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Radio3 Suite

12. Arancione | Poesia in technicolor

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Con Maria Grazia Calandrone Quest'anno, nel mese dedicato alla poesia, indaghiamo come poeti di ogni luogo e tempo, fino alla più radioattiva contemporaneità, abbiano affrontato e affrontino i colori del proprio mondo
Poesie di Vitaliano Trevisan, Pier Paolo Pasolini, Annelisa Alleva, Laura Pugno, Franco Loi

Vitaliano Trevisan | Works

Vestiti di arancione, sciamavamo ogni giorno per la periferia diffusa e, armati di decespugliatori, tagliaerba, trattorino eccetera, rasavamo aree verdi, perlopiú pubbliche, nel raggio di una ventina di chilometri dalla nostra sede di Brendola. Aree si fa per dire. Spesso si trattava di rasare cigli stradali, o di percorrere a piedi i marciapiedi delle zone industriali e, di passaggio, dare come si dice una «botta di decespugliatore» a quei piccoli quadrati, a volte triangoli, altre semicerchi, ognuno con al centro un albero striminzito – acacia, tiglio, lagerstroemia –, magari morto, che si succedevano lungo il camminamento a intervalli regolari. Pensati per abbellire – ma pensati non è esatto; diciamo messi sulla carta dal progettista, anzi dal disegnatore, in automatico, ma poi, una volta in opera, diventando inevitabilmente un pezzetto di terra spelacchiato, ricettacolo di rifiuti e deiezioni varie, ottengono spesso il risultato di rendere il tutto ancora più squallido

Pier Paolo Pasolini | Religione del mio tempo
La catasta dei ruderi arancione
che la notte con il fresco colore
del tartaro infanga, dei bastioni
di leggera pomice, erborei,
monta nel cielo: e più vuote
sotto, le Terme di Caracalla al bruciore
della luna spalancano l'immoto
bruno dei prati senza erbe, dei pesti
rovi: tutto svapora e si fa fioco
tra colonnati di caravaggesca polvere,
e ventagli di magnesio,
che il cerchietto della luna campestre
scolpisce in fumate iridescenti.
Da quel grande cielo, ombre grevi,
scendono i clienti, soldati pugliesi
o lombardi, o giovincelli di Trastevere,
isolati, a bande, e nel basso piazzale
sostano dove le donne, arse e lievi
come stracci scossi dall'aria serale,
rosseggiano, urlando – quale bambina
sordida, quale innocente vecchia, e quale
madre: e in cuore alla città che vicina
preme con raschi di tram e groppi
di luci, aizzano, nella loro Caina,
i calzoni duri di polvere che si spingono,
capricciosi, agli sprezzanti galoppi
sopra rifiuti e livide rugiade.

Annelisa Alleva | Caratteri
“Sono attratta dall’eleganza di Jidan, sorella di Xiaoling. È venuta allo studio di Ruggero in Via Poliziano, e si è seduta sul divano del suo piccolo salotto in veste di esaminatrice. Le ho domandato, essendo io appena tornata da Firenze, se avesse visitato gli Uffizi. Mi ha risposto con un leggero sprezzo: «Many times».
Dicono che faccia dipinti su carta con l’acquarello imitando la vecchia pittura cinese, e che abbia molto successo. Ora ha il compito di guardare i quadri di Ruggero, di selezionarli per la mostra e di sceglierne uno per sé, artista, studiosa d’arte antica cinese e manager, perché la mostra sarà in parte sponsorizzata da lei. Con un gesto vagamente imperioso ne esclude uno piuttosto grande, che raffigura il mare della Versilia. Lo fa tirare fuori dalla serie degli altri quadri appoggiati alla libreria e che pure dovranno essere da lei esaminati. Osserva silenziosa i dipinti di grandezza media senza pronunciarsi. Sembra leggermente contrariata. Poco dopo gliene viene mostrato uno grande, un interno su fondo arancio, e lo indica. Wang, che ci fa da interprete con la sua lingua malsicura, dice che Jidan vuole quello. È il più grande. Restiamo ammutoliti dalla pretesa, Ruggero non batte ciglio. Lei cambia umore, diventa improvvisamente euforica, con la frangia nera sbarazzina che le copre le sopracciglia. Entra con un collega nello studio di Ruggero e si siede in un preteso tête á tête con le sue opere che mi rende inquieta.
La rivedo a Pechino la sera del nostro arrivo. Siamo stati invitati da lei in un ristorante di lusso, il Da-Dong, un locale a due piani. La specialità qui è l’anatra cucinata a lungo, fino a diventare morbidissima, con la crosticina sopra ben abbrustolita e lucente e il suo brodo in una terrina accanto, servita dopo che il cameriere le ha spruzzato sopra lo zucchero a velo da un contenitore forato recitando una filastrocca tradizionale. Dal soffitto pende un lampadario con piume bianche a forma di ala. Tutto molto esclusivo ma un po’ artificiale, anche il bagno con un lavandino di pietra scura, ricavato in un angolo della grande sala che ci è stata riservata.
Jidan ci viene incontro con il suo sorriso enigmatico e accattivante; indossa un vestito bianco, e trascina le scarpe basse sul pavimento all’uso orientale.”
 
Laura Pugno | Il colore oro
coca cola light,
tornano con le braccia cariche
con la gonna piena di foglie d’oro
mangerai, pane e foglie:
sei la meridiana ferma
col sole che si muove sopra
post-it che dice: lingua,
l di latte,
bevi da una bottiglia di plastica
un liquido-farmaco d’oro
plastica viva, aidoru,
hai in tasca
sushi vivo
hai una treccia lunga di capelli
puoi comprare, il sushi al supermarket,
il riso è morbido e forma
una pasta bianca in bocca
ti coprono di latte e cose bianche
questo è che dice il vero: 
se porti in tasca una natura morta, 
pronuncerai ogni parola-cosa
colore blu e arancio, lavorato
fino a perfezione è il ritratto;
guarda la mano sulla gonna,
le gambe,
il notebook color argento
copre le belle ginocchia
guarda, guarda svanire
ogni parola-porta
hai, bambina aidoru
gli occhi luminosi,
sono, verità, piccole luci
cucina spaghetti spezzati
col dado, con dentro una carota
bambina, non sei fatta di carne
La dea ha i capelli lunghi

Franco Loi | Stròlegh
Diospyrus cachi su pani di burro di neve,
come mele d'arancio 
che un'aria di pensieri 
vetrata li penzola alla nuvolaglia che minaccia dai tetti, 
e i pesci dorati della Cina si dicono parole vane 
nel torbido d'acqua della vasca prigionieri, 
e il Bobi, botolo negro, cane schifoso 
che lecca merda e va, come quei ciechi 
che passano accanto a te col gelo dei morti, 
e, da pigraccia, di soppiatto, la corazzata tartaruga
cerca, nel raspare che fa alla terra,
la serenella del paradiso, l'ortensia, le libellule,
che finiscono volando la loro vita fatte d'argento
al brusco dell'uva
lungo la mura innamorate del sole,
e Meri, orizzonte fatto di tristezza,
signora dei cani, ragazzina che del cielo
gelosa rubavi furtiva il gelare del gennaio
delle stelle di sasso, sui cachi illuminati dalla luna,
tu, Meri,
di una serva sgravata
passerotto da nascondere, vestina che ai cancelli,
cogli occhi di sole, tra le glicini scivolava,
e l'ombra del giardino sembrava lei,
uccelletto da cova,
che dalle glacce sui vetri vedevi invecchiare 
tre metri fatti di nuvole, pensieri di tetti e comignoli, 
e ti s'invecchiava la fronte che, nel sognarsi, 
dimenticava i richiami,
il frottare dei ragazzi sulle strade di neve, Meri dei fiori,
maestra di ragazzaglia,
visione d'amore, che al correre dei diciotto anni,
coi tuoi silenzi e la sapienza gelida,
d'un improvviso, rovinoso, ansioso morire,
tu ci hai lasciati,
noi fatui, noi spavaldi e miserelli, malcresciuti come te,
che sul catrame lontano di una qualche strada
il cielo era diventato un lenzuolo di nuvole finte.

Ascolti musicali tratti da:
Scherzo and Trio di Penguin Cafè Orchestra 
Trio per clarinetto, violoncello e pianoforte di Nino Rota
Il fiume giallo di Xian Xianghai 
Stolen moments di Oliver Nelson/Telefon Tel - Aviv 
Massig Bewegt di Anton Bruckner Deutsches Symphonie-Orchester Berlin feat. S/QU/NC/R 
 

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