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Prima pagina

PRIMA PAGINA del 26 marzo 2019

PRIMA PAGINA del 26 marzo 2019
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con Bruno Manfellotto

Cattivi maestri spiazzati dal killer

 
La confessione, inattesa e tardiva, di Cesare Battisti, non cambia assolutamente nulla dal punto di vista giuridico né da quello etico. Non attenua la sua posizione, ormai definita con le sentenze passate in giudicato. E nemmeno la aggrava, come se soltanto ora ne rivelasse la malvagità omicida. Soltanto qualche maestro di pensiero sinistro poteva infatti baloccarsi con l’infame distinzione tra la responsabilità morale e quella materiale, tra “l’avere sparato oppure no”. Battisti era il capo e il mandante di un’organizzazione di carnefici, e la sua partecipazione concreta agli attentati era in un certo senso superflua. Generalmente i vertici non si sporcano le mani, e né Hitler né i suoi sgherri di Norimberga avevano mai gassato un ebreo o fucilato mamma e bambino: lo avevano semplicemente ordinato. Ora sappiamo che anche Battisti ha premuto il grilletto.

Non sarà questa certezza a farci dormire più sereni.
Qualcuno tuttavia il sonno lo dovrebbe perdere. Si tratta di quella schiera di presuntuosi e spregiudicati “intellettuali”, italiani e stranieri, che hanno giocato su questo equivoco per firmare appelli, promuovere convegni, insinuare dubbi e suggerire soluzioni al fine di evitare che Battisti pagasse i conto presentatogli dalla Giustizia italiana. Non lo perderanno certo per il rimorso di aver difeso un assassino ormai (dal loro punto di vista) conclamato: la loro ottusa autocertificazione di superiorità culturale li renderà insensibili a questa ammissione di responsabilità che loro avevano sempre contestato. Dovrebbero invece perdere il sonno perché hanno fatto la figura dei fessi, essendo stati smentiti sul più bello proprio dall’individuo che avevano così tenacemente difeso. Perché questa è l’unica conseguenza rilevante di una confessione per altri versi superflua: aver rivelato l’inconsistenza critica di questi personaggi abituati a pontificare sull’Universo senza uscire dal grezzo involucro del pregiudizio ideologico. Se Battisti meritasse un minimo di indulgenza, gliela dovremmo concedere solo per averci consentito di sbugiardare e deridere i suoi imbarazzati sostenitori.

Ma in realtà non è tempo di ridere, e tanto meno di esser indulgenti. La vergogna di questo criminale non risiede infatti nell’aver evitato il carcere, e tantomeno di aver negato le sue colpe: questo è normale per qualsiasi condannato. La vergogna consiste nell’aver alimentato, con un’arroganza maligna, la teoria che la nostra Giustizia fosse in realtà una persecuzione, offendendo oltre ogni limite di decenza il dolore dei vivi e la memoria dei morti. 
Ora l’uomo si presenta nelle vesti del penitente: vedremo in seguito se questa conversione sia stata suggerita dalla speranza di trarne vantaggi carcerari o da un ravvedimento sincero. Se fosse così, Battisti dovrebbe essere il primo a chiedere l’esecuzione della pena senza sconti e senza dilazioni. La legge comunque farà il suo corso, senza sentimentalismi benevoli e senza accanimenti crudeli. Per conto nostro, ricordiamo che la nostra tradizione culturale e religiosa ammette il perdono solo dopo la confessione, il pentimento, l’espiazione e il fermo proposito di astenersi da ricadute. Di questi quattro requisiti, il primo è stato assolto, e l’ultimo è ormai reso superfluo. Quanto al terzo, solo la coscienza dell’interessato ne conosce le motivazioni. Resta l’espiazione. Si faccia i suoi primi vent’anni di carcere, e poi se ne riparlerà.

Carlo Nordio - Il Messaggero

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