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Pazza da morire

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Donizetti, Scena della follia da Lucia di Lammermoor
La dimensione della musica, sempre a metà tra l'oggettività fisica del suono e la libera individualità della percezione, trova terreno privilegiato quando disegna temi che abbiano con questo "stato di mezzo" una certa affinità. Per questo la follia, condizione alterata della mente, trova nella musica un suo topos pressoché istituzionale. La storia musicale e letteraria della follia parte da molto lontano e chi voglia troverà in rete più cataloghi interessanti. Inevitabile citare Ariosto e Shakespeare, doverosi alcuni esempi musicali dal barocco come La finta pazza, testo di Giulio Strozzi (perduta la versione di Monteverdi resta quella più tarda di Sacrati) e gli Orlandi di Vivaldi ed Haendel. Una pazzia funzionale all'irruzione di forze vocali e strumentali altamente virtuosistiche, in piena analogia con soggetti meno stranianti come venti e procelle, nell'opera in musica usati pressoché allo stesso modo.

Tutta settecentesca e narrativa l’analisi della follia come espressione della sensibilità del personaggio, legata generalmente alla passione amorosa ma sempre o quasi destinata a guarigione in un percorso che si arricchisce spesso di spunti filosofico-morali: La Nina pazza per amore di Paisiello è l’opera paradigmatica di questo tipo di follia parzialmente razionalizzata.

Del tutto diverso lo sguardo dell'800: il nascente romanticismo vede la follia come uno stato interiore spesso fondante e necessario, in alcuni personaggi quasi passaggio obbligato verso la propria verità interiore - in genere contraria alle verità reali. Da questa opposizione tra dentro e fuori, tra personale e sociale, tra passione e dovere si consumano dolorosamente anche in musica le storie di Ofelia e Lady Macbeth, Elvira e Amina e tante altre: ma prima di tutte, in ordine cronologico e d'importanza, la storia di Lucia di Lammermoor.

Lucia ama, riamata, contro le regole della sua famiglia: tradita e fraintesa, promessa ad altro uomo, si ritroverà ad ucciderlo, sposa non consenziente, e perdere il senno. La sua follia è la risposta a un dissidio non sanabile e l'ultimo approdo della mente è la morte: Speciale in questa prospettiva è il modo in cui Donizetti lavora, musicalmente e tecnicamente, sul percorso intimo del suo personaggio che culmina nella scena qui proposta.

La scena della pazzia nella Lucia donizettiana si carica di una tensione estrema, tanto maggiore quanto più lo spazio sonoro e scenico si svuota e diviene essenziale. Donizetti concentra l’espressione straniante del squilibrio di Lucia su voce e testo, ma soprattutto su ritmi e silenzi; la melodia diventa esposizione di uno stato in divenire, visione sonora, e il sostegno strumentale ridotto al minimo sceglie soluzioni assai ricercate. In questa scena in genere è un flauto a duettare con Lucia nelle evoluzioni della voce e del pensiero, ma in origine Donizetti aveva scelto il suono siderale ed inquietante dell'armonica a bicchieri, bizzarra creazione firmata Benjamin Franklin in cui pare che la trasmissione digitale delle vibrazioni del vetro inumidito avesse una diretta influenza sull'equilibrio mentale del suonatore. Roba da matti.

La discografia abbonda di eccellenti interpretazioni di quest’opera e di questa scena in particolare: da Callas e Gencer nel passato alle più recenti Devia e Damrau. Dagli archivi Rai l’esibizione concertistica di un soprano che, originario degli Stati Uniti, fu molto presente nel nostro paese, negli spettacoli lirici e non solo: Anna Moffo.


Gaetano Donizetti
Lucia di Lammermoor
Il dolce suono mi colpì di sua voce ... Verrannno a te su l’aure … Ardon gl’incensi
 (atto II scena V)

soprano, Anna Moffo
Orchestra Sinfonica di Milano della RAI

direttore, Ottavio Ziino

Registrato per i “Concerti Martini e Rossi” il 2 dicembre 1957

Anna Moffo nel 1968

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