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Pascal

118: La disciplina di tutti i giorni

Ascolta l'audio
Un velista professionista e un tentativo di costruire una nuova religione

Playlist:

EVERY DAY ROBOTS - DAMON ALBARN
ONE THAT DAY - ASGEIR
DAY TRIPPER - THE BEATLES
THE TRASFIGURATION - SUFJAN STEVENS
ONE OF US - JOAN OSBORN

Prima puntata: Che giornata di Dario Malgarise

La giornata stava per cominciare come tante altre, quel beep prolungato della sveglia che nessuno al mattino vuole sentire, aveva però un accompagnamento che ultimamente suonava di familiare: quel maledetto ticchettio sui vetri che ti fa alzare già con il malumore.
Sto parlando della pioggia che, imprevedibile e puntuale allo stesso tempo, ti accompagna inesorabilmente in quest'estate che nulla ha a che vedere con la nostra. Sarà forse anche il buio delle 6 del mattino ad amplificare la situazione, ma l'idea di vestirsi per andare a fare allenamento fisico all'aperto sotto un cielo che non esiste con l'umidità, che eri finalmente riuscito a togliere via dalle ossa durante il riposo serale e che ti riprende e ti fa sua, non è delle più invitanti. Al parcheggio delle biciclette trovo i miei compagni di squadra, è difficile dire quale sia il più felice sapendo ciò che lo aspetta. Al campo all'aperto, dove ci aspetta il nostro preparatore atletico, arriviamo già zuppi. La logica farebbe pensare che a noi, gente di mare, la pioggia non dia fastidio, l'acqua che venga dal cielo o dal mare non dovrebbe fare differenza. Invece la fa, e molta. In mare con le nostre cerate rimaniamo abbastanza asciutti ma a terra si cerca di evitare l'acqua in tutti i modi. Forse ne abbiamo prese troppe d'onde e così siamo restii all'umidità di terra. L'allenamento al parco passa velocemente. Una bella varietà d'esercizi. preparati con cognizione. ci fanno sudare quanto basta per mescolare il nostro sudore salato con l'acqua dolce della pioggia.La colazione al rientro dal campo è un momento importante. Non si sentono voci parlare ma solo il rumore di bocche che mangiano, la fame è tanta e le energie bruciate durante l'allenamento bisogna reintegrarle. Una doccia veloce, qualche minuto di rilassamento e poi di corsa alla base nautica, dove alle 10.30 siamo pronti a mollare gli ormeggi. Se pensiamo che nel frattempo il tempo sia migliorato abbiamo indovinato. Ma per peggiorare subito dopo. Ora un fronte scuro sta avanzando. Non è il classico scuro mediterraneo, queste sono vere e proprie nuvole basse con pioggia non grossa ma insistente e che ti inzuppa in pochissimo tempo. Siamo tutti vestiti a dovere e il grigio delle nostre cerate si confonde con il colore del cielo, non parliamo poi della barca che, se non fosse per quelle fasce rosse, si perderebbe nel grigiore del più classico cielo anglosassone. Ora ho capito perché gli inglesi sono arrivati qui in Nuova Zelanda a colonizzare queste terre. È come a casa loro.
Il traino a rimorchio del gommone, dalla base alla zona dove inizia l'allenamento, dura circa un'ora. In barca rimangono solo quelli per il turno volontario che, con coscienza, ognuno di noi fa. Tutti gli altri vanno sotto coperta a stendersi tra i sacchi degli spinnaker. Vado sotto coperta ma dopo poco mi rimetto la cerata ed esco. Sorpresa, non piove più e questo è una bella cosa quando si esce dalla calda umidità del sotto coperta. È la prima sensazione non brutta mettendo il naso all'aperto. Gli occhiali da sole per il momento stanno a riposo. Penso che non li userò per tutto il giorno. Oggi test di velocità tra le due barche. Si cominciano i giochi. Si scelgono le vele, si decide il tratto di mare dove testare in base alla situazione locale del vento, e si decide la posizione relativa tra le due barche. È dura prendere appunti su quello che succede quando c'è vento forte con onda grossa e in più la pioggia che intanto ha ricominciato a cadere. Ore di informazioni al timoniere. "Siamo un po' più veloci ma ci manza l'altezza", "Buon momento ora, stiamo alzando la prua e abbiamo più pressione".
Oggi sono su ITA 45, quella della Coppa America. E’ ancora perfetta. Ogni tanto facciamo il calcolo di quante miglia ha fatto tra allenamenti e regate. Alla velocità media di nove nodi, 50 miglia al giorno, per poco più di 300 giorni dal varo di maggio 99, fanno 15.000 miglia. Intanto da un bel po' ha ripreso a piovere con più vigore. L'onda è aumentata e così anche il vento. Siamo fuori dal golfo da ormai parecchio tempo e la situazione meteo è peggiorata. Non è pericolosa, anzi, ma la visibilità non è bellissima. Auckland non si vede oramai da diverse ore e dista 25 miglia. Continuiamo di bolina il nostro interminabile test, sono le 6 del pomeriggio di un giorno lungo e pesante. C'è meno luce e l'equipaggio, ormai in mare da otto ore sotto l'acqua, inizia a mugugnare. Finalmente arriva la decisione di fare l'ultima coppia di test e di rientrare. Ancora una volta allineiamo le barche e riparto con le informazioni al timoniere. Sono quasi senza voce, sono tante ore che parlo ad alta voce controvento. Avanti dai che tra poco si ritorna! Poco più avanti a noi, in una direzione che sarà proprio in mezzo alle nostre due barche quando passeremo di bolina, uno grandioso svolazzare di uccelli nell'aria richiama la nostra attenzione. Sono Gannet, una specie di gabbiano molto bello con il collo giallo e il becco ben affusolato e appuntito. C'è una colonia di questi uccelli che nidifica su un'isola che dista trenta miglia da Auckland. È il segnale che ci siamo quasi. Volano bassi, hanno visto qualcosa nell'acqua. Cibo. Si alzano con velocità aiutati dal vento e con altrettanta velocità si tuffano nell'acqua con le ali strette e il becco proteso ben avanti. Non riesci a capire dove riemergono, sono talmente tanti che si confondono gli uni con gli altri. Hanno tutti in bocca un pesciolino che subito inghiottono con avidità. È un susseguirsi di rapidi decolli e picchiate, una nuvola bianca di uccelli che crea un debole contrasto con l'opaco scenario della penisola di Coromandel che, nelle giornate con il sole, mostra le sue verdi colline e foreste che lambiscono il mare.
Ora stiamo passando proprio in mezzo a loro. Le prue delle barche dividono in tre parti la nuvola bianca, siamo avvolti dallo stridio di questi uccelli che, giocando con il vento e noncuranti di noi, scivolano sopra le nostre vele senza toccarle. Anche qui è tutto questioni di attimi: pochi secondi e siamo già oltre mentre il mare rotto dalla nostra scia ritorna a colmarsi di uccelli affamati. È uno spettacolo grandioso!
Vorrei fermarmi per continuare a osservare le loro evoluzioni, ma siamo in test e non si può. Si termina il test e si inizia a tornare alla base. Un ammaino veloce delle vele e si prende il traino. Siamo stanchi, la concentrazione è terminata e il buio si farà vicino tra non molto. Durante il traino fisso nella mia mente l'immagine degli uccelli vista poco prima. I Gannet di oggi sono riusciti a cancellare la pioggia e il grigiore di una giornata che non voleva mai mettersi al bello, fossero tutti così i giorni con questo regalo di fine giornata non vedrei l'ora che arrivi la pioggia. Arriviamo alla base che sono ormai quasi le nove di sera. È buio. Mamma che giornata! Fossero tutte così


Ringraziamo Dario Malgarise per le foto gentilmente inviateci

Seconda storia: Costruire la propria religione

"Ho sviluppato il desiderio di raggiungere le persone che erano lontane da Cristo". Per farlo Watson Jones ha capito che doveva preoccuparsi più delle anime e meno delle mura della chiesa, quindi ha iniziato a predicare ovunque: per strada, nei caffè, nelle librerie.
James Watson è un giovane pastore americano che ha deciso di lasciare Chicago per fondare una chiesa in una zona di Filadelfia molto difficile. Il suo obiettivo è arrivare anche a coloro che solitamente son lontani dalla religione, attraverso la predicazione nelle strade, nelle piazze e nei quartieri. Per riuscire nel progetto, James si avvale dell'aiuto di una rete che finanzia le chiese appena nate ma, ben presto, si accorge che creare una comunità di fedeli non è facile quanto si pensi.
Il giovane pastore si scontrerà con l'animo restio della comunità locale e la sua inesperienza in fatto di comunicazione, arrivando alla conclusione che, a volte, il talento e la forza di volontà, da sole, non bastano per realizzare i propri sogni.
La storia di James Watson l'abbiamo presa dal podcast "“If You Build It, Will They Come? – Come All Ye Feithless” di This American Life.

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