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Pascal

140: La mia battaglia

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Due uomini e un palo e una donna che si è ribellata

Playlist: 

BATTLE OF MY OWN- DEF LEPPARD
THE CRACKS - ANOTHER SKY
LEARN IT ALL AGAIN TOMORROW - BEN HARPER
GOD IS A WOMAN - THE MAYRIES
HOPE IS A DANGEROUS THING FOR A WOMAN LIKE ME TO HAVE - BUT I HAVE IT  LANA DEL RAY

Prima storia: 50 notti su un palo di Andrea Mascia 

Il mio ufficio era particolare, piccolo quanto uno sgabuzzino, gli arredi consistevano in due poltrone, due piccoli tavolini, una sorta di sgabello, diverse leve e tante lucine e tanti interruttori. Piccolo ma non angusto e dalle sue finestre si godeva del panorama più bello del mondo. Era appeso nell'aria e sopra il tetto aveva le stelle, la luna o il sole; sotto si trovavano la terra, il mare o le nuvole, davanti, a destra e a sinistra, l'infinito. Un giorno la Compagnia per la quale lavoravo annunciò 1634 licenziamenti tra i quali 176 piloti. Da sempre i comandanti di compagnie aeree sono considerati dei privilegiati ma, che noi lo fossimo o no, le crisi non hanno occhi per nessuno e questa, stava per investire me e tanti miei colleghi e amici. La Compagnia ed il lavoro erano la terza essenza della mia vita e mai avrei immaginato che un giorno mi sarei infilato una maglietta rossa e sarei sceso in trincea con tanti altri colleghi. Si manifestava in tutte le città basi della compagnia, a Roma sotto i Ministeri, o sotto il Consiglio Regionale ma ogni azione sembrava vana. Occorreva un'azione forte ma responsabile, pacifica ma capace di sorprendere i media. Ma cosa? Pensai al tetto del museo ma era una forma di protesta già sperimentata da ricercatori universitari, impiegati, operai e poi, era troppo vicino al suolo e forse, più adatto ad un "terrestre" che non a gente dell'aria. Come diceva Albert Einstein: “E’ dalle crisi che nascono le migliori soluzioni”. E così, dopo tante manifestazioni mi si accese una lampadina che avrebbe poi dato più luce alla vertenza: un presidio aereo. 
Ma chi sarebbe stato disposto ad esporsi così tanto? Pensai anche a qualche collega donna, ma le pochissime alle quali mi sentii di esporre in segreto questo progetto, non furono così "folli" da accettare e tra poco, capirete perché. Gli uomini non sono più forti e più coraggiosi delle donne e così, individuare un collega maschio disposto ad intraprendere questa avventura non fu affatto facile. Però, alla fine il compagno lo trovai; era la persona più adatta, un caro amico con il quale avevo volato a lungo assieme. L'equipaggio era formato: un comandante ed un assistente di volo e da qui iniziò una nuova ma inusuale missione. Assieme progettammo di occupare la sommità di uno dei cinque pali faro che illuminano l'aeroporto Costa Smeralda di Olbia; era alto 35 metri e in sommità aveva un cestello che da giù, stimavamo di circa 3 mq. Contavamo di stare lì su per qualche giorno ma così non fu. Per paura che la notizia si diffondesse e venissero prese iniziative per impedircelo, solo i colleghi più fidati sapevano di questo progetto. Nella notte del 15 ottobre 2014, attrezzati di corde, imbracature, caschi, utensili da officina, viveri e tablet, con l'aiuto di altri due amici, eludevamo la sorveglianza dei parcheggi e scalammo quel Palo del piazzale che tanto avevamo studiato. In sommità, incontrammo due cornacchie assonnate le quali, sorprese ed arrabbiate, lasciarono il loro nido e, dopo avere volteggiato intorno a noi per qualche ora, finalmente si allontanarono facendoci pensare che non le avremo più riviste. 
I potenti fari illuminavano a giorno il cestello e sotto di noi prendeva vita la città che ogni giorno si sveglia prima del sorgere del sole. Tutto appariva nuovo e ciò che per noi sarebbe dovuto essere familiare, per l'emozione, appariva come un luogo quasi sconosciuto. 
Facemmo appena in tempo a tirare su tutte le attrezzature e i viveri che il sole fece capolino da dietro l'isola di Tavolara illuminando il cestello occupato come presidio aereo e uno striscione lungo 35 metri sul quale centinaia di nostri colleghi, senza sapere che avrebbe sventolato lì su, avevano apposto la propria firma. Con la luce, arrivarono le forze di Polizia, i Vigili del Fuoco, l'informazione locale e persino un elicottero dal quale venivano fatte riprese aeree. Quell'avventura studiata con tanto scrupolo aveva inizio, il Palo prese vita e dopo tante manifestazioni, cortei e presidi negli aeroporti, il suo cestello diventò la nuova sede della vertenza dei lavoratori e, come mai era accaduto prima, unì tanti fronti che da sempre avevano mostrato scarsa predisposizione alla partecipazione. Nei giorni a seguire, molte furono le visite di sostegno da parte di altre vittime delle crisi del lavoro: alcune delegazioni del Movimento Pastori Sardi, gli operai della siderurgia del Sulcis, quelli dell'ex polo chimico di Ottana, i minatori dell'Igea, gli agricoltori, associazioni folk, studenti di ogni ordine scolastico, associazioni di volontariato, i vescovi della Sardegna, Sindaci, assessori, consiglieri regionali, onorevoli, euro deputati, segretari di partito. 
Su quel cestello fu girato anche un docufilm intitolato "Una Notte Sul Palo" mentre la Rai, mandò un inviato per fare una intervista. Il Palo illuminò tante candele spente della Sardegna, riaccese le speranze di tanti lavoratori minacciati di licenziamento e la sua luce giunse sino al Santo Padre che convocò i lavoratori della compagnia sarda ad udienza pubblica in Vaticano e, davanti al mondo, rivolse ai responsabili della Compagnia una preghiera che terminava così: Per favore, nessuna famiglia senza lavoro. A queste parole di papa Francesco seguì un grande urlo di fede e di passione. Dopo l'appello del Papa, i manifestanti per una volta si tolsero le loro magliette rosse della protesta, per indossare l'elegante uniforme che li identificava come membri di equipaggio ed entrarono in Commissione Europea dove erano stati invitati in commissione trasporti. Il Palo era vita, li su, assieme alla grande bandiera con i quattro mori, sventolavano altre bandiere e striscioni consegnatici da altri lavoratori e disoccupati. 
Il Cestello, con il suo accampamento, resisteva ai venti di burrasca ed ai temporali, sotto si ballava, si suonava, si piangeva, si socializzava. Molti si domandavano cosa avessero a che fare i piloti e gli assistenti di volo con i Pastori, i minatori e gli operai. Noi rispondevamo: "Il lavoro. Quel lavoro che muore e non ritorna". Il cestello di tre mq, era polivalente e fungeva da ufficio, redazione, studio televisivo, radio, teatro, sala da pranzo, camera da letto e ogni tanto all'alba, per sollecitarci a ritornare alla vita da "terrestri", tornavano Robertina e Paolina, le due cornacchie da noi sfrattate il giorno che occupammo il Palo e che avevamo battezzato con i nomi dei due principali dirigenti della Compagnia. Come ho scritto sopra, Alessandro ed io avevamo pianificato di stare lì su qualche giorno, forse una settimana, invece quel Palo è stata la mia casa per 50 giorni, 25 dei quali, condivisa con Alessandro. La domanda più ricorrente che ancora oggi mi viene rivolta, riguarda l'espletamento delle necessità fisiologiche. Per questo, dieci metri più sotto, in un più un piccolo cestello di disimpegno, avevamo piazzato un WC chimico e creato la necessaria privacy oscurando la toilette con striscioni che richiamavano la lotta. Per il mangiare, avevamo a disposizione tante cuoche stellate che a colazione, pranzo e cena ci portavano le ordinazioni raccolte il giorno prima. Inoltre parenti, amici, parenti degli amici e sconosciuti, ci davano il loro sostegno donandoci gustosissime leccornie. Il Palo non stava mai fermo, ed anche senza vento, oscillava ad ogni nostro movimento facendoci capire che anche noi non potevamo essere statici. Così di comune accordo decidemmo che uno sarebbe dovuto scendere per guidare la marcia a difesa del lavoro della Sardegna. Una notte, eludendo il controllo delle nostre sentinelle, Alessandro lasciò il Palo per poi risalire 25 giorni più tardi. Alessandro salì perché volevamo chiudere il Palo assieme. Mettere i piedi a terra fu strano, c'era tanto frastuono, tanti amici da abbracciare, dovevamo ringraziare le Forze dell'Ordine e i VV/FF che avevano vigilato su di noi, l'informazione che era stata una delle anime del Palo e dopo questa bellissima cerimonia, io mi unii alla manifestazione di centinaia di amici giunti anche dalle altre basi per presidiare l'incontro tra azienda e sindacati. La civile protesta continuò ma si sa, nelle guerre non si vince mai e così, se sono stati salvati molti posti di lavoro, tanti altri sono stati comunque persi. Io invece, dopo essere sceso dal Palo occupato durante il lungo periodo di cassa integrazione, fui sottoposto ad una perizia neuro psichiatrica straordinaria, poi messo in addestramento e, dopo avere superato brillantemente ogni prova ed ogni esame, mi furono ritirate le funzioni di comando e quindi sospeso dal lavoro a tempo indeterminato. Dopo quasi due anni di inutili trattative, decidevo di chiudere quella fase della mia vita e aderivo al piano di licenziamento di massa come non oppositore. Per 27 anni la Compagnia è stata la mia seconda famiglia e molto spesso anteponevo, senza misura, l'interesse di questa a quello della famiglia vera. La Compagnia, oltre al benessere economico, aveva rappresentato per me professionalità, prestigio e gioia. E fu per l'amore che ho sempre avuto per lei e per l'importanza nell'economia e nei servizi della mia isola che presi questa dura posizione contro il licenziamento di massa, sicuro che questo, come poi è avvenuto, avrebbe comportato grosse ripercussioni sociali ed economiche in un territorio di per sé complesso. È difficile stipare in un cassetto quarant'anni di volo e così, dopo il licenziamento, ho acquistato un piccolo aeroplano da turismo e oggi, sono diventato comandante di me stesso. Alessandro ed io siamo stati condannati a 30 giorni di reclusione per invasione di suolo pubblico ma abbiamo chiesto l'ammissione alla Messa a Prova e affidati ai servizi sociali che svolgeremo a breve.
 

Seconda storia: La storia di Franca Viola

"L'attenzione di tutta la stampa locale e nazionale è altissima: è la prima volta che una donna sceglie di dichiararsi "svergognata" e sfidare le arcaiche regole di un "onore" presunto e patriarcale"
La figura di Franca Viola è senza dubbio uno dei simboli della lotta all'emancipazione femminile in quel lungo percorso fatto di battaglie e di ribellioni che, nel corso degli anni '70, ha portato alla luce le forti discriminazioni che le donne vivevano all'interno di una società ancora fortemente maschilista e patriarcale, specialmente nel Mezzogiorno. Proprio in un piccolo paese della Sicilia è ambientata la storia di Franca Viola, passata alla storia per essere stata la prima donna ad opporsi al cosiddetto "matrimonio riparatore", un articolo del codice penale italiano, in vigore fino al 1981, che permetteva a uno stupratore di evitare il carcere se sposava la persona vittima della violenza. Il coraggio dimostrato da Franca nell'andare contro le tradizioni dell'epoca, le logiche mafiose e le pressioni sociali la rendono ancora oggi uno dei principali esempi per donne e uomini che continuano la lunga battaglia per garantire diritti e dignità agli esseri umani.  

La storia di Franca Viola è stata oggetto di numerosi libri, film e documentari. Il suo nome è oggi presente in molte antologie di storia e le istituzioni le hanno riconosciuto diverse onorificenze per il coraggio e l'importanza avuta nel cambiare i costumi della società italiana. Noi abbiamo tratto la storia da una articolo del Post dal titolo "La storia di Francia Viola". 

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