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PRIMA PAGINA del 12 aprile 2019

PRIMA PAGINA del 12 aprile 2019
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con Federico Fubini

Assange, l’arresto dopo 81 mesi e la metamorfosi: da hacker eroe a «spia russa»

Sic transit gloria hacker. Sei anni, nove mesi, ventiquattro giorni di metamorfosi: da scassinatore punk di segreti di Stato (americani, più che altro) con il volto affilato e il ciuffo ribelle a predicatore del verbo di Wikileaks con i capelli lunghissimi raccolti sulla nuca, la barbona bianca, un libro di Gore Vidal (sulla politica estera americana) stretto in mano, gli occhi spiritati. 

Sei anni, nove mesi, ventiquattro giorni chiuso in una stanza. Con occasionali affacci al balcone sull’elegante stradina londinese di Knightsbridge a pochi passi dai grandi magazzini Harrods. Meno di sette anni per trasformare Julian Assange da rockstar (con film hollywoodiano sulla sua vita, protagonista Benedict Cumberbatch) a sospetta spia russa, collaboratore della televisione di Stato russa, idolo della destra americana dopo l’affondamento della campagna di Hillary Clinton del 2016 a suon di hackeraggi. Assange ospite sempre meno gradito del governo dell’Ecuador che a un certo punto cerca anche di dargli un passaporto diplomatico per spedirlo a Mosca come inviato (dove avrebbe raggiunto il «collega», e fonte, Edward Snowden). Quando la polizia inglese conferma che non lo considereranno valido, quel lasciapassare, e lo arresteranno comunque, il governo ecuadoriano finisce per minacciare di tagliargli la connessione Internet, come ai teenager capricciosi. E così l’(ex?) hacker più ricercato del mondo finisce impantanato in una causa legale contro i suoi ospiti di tipo condominiale: alla fine lo costringono a pagarsi le spese mediche, nettare il wc e prendersi miglior cura del gatto. 

La lunghissima permanenza obbligata a Londra di Julian Assange, inventore e leader di Wikileaks in fuga dalla giustizia svedese, britannica, americana, è simultaneamente un romanzo di spionaggio che piacerebbe a John le Carré, un legal thriller alla John Grisham, e un poco tranquillizzante segno dei tempi. 

La vicenda legale, molto complessa, può essere riassunta così: nel 2010 la giustizia svedese vuole interrogare Assange (che si trova in Inghilterra) sulle accuse di aggressione sessuale e stupro che gli sono state rivolte da due donne. Lui non vuole muoversi perché teme di essere estradato dalla Svezia negli Stati Uniti (che lo stanno indagando per le rivelazioni sui segreti militari americani rubati dal soldato Manning e da altri e poi pubblicati da Wikileaks). Nel novembre 2010 la Svezia spicca un mandato di arresto internazionale (verrà ritirato per impossibilità di interrogare l’accusato ma c’è tempo fino a agosto 2020, prima della scadenza dei termini, per ripartire daccapo). Il mese successivo, dopo una breve detenzione, Assange esce su cauzione e comincia il lungo e tortuoso sentiero degli appelli. Alla fine, il 19 giugno 2012, si rifugia nell’ambasciata dell’Ecuador violando le condizioni della libertà su cauzione. 

Perché l’Ecuador? Perché l’allora presidente Correa, che Assange aveva appena intervistato per il suo programma per RT, emittente russa, era un fan di Wikileaks e della sua campagna obiettivamente molto imbarazzante per gli Stati Uniti sul piano diplomatico e devastante sul piano dell’organizzazione dell’intelligence. Così Correa accoglie Assange concedendogli asilo, ergendosi a paladino della libertà di parola.

In realtà Correa, si è visto in seguito, ha cominciato a spiare Assange quasi subito (Operazione Hotel) ma i rapporti tra Ecuador e Wikileaks si guastano ufficialmente nel 2016 quando la campagna presidenziale di Hillary Clinton deraglia: vengono violati dagli hacker (russi, è l’ipotesi più accreditata) i database del partito democratico e del direttore della campagna clintoniana John Podesta. Wikileaks pubblica tutto nell’aperto entusiasmo dei repubblicani (e di Pamela Anderson, ex bagnina di Baywatch), l’Ecuador taglia Internet a Assange per cercare almeno formalmente di distanziarsi dall’ospite sempre più ingombrante. Assange finisce di alienarsi le simpatie del governo dell’Ecuador quando Correa lascia il posto a Lenin Moreno (maggio 2017). Moreno, che era il vice di Correa, definisce da subito Assange «un problema» e si capisce che il vento è cambiato. Assange si mette a far campagna pro-indipendenza catalana (non potrebbe) ma soprattutto Wikileaks, due mesi fa, rende pubblici gli «Ina Papers», fortemente imbarazzanti per Moreno. Sospetti di corruzione oltre alle mail personali (Gmail, messaggi WhatsApp e Telegram) del presidente e della moglie. 

Ormai è aprile 2019: Moreno dice apertamente alle radio del suo Paese che Assange viola «ripetutamente» gli accordi e hackera «mail personali» dall’ambasciata. Il tempo è scaduto. 

Matteo Persivale - Corriere della Sera

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