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PRIMA PAGINA del 7 marzo 2019

PRIMA PAGINA del 7 marzo 2019
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con Angela Mauro

Tav, un tabù lungo 57 chilometri

Di Maio ha mandato giù persino il sequestro dei migranti, e Salvini ha ingoiato anche il «reddito di divananza» — come lui stesso lo definiva l’estate scorsa — ma la Tav è il vero, grande tabù che nessuno dei due alleati può violare senza tradire la fede dei suoi seguaci. Quella galleria nella montagna è un filamento di Dna lungo 57 chilometri che, capovolto, rende opposti i cromosomi dei due partiti, racchiudendoli in due identità che sono l’una il contrario dell’altra. E si capisce il goffo equilibrismo del premier Conte, il quale si è reso conto troppo tardi che nessuna astuzia della politica può bastare davanti a un treno. Il compromesso stavolta è impossibile, perché un convoglio superveloce non può andare piano, e una galleria non puoi farla più stretta e più bassa. La Tav insomma o si fa o non si fa.

Se si fa, Di Maio sa che stavolta non potrà cavarsela con un video o con un post. Il “no” alla Torino-Lione non è infatti uno dei tanti punti del programma dei cinquestelle, ma è una bandiera di guerra, una pietra basilare che precede la stessa fondazione del Movimento. Il 17 dicembre 2005, due anni prima del V-Day, al parco torinese della Pellerina Grillo era sul palco con i No-Tav piemontesi. Cinque anni dopo fu sempre lui a guidare il drappello di contestatori dell’opera che ruppe i sigilli a Chiomonte, e solo la prescrizione lo salvò da una condanna a quattro mesi senza condizionale.

Da allora, il fondatore del M5S è sempre stato fedele al vessillo degli irriducibili oppositori dell’alta velocità, e quando gli chiesero quale fosse il primo punto del suo programma, alla vigilia delle politiche del 2013, lui rispose secco: «Il blocco immediato della Tav» (i valligiani apprezzarono e ricambiarono, riversando sulla sua lista una valanga di voti: il 47 per cento a Venaus, addirittura il 53 a Exilles).

Certo, anche sull’Ilva di Taranto e sulla Tap i pentastellati hanno cavalcato la tigre della protesta (abbandonandola una volta al governo) ma a differenza delle vicende pugliesi la battaglia contro la Tav contiene un elemento ideologico preziosissimo, per una forza politica priva di un’identità consolidata: il rifiuto della velocità — e figuriamoci dell’alta velocità — come misura del progresso.

Grillo, seguace disconosciuto della teoria di Serge Latouche sulla “decrescita felice” — il mondo meraviglioso dove tutti lavorano meno, consumano poco e si divertono di più — già vent’anni fa tesseva l’elogio della lentezza, sostenendo che «pensare di far viaggiare le merci a 300 all’ora è roba da anni Settanta, il futuro è far viaggiare meno le merci». E raccontava che «arriviamo sempre più in fretta in posti dove restiamo sempre meno» additando come esempio da seguire «il bradipo, l’animale più lento al mondo: un’ora per mangiare una foglia, un giorno per fare un metro, una settimana per una scopata».

Matteo Salvini, naturalmente, di tutto questo non condivide neanche una parola. Quel treno ultraveloce è per il leader della Lega il simbolo più concreto dello sviluppo e della modernità. E quando anche lui, come il fondatore dei cinquestelle, è andato a Chiomonte, è uscito dal cantiere dicendo che si tratta di «un’opera incredibile, eccezionale», arrivando a sfidare gli alleati a un referendum e approvando apertamente la marcia Sì-Tav che a Torino ha riempito per due volte piazza Castello.

Perché se il no alla Torino-Lione è nell’atto di nascita del M5S, il sì all’alta velocità è nella carta d’identità della Lega, che ha il suo zoccolo duro e la sua base storica nel «popolo del Pil», quel Nord che produce, importa ed esporta assai più del Mezzogiorno e che non vuole assolutamente essere tagliato fuori dal corridoio della Tav per restare competitivo in un’Europa che corre sempre più veloce, al di là delle Alpi.

Salvini sa che la sua Padania, che ancora non ha digerito il reddito di cittadinanza, non gli perdonerebbe la resa ai grillini perché la leggerebbe come un inammissibile dietrofront sulla filosofia del progresso, proprio adesso che il Paese è sulla soglia della recessione.

Chiamato dal suo incarico a decidere la posizione del governo, il presidente del Consiglio è in queste ore impegnato nella sua mediazione più difficile. Non può più dire «sono agnostico», come ripeteva due mesi fa. Non può più rinviare, come fa da giugno. Adesso, dopo aver solennemente preannunciato che farà «la scelta migliore», dopo aver garantito che perseguirà solo «l’interesse nazionale», dovrà dire se la scelta migliore, per l’interesse nazionale, è completare la Tav o farle fare la fine della locomotiva di Guccini: «La macchina deviata lungo una linea morta/ con l’ultimo suo grido d’animale la macchina eruttò lapilli e lava/ esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo».

Sebastiano Messina - La Repubblica

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