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Un concetto di concerto

Un concetto di concerto
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M. Ravel, Concerto in sol per pianoforte e orchestra

14 gennaio 1932, Parigi. Nella Salle Pleyel sul podio dell’Orchestre Lamoreux Maurice Ravel dirige la prima esecuzione del suo Concerto per pianoforte e orchestra. Non è l’unico Concerto pianistico scritto dal musicista francese, ma per distinguerlo dall’altro, coevo e per la sola mano sinistra, è sufficiente la tonalità. Quello in re, questo in sol. “Concepire i due concerti simultaneamente è stata un’esperienza interessante”.

In una nota intervista al Daily Telegraph Ravel esplica ampiamente i presupposti all’origine del Concerto il sol: “La musica di un concerto, secondo me, dev’essere leggera e brillante, e non mirare alla profondità o agli effetti drammatici. Di alcuni grandi classici s’è detto che i loro concerti erano scritti non “per” ma “contro” il pianoforte. E’ un’osservazione che mi pare colga perfettamente nel segno. In principio avevo pensato di intitolare il mio concerto “divertissement”. Poi m’è parso che non sarebbe stato utile, perché il titolo stesso di “concerto” dovrebbe chiarire a sufficienza il carattere dell’opera […] Contiene qualche accenno di jazz, ma poca cosa”.

Solista alla première parigina era stata Marguerite Long, dedicataria del Concerto; in ricordo del marito della pianista, morto nella prima guerra, Ravel aveva scritto anni prima la Toccata finale del suo Tombeau de Couperin, e del Tombeau la Long era stata nel 1919 la prima interprete. Contro il parere dei medici, pochi giorni dopo la prima Ravel, in quel periodo vittima di varie forme di stress da superlavoro, partì con la Long per una tournée di tre mesi che portò il Concerto in sol in giro per l’Europa toccando una ventina di città.

Nello stesso periodo venne realizzata una incisione discografica del Concerto in sol che copriva cinque facciate di vinile a 78 giri; era previsto fosse Ravel a dirigerlo, mentre - come disse il direttore artistico della Columbia francese “A dire il vero fu [Pedro] de Freitas Branco a dirigere, perché Ravel dirigeva male” (di quella registrazione l’autore diresse solo la sua Pavane pour une enfante defunte). Quanto ancora oggi possiamo fortunatamente ascoltare di quelle vecchissime esecuzioni non perde un grammo della carica musicale emotiva sonora ed intellettuale di cui il brano è pervaso: Ravel non poteva sapere che quel mancato divertissement sarebbe poi diventato uno dei pilastri di tutta la letteratura pianistica.

Il classicismo di Ravel (dovendo ricorrere alle a volte comode etichette) si ritrova appieno nell’impianto del Concerto, che tende all’ordine e all’equilibrio con espliciti riferimenti: un concerto nel senso più autentico del termine, nello spirito di quelli di Mozart e di Saint-Saëns […] Ciò che Mozart ha scritto per il piacere dell’orecchio è perfetto, e secondo me anche Saint-Saëns ha raggiunto quest’obiettivo, benché a un livello inferiore”.

Un classicismo, manco a dirlo, in parte contraddetto proprio da quel poco di jazz che si insinua nelle armonie e in alcune frasi e soprattutto da quell’inizio, passato alla storia, affidato a uno schiocco di frusta.

Doverose due righe sull’interprete Martha Argerich: infanzia, studi, figli e matrimoni, vizi paure e intemperanze, una biografia complessa e sottratta da sempre a qualunque forma di gossip. Di lei tutto il mondo conosce la straordinaria potenza interpretativa e una personalità musicale che, proprio come la sua immagine, emana indiscutibilmente da oltre 50 anni fascino e forza. Cose che restano; il mondo della musica è bellissimo anche per questo.

 

Maurice Ravel
Concerto in sol per pianoforte e orchestra
 - Allegramente
 - Adagio assai
 - Presto

Pianoforte, Martha Argerich
Orchestra Sinfonica di Roma della Rai

direttore, Claudio Abbado

Registrato l’8 febbraio 1969 a Roma, Auditorium Del Foro Italico

La presente interpretazione, giustamente passata alla storia, è una delle più belle testimonianze del perfetto accordo musicale nato tra Claudio Abbado e la Argerich nel lontano 1955. Al flauto, Severino Gazzelloni.

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