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PRIMA PAGINA del 27 marzo 2019

PRIMA PAGINA del 27 marzo 2019
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con Bruno Manfellotto

Zingaretti nel mondo "X", sopravvivere non basta

«Primum vivere», decretò Bettino Craxi, appena conquistata la segreteria del Psi, nel 1976. Può darsi che Nicola Zingaretti si trovi a pensare la stessa cosa in questi giorni, dopo i voti regionali in Abruzzo, in Sardegna e in Basilicata. Hanno dimostrato che la sinistra perde, dovunque, come accade da quando la destra si è impadronita dello spirito dei tempi. Ma hanno rivelato anche che il Pd non è morto dopo la latitanza dell’ultimo anno, e con l’indebolimento progressivo del Movimento Cinque Stelle, che continua a perdere consensi, può addirittura tornare in partita. Dunque, «primum vivere», sicuramente. Ma subito dopo nasce la vera domanda: per fare che cosa?

Si può naturalmente organizzare una teoria della sopravvivenza, strutturandola intorno a una linea di resistenza. Aspettando che l’ondata sovranista passi, e che la politica tradizionale riprenda la sua forma. Un nobile profilo di minoranza, che occupi la metà sconfitta del campo, le dia voce e la indirizzi in una funzione di opposizione, di testimonianza, di presidio di alcuni principi fondamentali del pensiero liberal-democratico e costituzionale. Ma quella che potrebbe sembrare una rendita minima di posizione, scrutando il cielo in attesa che cambi la meteorologia del Paese, sarebbe in realtà un’occasione perduta. Vediamo perché.

Dall’avvento di Trump alla Casa Bianca alla scelta della Brexit in Gran Bretagna, sono cambiati i connotati stessi dello spazio del pensiero occidentale, dentro il quale erano cresciute le culture politiche moderne della destra e della sinistra e si erano modellate costituzioni e istituzioni. Ciò che è successo ha deformato quello spazio, perché ha confinato la sinistra e soprattutto ha stravolto la destra, rendendola nello stesso tempo più forte e irriconoscibile a se stessa. Il trumpismo è prassi, azione e interpretazione della forza, distinzione non più tra alto e basso ma tra inclusi ed esclusi, ed è un rovesciamento estemporaneo non soltanto della politica estera americana, ma prima ancora delle ragioni costitutive dell’Occidente che determinano quella politica dal dopoguerra: della sua natura. Una serie di patti bilaterali tra Stati ridotti — in proporzione — a potenze individuali soppianta l’idea di un legame storico che per decenni si è tradotto in valori e in alleanze, partner inconfessabili diventano interlocutori privilegiati, l’Europa improvvisamente precipita a costruzione pericolosa e velleitaria, la storia si azzera e ricomincia, senza lezioni, senza eredità, senza vincoli e princìpi. Siamo nel punto “x” della vicenda umana e politica, il punto in cui si rompe la faglia col vecchio mondo, e da cui scaturiscono e prendono il largo le nuove teorie e le nuove leadership. Anzi, le leadership si spiegano e si giustificano da sole, non hanno bisogno di teoria, nel mondo “x” che non ha passato perché inventa se stesso ogni giorno.

C’è un’eco che arriva da noi. Perché la Brexit ha fatto il resto, rompendo l’idea di Europa e bloccando la nozione della politica come costruzione, fermando il concetto di progresso come governo dei fenomeni complessi, cancellando l’illusione che soltanto facendosi carico della responsabilità della storia si potesse interpretare il nuovo. Al contrario: dovunque nei nostri Paesi la politica insegue la paura, invece di emanciparla. Gli egoismi e le gelosie sono diventati politica corrente, senza nemmeno un traduttore, o un convertitore. Anzi, hanno generato direttamente una contropolitica che trasferisce la rabbia, il rancore e il risentimento dentro il sistema invece di risolverli, e li tiene allo stato incandescente piuttosto di elaborarli, superandoli. Come ovvia conseguenza è cambiato il nostro linguaggio, la cultura, l’antropologia, perché nel politicamente scorretto ogni barbarie è consentita, ogni tradizione solidale è saltata e abbiamo travestito la ferocia come la più moderna espressione della libertà.

Il frutto che raccogliamo è una politica senza nome. I cui elementi sono naturalmente di destra, ma una destra così esagerata e fuori misura (perché appunto fuori dalla storia) che sta riconfigurando il sistema, includendo ed escludendo secondo le sue convenienze, i suoi obiettivi e soprattutto la sua anomalia vivente. Il perno è il sovranismo lepenista, in Italia rappresentato dalla nuova Lega. La seconda costola è il modernismo post-fascista di Fratelli d’Italia, che porta a Salvini ciò che resta della vecchia area berlusconiana, scartando Arcore, il suo mondo e qualche residua debole testimonianza moderata. Il terzo elemento è la mutazione ormai da tempo in corso nei Cinque Stelle che stanno traghettando una base protestataria in parte delusa dalla sinistra nel pozzo neo-reazionario del salvinismo, senza nemmeno più distinguersi a occhio nudo. Nati cercando la grande menzogna di un luogo “x”, né di destra né di sinistra (come fosse possibile non scegliere nel mondo di oggi) sono già diventati parte costituente anche se gregaria di questa nuova destra italiana, che cerca addirittura un nuovo nome, una definizione appropriata alla sua eccezione.

Di fronte a tutto questo, puntare a sopravvivere è un’abdicazione, anzi una colpa. La sfida per una democrazia illiberale è talmente potente, che serve prima di tutto una forte ambizione per combatterla. Tocca alla sinistra, per necessità più che per merito, difendere quei valori liberaldemocratici che non sono certo soltanto suoi, ma che adesso sono in pericolo. Le spetta oggi un compito generale, da forza di sistema, costituzionale, che salvaguardi l’idea di Europa, il concetto di Occidente, la prospettiva di un’altra Italia. Può farlo uscendo dagli slogan che stanno mangiando la politica, dai tweet che la stanno cortocircuitando, dalle foto su instagram che la stanno banalizzando. Ritrovando la vita, senza paura di guardarla in faccia nelle paure dei più deboli, negli egoismi dei garantiti, nelle speranze di chi vuole crescere. Recuperando una radicalità riformista, capace di parlare di diritti, di doveri, soprattutto di lavoro e di dignità. Finora ha chiesto voti: deve proporre rappresentanza. C’è un Paese diverso che aspetta.
Ezio Mauro – La Repubblica
 

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