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Pascal

154: Un passo indietro

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STEPS - VAMPIRE WEEK END
BACK HOME - CARIBOU
ADIOS MUCHACHOS - CARLOS GARDEL
TODO CAMBIA - MERCEDES SOSA

Prima storia: Sbarre di Giampaolo Galassi

Mi trovavo davanti alle sbarre abbassate di un casello del mio paese, ero a piedi e faceva molto freddo. Ero solo. Le sbarre abbassate ed io, quarant'anni fa. Quelle sbarre le conoscevo da tempo, da bambino mi fruttarono un bel bernoccolo. Ero in auto con mio padre, seduto sul sedile destro della nostra 1100, il semaforo iniziò a lampeggiare e la sbarra dal nostro lato a scendere. Lui esitò e infine decise che era bene affrettarsi, poi forse pensò a me e frenò bruscamente. In assenza di cinture di sicurezza andai in proiezione contro il duro cruscotto della Fiat. "Non dirlo alla mamma", mi disse preoccupato. Ora, ero io a dover prendere una decisione. Una persona furba non avrebbe avuto nessun pensiero al riguardo, invece mi guardai attorno e constatai che davvero non c'era nessuno, ero solo. Ero solo e volevo passare di là perché avevo fretta, anche se non ho nessun ricordo di cosa dovessi fare e dove sarei dovuto andare. Passò lentamente un treno merci proveniente da nord, dalla vicina stazione. Mi abbassai per oltrepassare la sbarra, aspettai che anche l'ultimo vagone scorresse davanti a me per poi attraversare il primo binario. Arrivato al secondo binario, un fischio mi fece portare lo sguardo a sud, un fischio e due fari. Avevo un treno diretto davanti a me, non si sarebbe fermato alla stazione. Scattai di lato, il vento mi voleva portare verso il convoglio lanciato ma rimasi in piedi ad ogni ondata dei singoli vagoni. Il treno passò ma continuò a fischiare ancora per molti secondi, era un rimprovero, o una maledizione, o tutte e due le cose. Al momento non pensai molto alla cosa, ma nei giorni che seguirono ero malfermo sulle gambe, tremavo come una foglia, non parlavo con nessuno. È come quando urti da qualche parte e il dolore lo senti nei giorni successivi, si è irradiato e cerca la sua strada. Ora conosco l'effetto doppler, se mi applico posso capire la dinamica delle forze che mi hanno permesso di non essere travolto dal treno. Non capisco invece cosa mi aveva spinto a compiere un gesto così stupido e avventato e provo solo gratitudine.


Seconda storia: il capitano coraggioso

"La squadra era ricca di talenti ma non c'era lui: Jorge Carrascosa. L'anima di quella squadra. El Lobo disse di no. Voltò le spalle ai suoi colonnelli, gettò a terra la sua fascia perché non voleva sporcarla di sangue".
 1978, l’Argentina del dittatore Jorge Rafael Videla si appresta ad organizzare il nuovo campionato del mondo di calcio. Un’occasione unica per il regime militare per fare il pieno di consensi al cospetto del mondo intero e al contempo di nascondere le persecuzioni e il drammatico fenomeno dei “desaparecidos”, i migliaia di oppositori politici che quotidianamente scomparivano nel silenzio generale. Nel quadro disegnato dalla propaganda, la Nazionale di calcio argentina avrebbe dovuto vincere quel Mondiale e così accadde. Fu un torneo contrassegnato dall'interferenza del regime nell'indirizzare le partite e nel corrompere i giocatori avversari. Una messa in scena dalla quale decide di rimanere fuori il capitano di quella squadra: Jorge Carrascosa, difensore dal grande carisma che alla vigilia del Mondiale rifiuta la convocazione. Una scelta che si ripercuoterà nella carriera del calciatore, ritiratosi pochi mesi dopo, a soli 31 anni, e ben presto finito nell'oblio. La dignità e la coerenza con sé stessi a volte valgono molto più di una coppa, anche se è quella che tutti i calciatori sognano fin da piccoli. 
La storia di Jorge Carrascosa l'abbiamo letta su Radio Bullets, in un articolo di Giuliano Terenzi dal titolo "Il capitano coraggioso".
Jorge Carrascosa (Fonte: Wikipedia)
25 giugno 1978, Argentina e Olanda una di fronte all'altra nella finale della Coppa del Mondo (Fonte: Wikipedia)

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