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Radio3 Suite

16. Viola | Poesia in technicolor

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Con Maria Grazia Calandrone Quest'anno, nel mese dedicato alla poesia, indaghiamo come poeti di ogni luogo e tempo, fino alla più radioattiva contemporaneità, abbiano affrontato e affrontino i colori del proprio mondo

Clicca sui colori, uno nuovo ogni giorno fino al 21 marzo, per ascoltare i ventuno viaggi nella poesia di ogni tempo e luogo, seguendo un filo, multicolore fino alla trasparenza.

                    

Poesie di Vittorio Sereni, Elizabeth Bishop, Boris Pasternak, Jorge Luis Borges

Vittorio Sereni | Un posto di vacanza

L’ombra si librava appena sotto l’onda:
bellissima, una ràzza viola nel turchino
sventolante lobi come ali.
Trafitta boccheggiava in pallori, era esamine,
sconciata da una piccola rosa di sangue
dentro la cesta, fuori dal suo elemento.
Mi spiegano che non è sempre così, non sempre
come l’ho vista prima: che questo e altri pesci d’alto mare
si mimetizzano ai fondali, alle secche, alle correnti
colorandosi o trascolorando, a seconda. Non sapevo,
                                                                      [non so 
10
    niente di queste cose. Vorrebbe
    conoscerle l’istinto solo standoci in mezzo,
    vivendole, e non per svago: a questo patto solo.
    A quegli esperti avrei voluto dire delle altre ombre e 
                                                                           [colori
15 di certi attimi in noi, di come ci attraversano nel sonno
     per sprofondare in altri sonni senza tempo,
     per quali secche e fondali tra riaccensioni e amnesie,
     di quanti vi spende anni l’occhio intento
     all’attraversamento e allo sprofondo prima che aggallino
20 freddati nel nome che non è
     la cosa ma la imita soltanto.

Elizabeth Bishop | I magazzini del pesce
Traduzione di Margherita Guidacci
Benché sia fredda la sera,
accanto a un magazzino del pesce
siede un vecchio ad aggiustare una rete,
una rete che è quasi invisibile
nel crepuscolo, scura, d’un viola rossiccio,
con una spola lustra e consumata.
Così forte è nell’aria l’odore del merluzzo
da far colare il naso e lacrimare gli occhi.
I cinque magazzini del pesce han tetti aguzzi
e strette passerelle che si agganciano oblique
ai depositi in alto, perché le carriole
siano spinte su e giù.
Tutto è argento: la densa superficie del mare,
che lentamente si inarca, quasi temesse rovesciarsi,
è opaca, ma l’argento dei banchi, delle secchie
per le aragoste, e delle alberature,
sparso tra scogli selvaggi e frastagliati,
chiaramente riluce
come i vecchi edifici bassi, che un muschio smeraldino
ricopre alle pareti verso il mare.
Vi sono grossi mastelli, interamente foderati
di strati di stupende squame d’aringa;
anche le carriole son tutte rivestite
di una cotta di maglia cremosa, iridescente
dove arrancano iridescenti piccole mosche.
Dietro le case, sul breve pendio,
con i suoi radi e luminosi spruzzi d’erba,
sta un vecchio argano di legno,
spaccato, con due lunghe manovelle scolorite
e delle tristi macchie, come di sangue secco,
là dove il ferro è diventato ruggine.
Il vecchio accetta da me una Lucky Strike.
Era un amico di mio nonno. Parliamo
del declino della popolazione,
e di merluzzi e di aringhe,
mentre aspetta il ritorno di una barca da pesca.
Gli brillano lustrini sul camiciotto e sul pollice.
Ha raschiato le squame, la suprema bellezza
di pesci innumerevoli, con quel vecchio coltello
nero, con una lama quasi consunta.
Giù sull’orlo dell’acqua, nel punto dove tirano
le barche in secco, sulla lunga rampa
che scende in mare, sottili tronchi argentei
sono disposti in senso orizzontale
tra pietre grigie, per tutta la discesa,
distanziati di tre o quattro piedi.
Freddo scuro profondo perfettamente limpido,
l’elemento non tollerabile ai mortali,
ma solo ai pesci e alle foche… Specialmente una foca
ho rivisto una sera dopo l’altra.
La incuriosivo. Le piaceva la musica;
e come me credeva nell’immersione totale.
Io perciò le cantavo inni battisti,
oppure «Il nostro Dio è una fortezza poderosa».
Si drizzava nell’acqua e mi guardava
fissa, muovendo leggermente il capo.
Poi si tuffava, e a un tratto riemergeva
quasi nel punto di prima: sembrava stringersi
nelle spalle, come disapprovando
la propria azione.
Freddo scuro profondo perfettamente limpido,
questo limpido e grigio mare gelido… Dietro
di noi cominciano abeti alti e solenni.
Azzurri, affratellati alle loro ombre,
stanno milioni d’alberi di Natale
ad aspettar Natale. L’acqua sembra sospesa
sopra le pietre smussate, che sono grigie o grigiazzurre.
L’ho visto tante volte, lo stesso mare, identico,
che lieve e indifferente dondola sulle pietre,
gelidamente libero sulle pietre,
sulle pietre e quindi sul mondo.
Se tu v’immergessi una mano,
subito ti dorrebbe il polso,
prenderebbero a dolerti le ossa
e la mano a bruciarti, come se l’acqua
fosse una metamorfosi del fuoco
che, alimentato dalle pietre, arde di cupa e grigia fiamma.
Se l’assaggiassi, ti parrebbe prima amara,
poi salata, e ti brucerebbe la lingua.
Somiglia a quello che noi pensiamo della sapienza:
scura, salata, limpida, mobile, interamente
libera, attinta alla dura e fredda bocca
del mondo, scesa da seni di roccia,
sempre scorre ed è attinta, e poiché ogni sapienza
per noi diviene storia, scorre ed è già passata.


Boris Pasternak
Traduzione di Paolo Statuti
Tu sei nel vento che con un rametto
Prova – il coro degli uccelli canterà?
E’ inzuppato come un passerotto
Il frutice di lillà!
Le gocce hanno il peso dei fermagli,
E il giardino abbaglia sempre più,
Spruzzato, grondante
Un milione di lacrime blu.
Dalla mia ansia nutrito
E da parte tua spinato,
Con mormorii e profumi,
Questa notte il giardino è rinato.
Tutta la notte un tictac alla finestra,
Sulle persiane un battito accanito.
A un tratto un rancido alito
E’ corso attraverso il vestito.
Destato dal magico elenco
Di quei tempi e pseudonimi,
Il giardino abbraccia questo giorno
Con gli occhi degli anemoni.

Jorge Louis Borges | Le cose
Traduzione di Francesco Tentori Montalto
Le cose
Le monte, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da gioco e la scacchiera,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata, 
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi.
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno più in là del  nostro oblio;
non sapranno mai che ne siamo andati.

Ascolti musicali tratti da:
Scherzo and Trio di Penguin Cafè Orchestra
Dialogue de l’ombre double: strophe I di Pierre Boulez 
Diner sur l’ea di Marcel Delannoy 
Massig Bewegt di Anton Bruckner Deutsches Symphonie-Orchester Berlin feat. S/QU/NC/R

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