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PRIMA PAGINA del 16 aprile 2019

PRIMA PAGINA del 16 aprile 2019
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con Paolo Lambruschi

​Regioni rosse, le vere cause della caduta di un sistema

 
Posti di lavoro in cambio di voti. Il clientelismo è un fenomeno politico vecchio come la parola che lo descrive: clientes, già nell’antica Roma, erano quei cittadini che per la loro protezione economica e giuridica s’affidavano a un patrono. Nel passato remoto quest’ultimo era il membro di una famiglia potente. Nelle democrazie contemporanee sono i partiti. Che un tempo venivano votati soprattutto per i programmi e le idee che esprimevamo. Mentre oggi, persa l’originaria caratterizzazione ideologica, sono più che altro macchine addette alla gestione di un potere sempre più precario e di risorse sempre più scarse, che inevitabilmente generano un consenso sempre più effimero.

Rispetto alla corruzione-concussione, che implica lo scambio di denaro e un tornaconto economico illecito per il singolo, il clientelismo rischia di apparire una pratica socialmente più accettabile. L’idea, molto italiana e strutturalmente qualunquista, è che così fan tutti e che così s’è sempre fatto. Se non fosse che preferire qualcuno solo perché politicamente leale o fidato (e sorvoliamo per carità di patria sulle prebende concesse a parenti e amanti seconda una pratica nepotistica in realtà anch’essa antica) è per la società un danno più grave di quanto s’immagini.
Si toglie a chi merita, generando una frustrazione che presto o tardi non può che esplodere, e si alza la possibilità statistica di mettere le nostre vite nelle mani degli incapaci. A chi giustifica le clientele bisognerebbe sempre augurare di finire sotto i ferri di un chirurgo mediocre assunto per ordine di un assessore.

Clientelismo puro, cioè senza dazione, è appunto quello che ha svelato l’inchiesta giudiziaria abbattutasi in questi giorni sull’Umbria. Interessante da seguire perché, al netto dei risvolti penali tutti da provare e delle facili contumelie moralistiche che accompagnano simili vicende, essa svela bene come e perché siano cambiati gli equilibri sociali (e dunque politici) nell’Italia degli ultimi due decenni. Il fenomeno cui si allude è naturalmente lo scoloramento inesorabile dell’Italia un tempo rossa e monocroma, oggi diventata policroma e arcobaleno, con una incidenza crescente del verde leghista e del giallo grillino. 
Parliamo della cosiddetta “Italia di mezzo” (né bianco-clericale né nostalgico-sanfedista né laico-liberale) segnata per più di mezzo secolo dall’egemonia politico-ideologica del Pci e delle formazioni che ne hanno preso il posto dopo la sua dissoluzione forzata. Uno modello politico che era anche un modello sociale peculiare: integrato, comunitario, aperto al cambiamento ma tendenzialmente conservatore sul piano dei valori, basato sulla mediazione-contrattazione degli interessi, su un capillare controllo del territorio e sullo scambio tra consenso e un alto livello di servizi sociali. A tessere la tela del consenso era appunto il partito, sostenuto da una corona organizzativa che abitualmente comprendeva il sindacato, le cooperative, le associazioni culturali, le strutture ricreative dell’Arci, le case del popolo, le polisportive, le organizzazioni naturalistiche, l’Anpi, le associazioni delle donne, i patronati e centri di assistenza fiscale. [...]
   
Il problema è che se un modello è storicamente finito, dando poca prova di riuscire a rigenerarsi se non affidandosi alla ramazza della giustizia, non si capisce cosa possa prenderne stabilmente il posto. Laddove la Lega vince tuttavia non convince, non essendo ancora riuscita a trasferire nel Centro Italia il sistema virtuoso di amministrazione che ha saputo invece creare in molte parti del Nord. Non parliamo poi del pressapochismo dei grillini laddove sono stati messi alla prova del governo locale. A dimostrazione che il potere politico costruito solo nelle urne, per pura reazione emotiva e rabbiosa rispetto al passato, rischia di essere effimero senza una base di consenso morale, una rete di relazioni sociali e una classe di dirigenti e amministratori che al partito di Salvini e a quello di Grillo-Casaleggio ancora mancano. 

Alessandro Campi - Il Messaggero
 

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