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Leonora Carrington 4 | Giù in fondo

Leonora Carrington 4 | Giù in fondo
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«Abitavo a Saint Martin d'Ardèche. Avevo pianto per qualche ora, giù, nel villaggio. Poi me n'ero tornata su a casa dove per ventiquattr'ore mi ero abbandonata a conati di vomito provocati volontariamente con acqua di fiori d'arancio e interrotti da un breve sonno. Speravo allora di stornare la sofferenza con quegli spasmi violenti che squassavano il mio stomaco come scosse di terremoto».
«Abitavo a Saint Martin d’Ardèche. Avevo pianto per qualche ora, giù, nel villaggio. Poi me n’ero tornata su a casa dove per ventiquattr’ore mi ero abbandonata a conati di vomito provocati volontariamente con acqua di fiori d’arancio e interrotti da un breve sonno. Speravo allora di stornare la sofferenza con quegli spasmi violenti che squassavano il mio stomaco come scosse di terremoto». È quello che Leonora Carrington confessa in Giù in fondo, un piccolo libro (uscito a Parigi nel 1973, ma che è un diario che ha scritto tra il 23 e il 27 agosto del 1943. E riguarda i giorni e i mesi che seguono il secondo arresto di Max Ernst. È il maggio del 1940 e fuori dalla loro casa nel sud della Francia stanno accadendo molte cose: dal crollo del Belgio all’entrata dei tedeschi in Francia. Finché la grande Storie entra, anzi, rientra a casa loro. Max Ernst viene ammanettato e portato, e per la seconda volta, in un campo di concentramento. Leonora Carrington rimane sola nella loro immensa casa di Saint Martin, e perde il controllo: comincia ad andare tutti i giorni al bar del villaggio, beve, si indebita. Lei ha 22 anni, e da quando il suo uomo, con le manette ai polsi e una guardia armata di fucile al fianco, è stato portato via, è in preda all’angoscia. Non ha più soldi e decide di lasciare quella casa che lei e Max avevano amato e curato in ogni dettaglio, lascia in pegno anche la vigna per pagare i suoi debiti ai padroni del bar, firma una delega in cui lascia tutto, anche le sculture e i dipinti suoi e di Ernst. In cambio avrebbe dovuto ricevere 20 mila franchi, pochissimo, che per di più non le verranno mai dati. Leonora scappa con una piccola valigia in mano, su cui c’è scritto “rivelazione”. Va a Madrid invasa dall’angoscia e divorata dai rimorsi per aver abbandonato Max ha un crollo nervoso viene rinchiusa in un manicomio a Santander, in Spagna, dove viene giudicata “pazza incurabile”. Viene sedata, legata al letto dove viene lasciata nuda e sottoposta a terribili cure basate sull'induzione farmacologica di crisi epilettiche. Prende medicine che le lacerano il cervello: «Sprofondavo in un pozzo… lontano lontano… Il fondo di quel pozzo era la stazione di arrivo, una stazione eterna nel colmo dell’angoscia. Ma capirai mai che cosa voglio dire quando parlo dell’essenza del colmo dell’angoscia? Grazie a una strana convulsione del mio centro vitale, risalii con una vertiginosa rapidità alla superficie. Vedevo di nuovo gli occhi fissi, orrendi e urlavo. E sprofondavo di nuovo nel panico eterno». Come scrive Breton, il libretto Giù in fondo è la storia di «uno di quei viaggi da cui si hanno poche probabilità di tornare».
Leonora però, dopo sei mesi terribili, riesce a uscire dal sanatorio spagnolo e i suoi familiari le mandano la sua ex governante come infermiera personale per portarla prima a Lisbona per poi capire il da farsi e semmai accompagnarla in un altro manicomio. Ma prima di ripartire, a Lisbona, Leonora entra in un bar e simula un mal di stomaco: riesce a scappare dall’uscita secondaria, monta su un taxi e si fa portare all’ambasciata messicana dove chiede di Renato Leduc, lo scrittore e poeta messicano, che Picasso le aveva presentato a Parigi. In pochissimo tempo lui la sposa, per farle avere la nazionalità messicana e andare insieme a New York, lontano dalla guerra, lontano dall’angoscia.
Ma le sue allucinazioni non vanno via e finiscono nei suo racconti. In uno, dal titolo Conigli bianchi scrive: «Corsi via barcollando, soffocata dall’orrore; ma una curiosità infernale mi spinse a guardarmi dietro le spalle, quando ormai avevo raggiunto l’uscita. Vidi la donna agitare la mano al di sopra cella balaustra, e mentre lo faceva le sue dita si staccavano e cascavano al suolo, come stelle cadenti».

Bibliografia, per approfondire
Leonora Carrington. Un viaggio nel Novecento, dal sogno surrealista alla magia del Messico, di Giulia Ingrao (Mimesis)
Leonora Carrington, La debuttante (Adelphi)
Leonora Carrington, Giù in fondo (Adelphi)

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07/10/2019

"Era un ometto dall'aspetto straordinario, alto meno di un metro e sessantacinque, con un portamento eretto e dignitoso. La testa era a forma di uovo, costantemente inclinata da un lato. Le labbra erano ornate da un paio di baffi grigi, alla militare. Il suo abbigliamento era inappuntabile. Penso che un granello di polvere gli avrebbe dato più fastidio di una ferita, eppure questo elegantone, che zoppicava leggermente, era stato ai suoi tempi uno dei funzionari migliori della polizia belga. Come investigatore, aveva un fiuto straordinario. Poteva vantare al suo attivo numerosi trionfi, era riuscito a risolvere casi davvero complicati".

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C'è una foto che rivela che la scrittrice di gialli Agatha Christie fu una delle prime persone, in Gran Bretagna, a provare a surfare stando in piedi

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09/10/2019

È il 3 dicembre del 1926 quando Agatha litiga per l'ennesima volta con suo marito Archie. Era stato un matrimonio felice, ma lui col tempo si è innamorato della sua segretaria, quindi vuole lasciare la moglie e chiedere il divorzio.

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10/10/2019

"L'edificio della spedizione, costruito in mattoni, si stende sul lato orientale di una collinetta e comprende una cucina, un soggiorno che diventa sala da pranzo, un piccolo ufficio, un laboratorio, un magazzino, una camera oscura. Noi dormiamo in tende. Sulla porta dell'edificio c'è un cartoncino su cui è stampato in caratteri cuneiformi 'Beit Agatha' ovvero la casa di Agatha".

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