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Classicaradio

Nobile semplicità, grandezza serena

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Beethoven, Le rovine di Atene op. 113

Nelle varie discipline definizioni e periodizzazioni non sempre corrispondono; così ad esempio il Trecento, visto in arte e letteratura come primissimo denso preludio al Rinascimento, nelle sue espressioni musicali è recepito dai più come quasi arcaico. Allo stesso modo parlare di Classicismo nelle arti figurative ci riporta automaticamente a Roma e all’antica Grecia, mentre la musica associa questo concetto, saltando parecchi secoli, a Mozart, Haydn e Beethoven - vissuti a loro volta nel periodo detto Neoclassico; termine che si applica ai repertori musicali della seconda e terza decade del Novecento. Insomma, intrecci complicati che non ci turbano più di tanto ma che teniamo comunque nella dovuta considerazione.

Nel 1755 Winckelmann aveva scritto le Considerazioni sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura; nelle opere dell’antichità greca e romana – percepite allora come autentiche meraviglie – egli legge quella “nobile semplicità e serena grandezza” che sarà spesso usata proprio per definire le caratteristiche di cosa sia classico. Poco più avanti il Winckelmann scrive: “Entra, o lettore, con lo spirito nel regno delle bellezze incorporee e cerca di crearti l’immagine di una natura divina, per poterti colmare l’anima con l’idea di bellezze soprannaturali”. Lo studioso ammette la presenza di passioni ed emozioni, ma esse, “come la profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie”, appaiono dissimulate in armonia con un pensiero superiore, pertanto non vulnerabile.

In questa luce diventa allora in parte meno oscuro quanto classica possa effettivamente apparire l’ispirazione di Ludwig van Beethoven, imprescindibile anello di congiunzione tra l’affermazione ideale e tecnica della costruzione musicale e le esigenze talora esasperate della incipiente sovversione romantica.

Per inaugurare il teatro nella (allora tedesca) città di Pest Beethoven compose nel 1811 le musiche di scena per un testo allegorico sull’arte scritto da August von Kotzebue e intitolato Le rovine di Atene: Giove Minerva e Mercurio vedono Atene devastata dalle invasioni turche e Roma depredata dai barbari, mentre Pest, abitata dalle muse, ospita grandi personaggi tra cui Egmont Wallenstein e Coriolano (eroi significativi nel catalogo beethoveniano). La scelta degli Dei di Pest come nuova sede di ogni virtù culminerà nel trionfo dell’imperatore Francesco I “che il popolo ama e venera come un padre”.

Beethoven riciclerà quel suo lavoro nel 1822 per l’inaugurazione di un altro teatro, a Vienna questa volta, pensando di riformularne, rinnovandola, l’Ouverture; il brano, che verrà solo in seguito rivisitato da Beethoven come rilettura attenta del linguaggio barocco, è oggi noto come “La consacrazione della casa”.

Pubblicate come opera 113, Le rovine di Atene si articolano in una Ouverture e otto numeri per solisti e coro, dei quali proponiamo la selezione eseguita, con applausi imprevisti dopo l'il primo brano, in un concerto Rai degli anni ‘80; tra i lavori meno eseguiti del musicista di Bonn, almeno integralmente, questa musica mostra soprattutto nelle caratterizzazioni sonore e nell’uso dei colori vocali e strumentali un approccio coloristico interessante, anticipando spunti linguistici del Beethoven più maturo.

Ludwig van Beethoven
da Le rovine di Atene, musiche di scena per soli, coro e orchestra op. 113:
 - Ouverture (Andante con moto. Allegro, ma non troppo)
 - Coro dei dervisci (Allegro ma non troppo)
 - Marcia Turca (Vivace)
 - Coro finale (Allegro con fuoco)

Orchestra Sinfonica e Coro di Milano della Rai
direttore, Miltiades Caridis
maestro del Coro, Vittorio Rosetta

Registrato a Milano il 22 luglio 1986

Antonio Canova
Dedalo e Icaro (part.)
Xavier Caré per Wikimedia Commons 

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