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Giorgio Scerbanenco 3 | In esilio

Giorgio Scerbanenco 3 | In esilio
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«Milano era bella per chi sapeva apprezzarla, bella nelle grandi vie nuove e nelle piccole, che rammentavano antichi comuni medievali, d'autunno quando un velo di fanghiglia ricopre le strade, svela il rosso cotto delle pietre delle strade; di primavera quando un cielo latteo azzurro sembra una bandiera di velo che pesa dall'alto, stesa ad asciugare. Al mattino quando passano i tranvai carichi di operai e impiegati; verso sera, quando corso Vittorio è affollato di gente che cammina piano e sfoggia le ultime giacche, le ultime pettinature».
Una descrizione che Giorgio Scerbanenco dedica alla sua città nel romanzo Si vive bene in due che racconta la storia di due donne che amano lo stesso uomo. Lo scrittore all’inizio della sua carriera è noto soprattutto per la narrativa rosa e mentre scrive questo romanzo, ha da poco lasciato sua moglie per andare a vivere con Maria Teresa, detta Mutti, in un appartamento a piazza Mercanti. Il libro è stato pubblicato da Mondadori nel 1943, ma molto probabilmente è stato scritto prima della guerra, quando Giorgio è felice, sereno. 
Qualche anno prima, nel 1938, scrive anche dei radiodrammi per il terzo programma, il primo è L’assurda giornata di Andrea Rossi, un noir che ha una trama simile a un romanzo che verrà pubblicato nel 1965 dal titolo Al mare con la ragazza. Ma è il secondo radiodramma, che si chiama Cabina telefonica, andato in onda il 29 maggio del 1939 sempre sul terzo programma, a ottenere più consenso. Cosa che succede in una cabina telefonica in mezz’ora? Dall’uomo d’affari che si trasforma da spietato a disperato perché sua figlia sta male, a una coppia che va lì dentro per baciarsi, a un uomo che vuole lasciare la sua donna. Sono anni dei primi successi per Scerbanenco, ma anche anni inquieti: oltre alle vicende sentimentali, arriva la guerra. E lui ammette di non sopportare i bombardamenti su Milano e inizialmente decide di trasferirsi tra il lago d’Iseo e il lago Maggiore. Lì continua a scrivere e manda in redazione gli articoli, i romanzi e i racconti attraversi chi faceva la spola tra Milano e la Svizzera. E durante la seconda guerra mondiale cerca di sfuggire ai tedeschi. Scrive alla moglie che vorrebbe attraversare il confine, ma che se non riesce dovrà passare l’inverno in montagna. Inizia così un’avventura per i boschi che lo porta a varcare il confine. E racconta come arriva in Svizzera: «Camminammo alla cieca, scegliendo sempre di salire, invece di scendere, perché salendo si raggiungeva il confine con la Svizzera. Continuava a piovere. Eravamo due ciechi che si arrampicavano su per la montagna. Io avevo un elegante completo color grigio cammello rosa, colletto, cravatta e una piccola borsa d’affari con dentro un centinaio di cartelle del mio nuovo romanzo. Un romanzo d’amore. Sotto quella pioggia, su quella montagna, vestito in quel ridicolo modo cittadino… mi sentii un idiota per quel romanzo che portavo nella borsa, così irreale, così inverosimile e dolciastro».
Nei mesi dell’esilio viene prima trasferito nei campi profughi, poi viene ospitato da amici della moglie che però lo manderanno via per il suo comportamento libertino… Inoltre Scerbanenco soffre sempre per il suo fisico esile, per la sua scarsa prestanza fisica. Ha problemi di cuore e viene ricoverato in ospedale, aiutato da un prete, don Felice Menghini. Molto probabilmente se fosse rimasto in Italia avrebbe dovuto scrivere per la stampa neofascista, e anche per questo – oltre che per la paura dei bombardamenti - è fuggito. Questo nonostante non si consideri un soggetto “politico” ma solo un narratore, che sta al di sopra e al di fuori della politica. Infatti afferma: «La politica non mi tocca, casomai la storia».

Bibliografia
Il fabbricante di storie. Vita di Giorgio Scerbanenco, di Cecilia Scerbanenco (La nave di Teseo)
 

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