicuramente incapace di mare me, sua figlia. Quel pomeriggio perdonai mia madre e mio padre, entrambi ex tossicodipendenti, perdonai me stessa per aver pensato di non essere adatta ad essere amata, perdonai definitivamente il mondo.

Seconda storia: L'onda

«Quando ho cominciato a scrivere mi sono tornati alla mente dettagli che prima non avevo mai ricordato. Sono rimasta in acqua per venti minuti non avevo idea di cosa stesse accadendo».
Stiamo raccontando la storia di Sonali Deraniyagala, che nel Natale 2004, ha perso tutta la sua famiglia nello Tsunami che ha investito le coste dello Sry Lanka. Ci sono voluti parecchi anni per provare a superare quel trauma, la molla per lei è scattata quando ha iniziato a mettere nero su bianco i suoi ricordi. Da quello che era solo un diario terapeutico è uscito un racconto essenziale che oggi è anche un libro, intitolato "Onda". Noi abbiamo letto la sua storia su Internazionale che ha tradotto un bellissimo reportage di Tim Adams per il Guardian. 
 

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