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PRIMA PAGINA del 15 marzo 2019

PRIMA PAGINA del 15 marzo 2019
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con Stefano Zurlo

Energie rinnovabili al palo e scarso taglio di gas serra Italia lontana dagli obiettivi

 
Non la stiamo vincendo la battaglia per salvare il mondo dagli effetti più catastrofici del riscaldamento globale. Gli impegni presi dai singoli Stati a Parigi nel 2015 - per limitare l’aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi centigradi - sono rimasti ancora largamente sulla carta. Intanto, nel mondo reale continuano ad aumentare le emissioni dei gas serra, con i Paesi ricchi che non tagliano quanto sarebbe possibile e necessario, e i Paesi emergenti e in via di sviluppo che spingono sul pedale dello sviluppo tradizionale.

In realtà le tecnologie per cambiare in senso «pulito» il modo di produrre, lavorare e vivere ci sarebbero: ma bisognerebbe avere il coraggio di cambiare abitudini, di rompere con le cautele e le prudenze che nascondono gli interessi economici «sporchi» che non vogliono perdere i loro guadagni. Sono gli scienziati a dirci che dobbiamo arrivare a emissioni nette zero massimo entro il 2050 a livello mondiale. Ma bisogna volerlo fare: bisogna elettrificare il trasporto e il riscaldamento, ridurre gli sprechi usando l’energia in modo efficiente, rendere pulita la produzione di energia elettrica, lasciare sottoterra il più possibile gas, petrolio e carbone. I governanti - ma anche tanti cittadini - non vogliono.
Anche in Italia questo coraggio (e la voglia di colpire interessi consolidati in campo industriale, energetico e petrolifero) non c’è. Il nostro Paese è «solo» 19o nella classifica mondiale delle emissioni di gas serra, e certo non può assumersi colpe «globali». Eppure il Belpaese non fa nemmeno la sua parte.

I numeri dell’Ispra relativi al 2017 (gli ultimi disponibili) dicono che siamo faticosamente in linea con gli obiettivi fissati per il 2020: dopo una forte accelerazione del calo dei gas serra, grazie al boom delle fonti energetiche pulite, l’era Renzi-Gentiloni ha segnato un sostanziale stop della crescita delle rinnovabili. Mentre poco o nulla è stato fatto per rendere meno pericoloso per l’atmosfera nel settore del trasporto (che pesa per un quarto delle emissioni nazionali) e del riscaldamento (che vale un quinto del totale, più o meno come l’attività industriale). Piccoli miglioramenti si sono visti in materia di agricoltura e rifiuti. 
Risultato, l’Italia in questo momento non è in grado di rispettare gli obiettivi fissati dall’Europa per il 2030.

E il governo gialloverde? Sta portando l’Italia nella giusta direzione? La risposta è semplice, guardando i numeri: no. Ad esempio, nonostante la pressante necessità di ridurre la spesa pubblica o trovare soldi per nuovi programmi, i 16 miliardi che ogni anno vengono sborsati per incentivare fonti energetiche fossili non sono stati toccati. E non mostra alcun reale progresso sulla strada della decarbonizzazione dell’economia italiana nemmeno il «piano energia e clima» che il governo ha sottoposto alla Commissione europea.
Stiamo parlando del documento - elaborato dal ministero dello Sviluppo economico, cioè dal capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio - che indica la strategia con cui l’Italia vuole centrare gli obiettivi energetici e climatici concordati a livello del Vecchio Continente. I più delusi sono stati gli ambientalisti, che si attendevano sotto la spinta di M5S - in teoria una delle «stelle» del simbolo rappresenta la tutela dell’ambiente - una netta discontinuità con certe scelte della strategia elaborata dall’allora ministro Carlo Calenda, «realistiche» ma molto timide sul fronte della decarbonizzazione. «Il Piano - accusa Greenpeace - replica, a volte addirittura peggiorandole, le insufficienti strategie dei precedenti governi, puntando tutto sul gas e ignorando lo sviluppo delle energie rinnovabili».
Di Maio aveva promesso il raddoppio del target di rinnovabili, e si accontenta di un modesto incremento. L’Ue chiede il taglio del 50% delle emissioni al 2030, e noi scriviamo -37%. Eppure, dice l’ex-ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, «la decarbonizzazione potrebbe diventare una straordinaria occasione di nuovo sviluppo e nuova occupazione». Potrebbe.

 Roberto Giovannini – La Stampa
 

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