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Giorgio Scerbanenco 1 | Il ragazzo di Kiev

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"Scerbanenco siede davanti alla sua macchina per scrivere. L'ora in cui tanti operai, tanti impiegati iniziano il loro lavoro. Infila un foglio nel rullo della macchina. Poi guarda il foglio, la macchina, guarda il gatto che imperversa su poltrone e tappeti di casa: pensa. La trama di un suo romanzo sta tutta in una cartellina, al massimo due, si tratta di rapidi appunti sommari, appena un abbozzo di quello che dovrà accadere. Tutto il resto Scerbanenco ce l'ha in testa. Prende a battere sui tasti con regolarità. Non ha più pentimenti o esitazioni. E così va avanti. Tre o quattro ore ogni mattina, tre o quattro cartelle all'ora"
Sul numero del 13 dicembre 1956 della rivista Oggi, lo scrittore Oreste del Buono descrive così Giorgio Scerbanenco. E la foto che accompagna l’articolo lo ritrae con in braccio Bellogatto, un gattino tigrato che posa con lui in una elegante casa milanese. Scerbanenco è stato spesso definito «un romano di Kiev», definizione che a lui però non piace. Infatti pur essendo di madre lingua italiana, soffre il fatto di dover fornire spiegazioni per il suo nome, perché questo lo fa sentire uno straniero in patria. E per non sentirsi più chiedere: ma lei è russo? cambia la k del suo cognome in una c e fa cadere Vladimir adottando solo il secondo nome, Giorgio. E dice di continuo: «La mia lingua madre fu l’italiano e non ho poi più saputo altre lingue». Giorgio (Vladimir) Scerbanenco nasce nel 1911 a Kiev, in Ucraina. Sua madre è italiana, suo padre ucraino, un professore universitario di greco e latino che per ragioni di studio è andato a Roma, dove conosce questa donna e la porta con sé a Kiev. Ma lì scoppiano dei tumulti sanguinosi e il professor Valerian ritiene più prudente che moglie e bambino tornino in Italia, e si ripromette di raggiungerli. Ma non riuscirà mai a farlo. Dopo qualche tempo, Leda cerca di rintracciare suo marito e col piccolo Vladimir attraversa tutta l'Europa per tornare in Russia, durante la rivoluzione. I due vengono internati in un campo a Odessa. Scerbanenco ricorda così, laconicamente, quell’esperienza: «A Kiev, mamma aveva saputo che papà era stato fucilato dai rossi». L’uomo in quanto professore indossava una divisa, ed era stato ucciso come funzionario dello Stato. Questo aggrava la situazione di Leda: in quanto sposata a un russo, subisce le leggi del paese, come del resto suo figlio, nato a Kiev. Intanto però arrivano a Odessa tre navi italiane mandate da Roma per raccogliere i profughi e, in modo avventuroso, Leda e Vladimir riescono a imbarcarsi e ad arrivare a Trieste. Per anni la fame è una costante nella vita di Scerbanenco, anche dopo il ritorno in Italia e l’arrivo a Milano, a 18 anni, nel 1929. È alto, molto magro, con il naso aguzzo e gli occhi sporgenti. È così magro che un medico appena lo vede lo ricovera in sanatorio temendo sia tisico, anche se scoprono che non è affatto malato, ma solo disperatamente affamato. In ospedale, Scerbanenco scrive: «Scoprii l’esistenza dello zabaione, con due uova, con tre, con quattro, con quante ne volevo. La suora che lo distribuiva mi guardava in faccia e me ne allungava un altro oltre alla razione normale». 
In Italia Giorgio e la madre infatti conducono una vita difficile, piena di angustie. Apolide, esule e con difficoltà economiche, Scerbanenco abbandona molto presto gli studi e inizia a fare qualsiasi tipo di lavoro: fresatore, magazziniere e fattorino, fa anche l’ambulanziere/barelliere e il contabile alla Croce Rossa. Infine diventa prima manovale e poi tornitore alla Borletti, una fabbrica che produce orologi e meccanismi di precisione, dove lavora dalle 8 alle sei di pomeriggio. Ma la sera, dalle 8 e mezza all’una legge, studia. Giorgio Scerbanenco è un zelante manovale di giorno, e un assetato studioso quando arriva la notte.

Bibliografia
Il fabbricante di storie. Vita di Giorgio Scerbanenco, di Cecilia Scerbanenco (La nave di Teseo)
 

Ultime Puntate e Podcast

Ascolta Giorgio Scerbanenco 1 | Il ragazzo di Kiev

Giorgio Scerbanenco 1 | Il ragazzo di Kiev

10/06/2019

"Scerbanenco siede davanti alla sua macchina per scrivere. L'ora in cui tanti operai, tanti impiegati iniziano il loro lavoro. Infila un foglio nel rullo della macchina. Poi guarda il foglio, la macchina, guarda il gatto che imperversa su poltrone e tappeti di casa: pensa. La trama di un suo romanzo sta tutta in una cartellina, al massimo due, si tratta di rapidi appunti sommari, appena un abbozzo di quello che dovrà accadere. Tutto il resto Scerbanenco ce l'ha in testa…. Prende a battere sui tasti con regolarità. Non ha più pentimenti o esitazioni. E così va avanti. Tre o quattro ore ogni mattina, tre o quattro cartelle all'ora"

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Ascolta Giorgio Scerbanenco 2 | Mille identità

Giorgio Scerbanenco 2 | Mille identità

11/06/2019

«Mi chiamo Giorgio Scerbanenco. Vivo da 18 anni in Italia e sono italiano. Ho scritto novelle, un romanzo, una commedia per la radio. Ho ventisette anni. Ho molti difetti, ma nessuno li conosce meglio di me. Devo scrivere un romanzo intitolato Ruolino di Marcia: mille pagine, centinaia di personaggi, un capolavoro, ma morirò senza avere avuto il tempo di scriverlo». Così si descrive, lo scrittore, nel 1937.

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Ascolta Giorgio Scerbanenco 3 | In esilio

Giorgio Scerbanenco 3 | In esilio

12/06/2019

«Milano era bella per chi sapeva apprezzarla, bella nelle grandi vie nuove e nelle piccole, che rammentavano antichi comuni medievali, d'autunno quando un velo di fanghiglia ricopre le strade, svela il rosso cotto delle pietre delle strade; di primavera quando un cielo latteo azzurro sembra una bandiera di velo che pesa dall'alto, stesa ad asciugare. Al mattino quando passano i tranvai carichi di operai e impiegati; verso sera, quando corso Vittorio è affollato di gente che cammina piano e sfoggia le ultime giacche, le ultime pettinature».

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Ascolta Giorgio Scerbanenco 4 | Venere privata

Giorgio Scerbanenco 4 | Venere privata

13/06/2019

«Arrivai a Milano senza un soldo e che sparacchiavano ancora, parlavano ancora di "far fuori". Ma questa volta avevo molti amici a Milano. Milano mi era già amica, non era come la prima volta che vi ero venuto da Roma. In poche settimane ebbi tutto, soldi e lavoro».

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