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Radio3 Suite

2. Grigio | Poesia in technicolor

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Con Maria Grazia Calandrone Quest'anno, nel mese dedicato alla poesia, indaghiamo come poeti di ogni luogo e tempo, fino alla più radioattiva contemporaneità, abbiano affrontato e affrontino i colori del proprio mondo

Clicca sui colori, uno nuovo ogni giorno fino al 21 marzo, per ascoltare i ventuno viaggi nella poesia di ogni tempo e luogo, seguendo un filo, multicolore fino alla trasparenza.

                    

Poesie di Emile Zola, Philip Dick, Ray Bradbury, Maria Luisa Spaziani, Federico Garcia Lorca, Iosif Brodskij, Fernando Bandini

Philip Dick | Voci della strada

Giovedì mattina, il 5 giugno 1952, giunse caldo e luminoso. La luce umida del sole bagnava i negozi e le strade. Scintillante sui prati, la fredda brina notturna si trasforma in vapore e risalicca verso il cielo azzurrissimo. Era il cielo del primo mattino; ben presto si sarebbe riscaldato e ingrigito. Una soffocante nebbiolina bianca sarebe risalita dalla baia e avrebbe aleggiato opaca sul mondo. Ma erano solo le otto e trenta; il cielo aveva ancora due ora da vivevre.


Maria Luisa Spaziani | L’indifferenza
La stella del libero arbitrio, Mondadori 1986 
L’indifferenza è inferno senza fiamme,
ricordalo scegliendo fra mille tinte
il tuo fatale grigio.
Se il mondo è senza senso
tua solo è la colpa:
aspetta la tua impronta
questa palla di cera.

Federico Garcia Lorca
Casida del pianto
– da Diván del Tamarìt
Ho chiuso il mio balcone
perché non voglio udire il pianto,
ma dietro i muri grigi
non si sente altro che il pianto.

Ci sono pochissimi angeli che cantino,
ci sono pochissimi cani che latrino,
mille violini sono sul palmo della mia mano.

Ma il pianto è un immenso cane,
il pianto è un immenso angelo,
il pianto è un immenso violino,
le lacrime imbavagliano il vento
e non si sente altro che il pianto.

Iosif Brodskij, da Fondamenta degli incurabili
Era una lunga successione di stanze vuote. Sapevo, razionalmente, che non poteva essere più lunga della galleria alla quale correva parallela. Eppure era più lunga. Avevo la sensazione di inoltrarmi non tanto in una normale prospettiva quanto in una spirale orizzontale in cui le leggi dell’ottica erano sospese.
Ogni stanza ti faceva scomparire un poco, sempre di più, ti avvicinava di un altro passo alla non esistenza. Tutto dipendeva da tre cose: i tendaggi, gli specchi e la polvere. Anche se in qualche caso potevi indovinarne la destinazione – sala da pranzo, salotto, forse una stanza per bambini -, le stanze quasi sempre si somigliavano per la mancanza di una funzione apparente. Avevano pressappoco le stesse dimensioni, o almeno non sembravano granché diverse da questo punto di vista. E in ognuna le finestre erano nascoste da tendaggi e due o tre specchi adornavano le pareti.
Qualunque fosse stato in origine il colore e il disegno dei tendaggi, adesso restava soltanto un giallo pallido, estenuato, fragile. Se un dito li avesse toccati, se un refolo li avesse sfiorati, non ne sarebbe rimasto più nulla, e i brandelli di tessuto sparsi sul parquet erano il preannuncio di questa distruzione imminente. Stavano perdendo la pelle, quei tendaggi, e alcune pieghe lasciavano vedere larghe chiazze nude e consunte, come se il tessuto sentisse di aver concluso un ciclo e stesse ritornando allo stadio pre-telaio. Il nostro respiro, forse, era già un eccesso di familiarità, ma era sempre meglio dell’ossigeno fresco, di cui quel tessuto, come la storia, non aveva bisogno. Non era tabe, non era decomposizione; era un dissiparsi retrogrado, verso un tempo remoto in cui il colore e la struttura non contano, dove forse le cose, avendo imparato quale può essere la loro sorte, si ricomporranno per ritornare, qui o altrove, con un aspetto diverso. (…)
Poi c’erano quegli specchi(...) Abituati da secoli a non riflettere altro che la parete di fronte, gli specchi non si decidevano a restituirti il tuo viso, erano riluttanti, per avarizia o per impotenza; e quando ci provavano, le tue sembianze tornavano indietro incomplete.(...) Di stanza in stanza, a mano a mano che avanzavamo in quell’infilata, mi vedevo sempre meno, entro quelle cornici, vedevo sempre meno me stesso e sempre più il buio. Sottrazione progressiva, dicevo tra me; come andrà a finire? E finì nella decima stanza, o nell’undicesima. Ero vicino alla porta che dava nella stanza successiva, con gli occhi fissi su un rettangolo piuttosto grande, un metro per sessanta centimetri, e non vidi più me stesso, ma un nulla nero come la pece. Un nulla fondo e invitante che pareva racchiudere un’altra prospettiva, diversa – forse un’altra infilata. (...)
Fin dall’inizio l’avventura era stata discretamente sinistra; adesso lo divenne ancora di più. (...) C’era una gran quantità di polvere dappertutto; le tinte e le forme di ogni cosa sfumavano sotto il grigio della polvere. Tavoli di marmo intarsiato, figurine di porcellana, divani, sedie, il parquet stesso, tutto ne era incipriato, e qualche volta, specialmente per i busti e le figurine, l’effetto era stranamente benefico, accentuando i loro lineamenti, le pieghe, la vivacità di un gruppo. Ma era quasi sempre uno strato spesso e compatto; in più, aveva qualcosa di definitivo un’aria ultimativa, come se non si potesse aggiungere polvere nuova. Ogni superficie desidera e invoca la polvere, perché la polvere è la carne del tempo, come ha detto un poeta, e il sangue del tempo; ma qui il desiderio sembrava ormai spento. Adesso, pensai, la polvere filtrerà dentro gli oggetti, si fonderà con gli oggetti, e alla fine ne prenderà il posto. Dipende dalla natura dei materiali, pensai; alcuni sono molto resistenti; può anche darsi che non si disintegrino; semplicemente, diventeranno più grigi, perché il tempo potrebbe assumere le loro forme, non avrebbe niente in contrario, e anzi l’ha già fatto in questa successione di stanze vuote in cui stava prendendo il sopravvento sulla materia.”

Fernando Bandini | Sta lingua | Santi di dicembre
lingua la xe quela
che doparava me nona stanote
vardandome da dentro la soàsa.
La boca stava sarà, le parole
mi le sentiva ciare.
Questa lingua
Questa lingua è quella / che mia nonna adoperava stanotte / guardandomi da dentro la cornice. / La bocca restava chiusa, le parole / io le sentivo chiare. 
Mia nonna / ha imparato questa lingua dalle fate d’acqua / che scendono dalle grotte / quando suona mezzanotte / camminando rasente le muricce; / e dalle rogge / dove lavano fodere e lenzuola / si sente ciof e ciof sulle pietre / e ti arriva una polvere di fieno di parole / soffiata dal vento / che vola attraverso le altane.
Mia nonna / si è alzata una notte assieme alle fate d’acqua / per venire in città. / Per paura degli spiriti che vanno / a zonzo nel buio / diceva per i sentieri il rosario. / È arrivata di mattina presto: / subito dopo un brolo di meli / c’erano case e case da ogni parte. 
Chiedeva il nome di una strada, / ascoltando una sirena / è arrivata in filanda. / «Senti come parla questa ragazza», / pensavano guardandola negli occhi / i negozianti e i fiaccherai, / «sembra un fiorrancino che viene dagli orti»… 
Questa lingua io / la so ma non la parlo, / è lingua di morti.

Ascolti musicali tratti da:
Scherzo and Trio di Penguin Cafè Orchestra 
Risveglio di una città di Luigi Russolo
Evocation da Iberia per orchestra di Isaac Albeniz
White on white di Gyorgy Ligeti
Massig Bewegt di Anton Bruckner Deutsches Symphonie-Orchester Berlin feat. S/QU/NC/R

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