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Pascal

131: Di nuovo in piedi

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Cosa può succedere durante un'arrampicata e un'atleta che si è rialzato dopo una caduta

Playlist: 

WAKE UP - ARCADE FIRE
OUR WAY TO FALL - YO LA TENGO
NOTHING AS IT SEEMS - PEARL JAM
HOLOCENE - BON IVER

Prima storia: Esserci ancora di Raffaele 

Voglio ancora parlarne. Anche perché nonostante tutto sono ancora qui. E nonostante tutto ora la mia paura è di dimenticare, di lasciare che tutto sfumi e venga assorbito dal normale dipanarsi di un'esistenza incastrata nella quotidianità. Voglio ancora parlare della paura, dell'elicottero, della sensazione di quando, ancora a terra nella polvere, ho ricominciato a sentire le gambe, a muoverle.Della sensazione di quando ancora a terra nella polvere ho ricominciato a sorridere. Delle persone che mi sono state vicine, che non ho mai ringraziato a sufficienza, e di quelle che si sono allontanate, ferendomi come mai in vita mia. Senza un ciao, senza un come va. Della paura di non tornare mai più a far quelle tre o quattro cose che ti dicono chi sei. Suonare. Scalare. Era il giorno del mio compleanno. L'unico giorno di ferie che ero riuscito a prendere a causa di un lavoro assurdo con carichi insopportabili e un impianto emotivo e di autodisciplina fin troppo ben rodato al sacrificio. Sia chiaro: non faccio l'eroe; io odio queste sensazioni. Odio lavorare in questo modo. Ma lo faccio perché è la cosa in cui credo di più. Era un tiro di 7b+/7c, su conglomerato arancione con colate blu. 35metri di pura continuità, che a usar bene i piedi diventavano anche gestibili, senza passi secchi. È questo il bello del conglomerato. Una roccia strana e delicatissima. Ed è questo il brutto del conglomerato: è fragile, soprattutto i primi mesi autunnali, alle prime piogge dopo aver preso tutto il sole dell'estate. La prima protezione è altissima, ma ci sta. I primi metri saranno massimo III+. Il punto è che il rovescio da tenere per infilare il rinvio nello spit zampilla acqua che è una meraviglia. Opto per un tridito sulla destra. In una posizione strana. Ma va beh, tiro un attimo e faccio tutto. Il tridito si sgretola. Vengo giù. Cavolo, È successo. È successo proprio a me. In una maniera coì veloce poi, così incurante, così fredda. Come se mi aspettassi dagli eventi non so che tipo di precauzioni o avvertimenti. Il pollice sinistro è messo male. Ma posso farcela. Provo ad alzarmi. Il dolore al fianco è lancinante. Non ho mai provato nulla di simile. Il bacino è fratturato in due punti. Ricado a terra. Ci riprovo. Mi viene da vomitare. Il cane che avevamo smette subito di abbaiare e mi si sdraia sopra. Sul fianco sinistro. Zitto e attento. Si sposta solo quando arrivano i soccorsi. Lei invece è terrorizzata. E mi sento in colpa. Perché avrei voluto offrirle e farle vedere molte più cose. Molto più belle. Di me e dell'arrampicata, che amo così tanto, in maniera così ingombrante. Avrei voluto mostrarle meno ego e più paura. Ero innamorato. Tanto. E forse lo sono ancora. Ma ero anche un cazzone. Pochi giorni dopo infatti, ci separeremo. Ognuno per la sua strada, se così si può dire, per uno immobilizzato a letto. Penso a lei spesso. A volte con rabbia. A volte con dolore. mi capita di rivederla. Ho riniziato a scalare. Con risultati che hanno dello stupefacente, ma che stupefacenti in realtà non sono se si guarda bene a quel che alberga in me. A tutte le cose che dovevo riprendermi e a ciò che di nuovo invece ho scoperto: che ho dentro un groviglio di sentimenti e rabbia e dolore e paure e urla strozzate in gola; d'amore, di gioia di disperazione. Come una corda da 80 metri che sbagli a riporre nel furgone. Per scioglierla da tutti quei nodi servirà tempo. Ora non posso fare altro. Ora son qui, con mia nipote che ha appena preso sonno, dopo che l'ho fatta saltare e giocare e cantare mentre le suonavo la chitarra. Mentre la tenevo in braccio. Con la mia mano sinistra, che è tornata a funzionare. Perché davanti a tutto questo amore l'animo si distende e dimentichi le ferite, dimentichi la rabbia. Lo so. Tornerà. Tornerà tutto in rigurgito. Ma ora, nel frattempo, questo spazio vuoto lo riempio con della quiete esistenziale. Che è tutto ciò che conta. A dar senso ad un'esistenza. A dar senso a questo esserci ancora, che non posso sprecare.

Seconda storia: Derek Redmond, quando lo sport diventa leggenda

"I test atletici sono impeccabili e anche il cronometro dà ragione a Derek: è lui il favorito, stando ai bookmakers. Corre in corsia cinque, parte in agilità e inizia la solita progressione, ma poi, ai 150 metri sente un rumore"
Derek Redmond è una giovane promessa dell'atletica leggera britannica che fin da piccolo si distingue per le sue qualità sopra la media. E' lui la speranza inglese nei 400 metri per i giochi olimpici di Seul del 1988. Durante la fase di riscaldamento, prima della semifinale, Derek si infortuna gravemente: il tendine d'Achille cede ed è costretto a ritirarsi. Sono i primi segnali di un fisico di cristallo che lo tormenterà per tutta la carriera, costringendolo alla fine a ben 13 operazioni. Redmond  però non si perde d'animo e si ripresenta ai blocchi di partenza quattro anni dopo ai giochi di Barcellona, forte del miglior tempo dell'anno e dei favori dei pronostici. Ancora una volta però il fisico dell'atleta britannico cede a metà percorso. Lo spettro di un altro ritiro si prospetta di fronte a Derek. Quella gara però l'inglese la deve portare a termine, anche se in lacrime, anche se zoppicando. A modo suo, Derek Redmond entrerà nella storia di questo sport.  

Abbiamo letto questa storia su Storie di Sport in un articolo di  Roberto D'Ingiullo intitolato “Father and Sond”.

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