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Non è un Paese per Giovani

Le cose più tristi

Le cose più tristi
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Le cose più tristi. Ce ne sono tante, ma non intendo la tristezza delle guerre, delle morti assurde e della fame nel mondo, quella è tragedia, io intendo quella tristezza che si esprime da sola, dietro l'angolo di una strada, o nel grigiore di un sentiero di periferia.
Le cose più tristi. Ce ne sono tante, ma non intendo la tristezza delle guerre, delle morti assurde e della fame nel mondo, quella è tragedia, io intendo quella tristezza che si esprime da sola, dietro l'angolo di una strada, o nel grigiore di un sentiero di periferia. Ce n'era uno a Prato tristissimo, che costeggiava la ferrovia con un po’ d'erba spelacchiata. Nessuno ha mai saputo dove avesse inizio e dove portasse, era solo molto triste. In mezzo ai palazzoni e ai cortili di cemento e quei parcheggi a raso che gli davano il colpo di grazia. Anche quelli sono molto tristi se li guardi bene, i parcheggi a raso. E i giochi d'acqua della stazione di Grosseto. Lì la tristezza è intermittente, solo quando l'acqua spunta a spruzzi, diversi fra loro, per via forse di qualche otturazione. E' forse il più brutto gioco d'acqua che abbia mai visto. Sarebbe bello fare un depliant con dentro le cose più tristi da visitare. E vedere se abbiamo un senso oggettivo della tristezza. Perché la bellezza, l'allegria, sono più facili da riconoscere. La tristezza però, vive nascosta anche dietro le cose belle, a volte. Come quegli spiazzi enormi del Villaggio Olimpico a Roma, tipici di un'architettura anni 50/60 per l'appunto. Hanno quel "vorrei ma non posso", che gli conferisce la malinconia dell'operazione, di qualcosa che non ha funzionato dall'inizio, o dei pochi soldi dell'amministrazione comunale, o di qualche urbanista frustrato, poco creativo, forse con una moglie problematica che lo rendeva nervoso, non so, comunque, triste. E poi si vede, tutta la sua tristezza sta lì, in quelle piazze, in quei parcheggi a raso. Anche certe divise sono tristi. Ma non per quello che evocano, proprio perché sono tristi di loro, forse l'accoppiamento degli indumenti, i colori. I boyscout ad esempio. Cosa c'è di più triste di una fila di bambini vestiti da giovani marmotte capitanati da uno grande vestito come loro? Nulla. Non c'è quasi nulla di più triste. Forse il cappello da cuoco che non sta bene a nessuno, nemmeno a quelli a cui sta bene. Baudelaire diceva che la tristezza lo aveva aiutato a vivere, perché il resto era solo tempo perso. I poeti di solito si cibano della tristezza per dare scorci e immagini di luoghi, persone, della propria vita. Certi paesaggi narrati, sono diventati simbolo della malinconia. Ma quella è una tristezza alta. A me piace, cioè sono attratto, da quella bassa, più infima, tipo appunto i giochi d'acqua della stazione di Grosseto. O le case arredate con le foto di famiglia, o le macchine personalizzate. Mi fa molta tristezza scorgere in un dettaglio di un'auto, qualcosa di fuori serie. I cerchi diversi, oppure quelli che tolgono le scritte del modello come se fosse una cafonata. E le case arredate dagli architetti. Che hanno il suo stile e non il tuo. E tu sei costretto a vivere un pezzo della tua vita dove piace vivere a lui, più che a te. Quando entro in una casa arredata da un architetto, mi sale una forte angoscia. Tutto che funziona, i colori che non cozzano mai e gli angoli che sembrano accoglienti, come se tu avessi bisogno di qualcuno che ti dice "dove" devi leggere un libro e non "quale". Mi fa tristezza una saracinesca a metà. Non so mai se è mezza aperta o mezza chiusa. Sempre la solita storia del bicchiere, solo che stavolta dietro c'è una vita, qualcuno che tutti i giorni la apre e la chiude. Il rumore della clinica accanto a casa mia. Forse è un depuratore, o il riciclo dell'aria condizionata, non so, ma è fisso costante, che quasi non te ne accorgi. Mi fanno tristezza i raduni, di ogni genere e grado. Dai ciclisti, alle auto d'epoca, gli harleysti, le gite scolastiche, a volte anche le troupe. Mi piacciono quelle cose lì da vedere, da osservare da lontano e provare quel brividino di tristezza che condivido con loro, anche se apparentemente li vedi felici. Sai che da qualche parte, ovunque si fermeranno e ne avranno la possibilità, accenderanno un falò, che gli servirà da macchina del tempo per raccontare le loro esperienze, o peggio ancora per tirare fuori la chitarra e cantare paese mio che stai sulla collina. La sanno tutti oh! Ci fosse qualcuno che non sa il testo di quella canzone. Dovrebbero metterla come inno e vedresti che anche tutti i giocatori della nazionale la canterebbero con la mano sul cuore. Sono stato troppo sincero forse dicendo queste cose e qualcuno penserà che sono un privilegiato che se lo può permettere e che se dovessi lavorare in fabbrica tutto il giorno non avrei tempo per pensare a questo. Ma proprio lì sta il fatto grave. Che chi lavora in fabbrica non ha ne il tempo né la voglia di pensare e respira, dorme e mangia solo per sopravvivere. Ma quelli però non mi fanno tristezza, quelli sono la bandiera di una vita vissuta in sacrificio, nelle retrovie, a fare da guardia a quelli come me, un po’ tristi e un po’ storti, nati con la camicia...sporca.

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