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Pascal

125: Lettori immaginari

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Un uomo d'altri tempi e un bambino che sognava di fare lo scolaro

Playlist:

IN YOUR HEAD - NIJULFER YANYA
SMILE - DAVID GILMUR
TEN MILLION SLAVE-  OTIS TAYLOR
HAND IN HAND - PAUL MC CARTNEY

Prima storia: Mio nonno che legge il giornale

Mio nonno Giuseppe nei suoi ultimi anni sembrava abbastanza felice, contento della sua vita. Dava l'impressione che nonostante la sua infanzia e giovinezza fossero state molto dure e piene di povertà, fatica, per la guerra, i lavori duri che aveva fatto, ora poteva godersi un po' di più la sua vita in pace. Abitava vicino al fiume e al piano terra c'era un ampio terrazzo dove lui stava molto sulla sua sedia sdraio. Andava nell'orto, nel pollaio, a far legna, ma con l'avanzare dell'età si muoveva sempre meno. Camminava con più fatica e ci vedeva meno. Negli ultimi anni così, per diverse ore al giorno, se ne stava seduto a godersi il sole, sul quel terrazzo sulla sua sedia, a fare due chiacchiere con chi passava, aspettando che sua moglie, la nonna Maria, lo chiamasse per il pranzo. Soprattutto quando passavi di lì, lo vedevi molto concentrato a leggere il giornale. Sapeva gustarsi quei momenti, non era ansioso. Era come se fosse contento della sua vita, dei figli che aveva avuto, del lavoro fatto, della casa, era felice di tutto ciò e si godeva quella calma, seppur con un tenore di vita molto semplice. Aveva sempre amato e anche ora, amava molto cantare, mangiare, e voleva molto bene soprattutto ai suoi nipoti, tra cui c'ero anch'io, a cui i miei genitori avevano dato il suo stesso nome: Giuseppe. 
Volevo anch'io molto bene a nonno Giuseppe ed ero e sono contento di avere il suo nome perché vorrei assomigliare un po' a lui. Abbiamo avuto la fortuna di ascoltare alcune storie della sua vita. Quello che voglio ricordare qui è un fatto simpatico, anche se con una sfumatura un poco triste, capitato in quegli ultimi anni quando appunto se ne stava sul quel terrazzo per ore a leggere il giornale. Abitava in un piccolo paese di provincia. Viveva ancora con sua moglie Maria, mia nonna. I suoi sette figli che vivevano in quartieri o in paesi non troppo distanti, a turno si prendevano cura di loro. Soprattutto li seguivano quando arrivava qualche problema di salute. Tra le varie visite di controllo, in quel periodo capitò che ce ne fosse una programmata dall'oculista. Andare dal dottore non era una cosa molto frequente. Quella volta, come altre volte, fu mia mamma ad accompagnarlo. Andarono così dall'oculista, dove la visita in primis consiste nell'osservare a distanza il pannello bianco con le lettere di diversa grandezza, e riconoscerle.
Raccontò mia mamma che il medico non partì dalle lettere minuscole, ma appena sopra. Lei non si stupì molto perciò quando mio nonno disse di non vederle. Erano effettivamente piccole anche per lei, figurarsi per lui. Così il medico salì verso la riga con le lettere più grandi ma anche lì, nulla. Anche queste erano invisibili per lui. L'oculista saliva così riga dopo riga sempre più in alto e lui muto, niente, faceva segno di no con la testa. Più l'oculista andava avanti, più mia mamma cominciò a preoccuparsi, finché a un certo punto ruppe quel silenzio imbarazzante e disse: "Ma papà sei sicuro? Ma come non le vedi?”. Finché arrivarono alle ultime lettere grandi mezzo metro, ebbene non riconosceva neanche quelle. Mia mamma quasi si arrabbiò: "Ma come papà, smettila! Non metterci in imbarazzo con il dottore, come fai a non vederle?!". Era incredula e si rivolse al dottore: "Mi scusi ma è impossibile, se ne sta per ore ogni giorno a leggere il giornale sul terrazzo, non può non vederle". 
Si scoprì solo in quell'occasione che era quasi cieco e lui non aveva mai detto niente. Vedeva pochissimo, delle ombre e purtroppo non c'erano molti rimedi. Fuori dall'ambulatorio mia mamma chiese a mio nonno: “Ma scusa papà ma allora come mai stai sempre sul terrazzo con il giornale, come fai a leggerlo per tanto tempo?". Scoprì che lui, sforzandosi e mettendoci molto tempo, intravedeva i titoli grandi e poi il resto dell'articolo se lo inventava e stava sulla poltrona a ipotizzare cosa fosse accaduto. A noi questa storia fece molto sorridere e ci fece voler bene molto di più a nostro nonno. Mio nonno visse ancora diversi anni, sembra abbastanza contento. Ci spiacque però che da quel giorno lui il giornale non lo lesse più, era stato scoperto nel suo trucco. Sembrò anche che, ora che un medico aveva costatato che lui ci vedeva pochissimo, davvero ci vedesse di meno di prima quando nessuno sapeva. Ti riconosceva solo quado andavi lì vicino a salutarlo e gli dicevi chi eri. Ma il sorriso che ti regalava quando capiva che eri tu, era quello di sempre.


Seconda storia: il contadino bambino che sognava di fare lo scolaro

"Talvolta, rimasto solo in una classe, mi sedevo su un banco qualsiasi ed immaginavo di essere uno scolare".
Siamo all'inizio del '900, in una piccola località in provincia di Sassari, questa è la storia di una poverissima famiglia di contadini. All'età di 6 anni, poco prima che inizi la prima elementare, Antonio Ruju è costretto a rinunciare ad avere un istruzione, per aiutare il padre nel lavoro nei campi. Una sorte comune a tutti i figli di contadini, che per un compenso misero, coltivavano le terre altrui in condizioni di grande sofferenza e senza alcuna tutela. L'unico momento di svago per Antonio erano le domeniche di pioggia: in quelle occasioni non si lavoravano i campi e  il ragazzino andava ad aiutare l'addetta delle pulizie della scuola del paese. Nella scuola vuota, tra una faccenda e l'altra, si concedeva la possibilità di  immaginare come sarebbe stata la vita se avesse avuto la fortuna di sedersi su quei banchi. Una possibilità che purtroppo Antonio, e tanti come lui, non ebbero. 
 
La storia dell'infanzia di Antonio Ruju è raccontata nel suo diario, custodito nell'Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano. La sua storia è raccolta anche nel documentario "I diari della Sacher" realizzato in collaborazione con Nanni Moretti. 

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