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PRIMA PAGINA del 25 febbraio 2019

PRIMA PAGINA del 25 febbraio 2019
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con Antonella Mascali

Sul tavolo del governo il mini aumento dell'Iva

 
La scommessa, o forse sarebbe meglio dire la speranza, è che quei due miliardi di spese dei ministeri che l’Europa ha costretto a congelare fino a luglio siano sufficienti. Bastino cioè, ad evitare al governo di dover mettere mano ad una manovra-bis. Tutto il fronte governativo, dal premier Giuseppe Conte, ai due vice, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, negano, e con forza, che il governo pensi a correzioni in corso d’anno. Salvini ieri in Sardegna ha pregato i cronisti di non fare nemmeno più la domanda. «Non ci saranno», ha detto, ne manovra bis e nemmeno la patrimoniale. Anche il fronte “tecnico”, rappresentato dal ministero dell’Economia, ostenta una certa tranquillità. Se è vero, non fanno che ripetere da via XX settembre, che nessuno crede davvero più che si possa centrare una crescita dell’1% quest’anno, come scritto nei patti ufficiali con Bruxelles, dall’altro lato è altrettanto vero che il parametro più importante, ossia il deficit pubblico indicato al 2,04%, è stato calcolato con un Pil allo 0,6%. Anche se l’anno chiudesse allo 0,3% di crescita, come ha stimato non più di due giorni fa l’agenzia di rating Fitch, basterebbe utilizzare i due miliardi lasciati nel congelatore e i conti tornerebbero.

Tutto bene, allora? Non proprio. I mesi di incertezza e di spread alto pesano. E il calendario inizia a diventare il peggior nemico del governo. Fino fine maggio, fino alle elezioni politiche, succederà poco. Ma da giugno, manovra-bis o no, la questione economica sarà destinata ad esplodere. Dopo l’estate, a settembre, bisognerà mettere mano ad una legge di bilancio che parte da meno 23 miliardi di euro, i soldi che servono a evitare gli aumenti dell’Iva del 2020. Per i mercati, anzi, sarebbe meglio che le intenzioni del governo fossero chiare già ad agosto, per evitare un’estate rovente sul fronte dello spread. Meglio, dunque, prepararsi per tempo. E sottotraccia il governo ha già iniziato a mettere un po’ di idee sul tavolo. Una, in particolare, avrebbe trovato buona accoglienza sia tra la Lega che tra i Cinque Stelle: uno scambio tra un aumento limitato dell’Iva e un taglio delle tasse a persone e imprese. 

Per adesso si sarebbero fatte diverse ipotesi. La prima prevede l’aumento di un punto dell’aliquota ordinaria dell’Iva, quella oggi fissata al 22% e che, dunque, potrebbe salire al 23%. Frutterebbe quasi 4,5 miliardi di euro. La pillola verrebbe resa meno amara provando ad abbozzare un sistema all’americana, aumentando cioè, notevolmente le spese deducibili e detraibili. Insomma, l’idea sarebbe di introdurre nell’ordinamento italiano il cosiddetto «contrasto d’interessi», che renderebbe conveniente per tutti chiedere scontrini e ricevute fiscali e obbligherebbe coloro che oggi si sottraggono a rilasciarle. Lo slogan sarebbe facile: «niente più nero». L’altra ipotesi, più “hard” sarebbe di far salire l’Iva ordinaria di due gradini, dal 22 al 24%, magari scambiandola, in questo caso, con una riduzione diretta delle aliquote Irpef. Ma se questa è la via che si inizia a immaginare per la riforma fiscale, che fine ha fatto la «flat tax» della Lega? Per ora archiviata e sostituita da una versione decisamente ammorbidita. L’aliquota del 15% sarà applicata solo sui redditi incrementali rispetto all’anno precedente. I due sottosegretari leghisti al Tesoro, Massimo Garavaglia e Massimo Bitonci, hanno già presentato in Parlamento una proposta in questa direzione. 

Andrea Bassi - Il Messaggero

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