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Pascal

111: Farsi passare per qualcun altro

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Un ragazzo che marina la scuola e una cantante che si finge nera

Playlist:

JAIL HOUSE ROCK - ELVIS PRESLEY
DUSSERDOLD - TELEMAN
I AIN’T GOT NOBODY - SOPHIE TUCKER
BEATLES - TILL THERE WAS YOU

Prima storia: Mio cugino Hans ovvero l'arte dell'improvvisazione di Francesco Ramagli

Era un freddo lunedì di gennaio. Il primo lunedì dopo le vacanze natalizie. Nel torpore letargico derivato dalla lunghissima pausa natalizia, ero arrivato a scuola con quel tipico misto di gioia e di depressione che provavo nel rivedere i miei compagni e nel rientrare in classe. Prima ora: biologia. Quale modo migliore per soffocare le ultime irriducibili scintille del mio spirito natalizio sopravvissuto fino a lì? Era difficile rassegnarsi, ciononostante, trascinando gambe e zaino, entrai in aula. Ma per rincarare la dose, il fato decise di attendermi in agguato, sotto forma della mia compagnia Beatrice: «Ciao, ben tornato. Sei pronto per il recupero di Biologia?». Sbiancai. «Recupero? Che recupero?». Beatrice strabuzzò gli occhi e tirò fuori l'orribile verità: gli insufficienti in biologia avrebbero affrontato un test al rientro dalle vacanze. Io, da buon diciassettenne distratto, avevo appuntato questa nota in un post-it mentale che era volato fuori dalla finestra non appena la scuola aveva chiuso il 23 dicembre. Preso dal panico mi guardai intorno. Vidi in fondo al lunghissimo corridoio della scuola la professoressa Favaretto dirigersi verso la classe. Non avevo altra scelta. Senza nemmeno rispondere a Beatrice aprii la finestra e saltai fuori appiattendomi contro il muro della scuola. Mischiandomi al flusso di studenti in ingresso guadagnai la fermata dell'autobus più vicina e raggiunsi il centro di Treviso, poiché il mio corso di studi era dislocato in una succursale esterna alla città. Scesi ad una fermata poco distante dalla sede centrale del mio liceo e mi avviai verso un bar, noto per essere luogo d'asilo per gli studenti che decidevano di marinare la scuola. Ero ormai rassegnato a passare una lunga mattina solitaria bevendo caffè, fumando sigarette, leggendo e rileggendo la Gazzetta Dello Sport.
Poi, d'un tratto, in quel terribile pallore misto a nebbia e smog, che qui chiamiamo caìgo, sbucò una folta chioma ramata. Un ragazzo dall'aria familiare si dirigeva verso di me in sella ad una vecchia bicicletta. Lo osservai. Lui ricambiò lo sguardo e prese a indicarmi. Si fermò davanti a me e disse: «Tu...tu eri a capodanno con me!». Certo! Ecco dove ci eravamo visti. Quell'anno, per la notte di San Silvestro, io e i miei amici avevamo deciso di passare qualche giorno ad Asiago insieme ad altre compagnie in un'enorme casa scout. In una situazione dove tutti collaboravano la mia compagnia e quella di quel ragazzo dai capelli ramati, si erano distinte come le peggiori: inadempienti ai turni di pulizia, mancanti ai turni di cucina ed eccessivi nei festeggiamenti. Pur non essendoci mai presentati, tra noi si era creato un rispetto reciproco in quanto portatori di disagio. «Stai bruciando anche tu?» mi chiese. «Sì, ho dovuto improvvisare! Piacere, Francesco!» dissi allungando la mano. «Piacere, Leonardo! Monta su!» rispose il mio nuovo amico, ricambiando la stretta e invitandomi a prendere posto sul portapacchi. Girò la bicicletta e propose di andare in biblioteca dove saremmo stati al caldo, avremmo potuto leggere qualche libro e dove soprattutto non avremmo dovuto spendere un solo euro per trascorrere la mattinata. Essendo un povero adolescente squattrinato mi parve un'ottima idea. A metà mattina però la fame cominciò a farsi sentire così decidemmo di recarci nel bar più vicino per fare colazione. Il bar, trovandosi in un punto estremamente strategico tra 3 delle principali scuole della città, era frequentatissimo da molti professori ma sia io che Leo eravamo piuttosto tranquilli poiché entrambi frequentavamo succursali esterne al centro. Difficilmente avremmo incrociato un nostro docente. Un po' baldanzosi scherzammo anche su quell'eventualità, ipotizzando situazioni paradossali in cui Leo mi avrebbe spacciato per un suo parente turco o greco, avendo la carnagione olivastra e i capelli molto scuri, mentre io al contrario lo avrei venduto come un cugino tedesco o austriaco. Ridendo alla prospettiva entrammo nel bar. Non feci nemmeno in tempo a sedermi che alle mie spalle una voce mi fece gelare il sangue: «Francesco, cosa ci fai qua?». Guardai Leo che mi fissò con gli occhi sbarrati. Era paonazzo. Mi voltai e vidi seduta ad un tavolo la mia professoressa di storia e filosofia, nonché coordinatrice di classe. «B-buongiorno professoressa...» dissi. «Come mai non sei a scuola?» mi rispose inquisitoria. Non potevo esitare, così, improvvisai. Più o meno. «Professoressa lui è Hans, è mio cugino tedesco...viene da Monaco! Gli sto facendo vedere la città perché domani riparte». Lei mi fissò e passò allo scanner Leo che, nel frattempo, si era seduto, sempre color peperone, e si guardava intorno cercando di simulare lo sguardo spaesato di un turista. Era sempre più rosso a causa dello sforzo di far implodere dentro di sé l'impulso di ridere. «Ah che bello! Va bene. Buona colazione allora!» rispose la professoressa. Cercando di non tradire la gioia per averla fatta franca, tornai al tavolo e per rendere il tutto più credibile finsi di parlare in tedesco a Leo, recitando in prosa filastrocche e canzoncine che ricordavo da quelle nozioni apprese alle elementari. Consumammo la colazione il più in fretta possibile, poi al momento di uscire, mi fermai dalla professoressa e chiesi «Professoressa scusi, domani cosa posso scrivere sulla giustificazione?. «Tranquillo Francesco, "motivi familiari" andrà benissimo! Tanto la firmo io!». La ringraziai. Io e Leo uscimmo in strada e, voltato l'angolo, scoppiammo in una risata, trattenuta per fin troppo tempo. Il resto della mattinata passò all'insegna della celebrazione di quell'impresa e quando ci salutammo scambiandoci i numeri, ovviamente, salvai il suo contatto nella rubrica sotto il nome di Cugino Hans. Il giorno dopo, come anticipato, la professoressa firmò senza problemi la giustificazione. Ero in un brodo di giuggiole. L'avevo sfiancata. Ma prima che tornassi al banco lei mi fermò e mi chiese «Francesco mi domandavo... se conosci il tedesco, come mai studi Inglese, Francese e Spagnolo?». La risposta a quel punto venne naturale: «Professoressa, parlando già bene il tedesco aveva più senso imparare altre lingue!». «Certo...» rispose, molto poco convinta. Non mi ero mai dimostrato uno studente modello e quella risposta doveva aver destato in lei non pochi sospetti. Insomma, il tono della sua risposta non mi piacque per niente. Il giorno dopo avremmo avuto una lezione su Hegel così, tornato a casa, mi venne per scrupolo l'idea di guardare il significato di tutti i termini tedeschi che avremmo incontrato parlando del filosofo: geist, geschichte, denken. Puntualissima, il giorno dopo mi chiese di tradurre tutti quei termini. Pensava di fregarmi ma davanti alla prontezza con la quale risposi, si arrese alla veridicità della storia di mio cugino Hans, venuto da Monaco. Continuò a chiedermi di tanto intanto il significato di qualche parola che io però proseguii a verificare durante lo studio a casa. Non mi trovò mai impreparato e alla fine decise che dovevo essere per forza un vero tedesco-parlante. Ne rimase convinta fino alla cena che organizzammo una volta terminati gli esami di maturità, due anni dopo. Forte del mio immeritatissimo 76, quella sera mi lasciai trascinare dall'euforia e dai fumi dell'alcool, così con fare sornione mi avvicinai e le domandai: «Professoressa, si ricorda mio cugino Hans, da Monaco?». «Certo!» rispose lei. «Deve sapere che il suo nome è Leonardo e vive a Ponzano Veneto». Lei mi fissò attonita. «E tu non parli tedesco?». «Genau» risposi. Fortunatamente aveva il senso dell'umorismo e la prese bene, scoppiando in una grassa risata. Io e Leo, che nel frattempo c'eravamo persi di vista, ci rincontrammo in quella stessa biblioteca il primo anno di università e diventammo ottimi amici. Tutt'ora, a distanza di 13 anni da quel nostro incontro, il suo numero è salvato nel mio cellulare sotto il nome di "Cugino Hans".

Seconda storia: Sophie Tucker, The Last Red Hot Mamas

«Il manager le disse che aveva una presenza e una voce interessanti ma che le sue forme abbondanti non corrispondevano esattamente al “physique du role” della cantante bianca»
Sophie Tucker è stata una delle più celebri cantanti americane della prima metà del Novecento. Il suo talento era la sua voce, ma la sua immagine non corrispondeva a ciò che il mercato dello spettacolo richiedeva in quegli anni. Un manager le suggerì di andare in scena truccata da afroamericana. Dopo una prima parte di carriera passata a fingersi qualcun altro, Tucker uscì allo scoperto e rivelò al mondo l'inganno: per anni si era finta la persona che non era per poter realizzare il suo sogno. Questa ammissione paradossalmente aumentò la sua popolarità e la sua consapevolezza. In diversi brani Sophie Tucker farà autoironia su sé stessa e sugli stereotipi della società americana, raccogliendo l’apprezzamento del pubblico anche oltreoceano e legando per sempre il suo volto – quello vero – alla storia della musica jazzAbbiamo scoperto la sua storia in una podcast della BBC intitolato "The Last of the Red Hot Mamas", ascoltatelo anche voi!

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