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Pascal

130: E' il tuo turno

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Un licenziamento difficile da accettare e una ragazza alle prese con un primissimo impiego

Playlist:

TOMORROW IS MY TURN - NINA SIMONE
WOMAN - CAT POWER, LANA DEL REY
THE ROBOTS - KRAFTWERK
FOTOGRAPHS & MEMORIES - JIM CROCE

Prima storia: eliminati di Silvia Faini

Quel giorno, 2 dicembre 2016,eravamo tornati dalla pausa pranzo infreddoliti e ci eravamo fermati per qualche minuto ancora, prima di riprendere il lavoro, a bere l'insulso caffè delle macchinette. Poi aveva cominciato a spargersi la voce: "A Milano non hanno concluso nulla: licenzieranno come previsto!". E così, un'ora dopo, mentre eravamo tutti apparentemente intenti a scrutare lo schermo del nostro computer, per quattro volte lo squillo del telefono ci aveva fatti sobbalzare: quattro colleghi erano caduti come birilli. E lì al primo piano, in redazione, bisognava attendere ancora una telefonata, per uno di noi cinque redattori: uno solo era destinato a capitolare ma non se ne conosceva il nome. Sotto di noi, al pianterreno, nel settore produzione e ragioneria, si stava consumando lanostra stessa tragedia: lì altre 12 persone erano in attesa di giudizio. Alle 14.37 squillò il mio telefono e io sbiancai. Con lo sguardo di tutti puntato su di me,sollevai la cornetta. "Ciao, sono Andrea" disse la voce dell'impaginatore, che chiamava dalla Val d'Aosta per dei chiarimenti sul testo di Storia dell'arte. Respirai sollevata e feci un cenno rassicurante ai colleghi. Lo lasciai parlare poco più di un minuto: il mio cervello era altrove. "Scusa Andrea -gli dissi a un tratto. -Sai com'è la situazione qui in editrice... Stanno consegnando le lettere di licenziamento e siamo tutti molto tesi. Ci sentiamo più tardi". Posai la cornetta ma dopo pochi secondi il telefono squillò di nuovo. "Ciao Silvia, sono Franca. Puoi salire?" mormorò con voce spezzata la responsabile del personale. Mi sentii morire. "Tocca a me" riuscii a balbettare e mi mossi come un automa verso la porta a vetri. Scorsi il mio capo che, balzando dalla seggiola, esclamava: "No, Silvia no!".Nella saletta al secondo piano c'era Franca -occhi rossi, viso apparentemente afflitto -e c'era lui, l'avvocato che da mesi faceva il lavoro sporco. L'amministratore delegato, invece, era assente: non aveva avuto il coraggio di presentarsi, di vedere i nostri sguardi smarriti e le nostre espressioni spaventate dall'incognita del futuro. Del resto, in quei sei mesi di trattative, di assemblee, di modesti scioperi, l'amministratore non si era mai esposto. E noi dipendenti, che avremmo potuto giocarci carte importanti per evitare i licenziamenti, non eravamo mai stati uniti. Alcuni fra noi -teste docili e schiene facili a piegarsi -erano arrivati a dire che non si poteva infangare il buon nome dell'editrice con azioni di piazza. E in sei mesi i margini di trattativa con l'azienda erano stati quasi nulli: sette persone erano state spostate su un'editrice collegata e diciassette avrebbero dovuto essere eliminate, per il bene dell'editrice “La Scuola”che, sull'orlo del fallimento, voleva rialzarsi licenziando i dipendenti, molti dei quali oltre la terribile soglia dei 50 anni. Io ero annichilita. Quando rientrai in ufficio, Francesca -la mia giovane collega alla quale ero e sono ancora molto affezionata -era in lacrime e mi abbracciò singhiozzando. Io cercavo di trattenere il pianto ma il macigno che mi pesava sul cuore,mi faceva letteralmente sussultare. Meccanicamente, presi dalla scrivania e dai cassetti i miei oggetti personali e gettai tutto alla rinfusa nel sacchetto con il quale, quella mattina, avevo portato una crostata per alleggerire il nervosismo. Salutai qualcuno, non tutti, ma, uscendo, non riuscii a evitare l'ipocrita abbraccio del mio capo che, dopo quel giorno, non sentii più. Ci furono giorni difficili, settimane difficili, mesi difficili, nonostante le attestazioni di stima da parte di collaboratori esterni all'editrice, costernati per le scelte operate dall'azienda. Io ero disperata e non ero lucida; facevo tutto come se qualcuno spingesse dei comandi per rendermi operativa: la corsa al sindacato, la corsa al centro per l'impiego, la corsa all'Inps. Mi ero ripromessa di prendermi del tempo per cercare di guarire da quella ferita così umiliante e dolorosa, ma non lo feci: una settimana dopo il licenziamento stavo già inviando il curriculum a scuolee aziende per sperare di trovare un'occupazione ma invano. Da quel 2 dicembre 2016 sono passati 24 mesi e otto giorni.

Seconda storia: il primo lavoro di un quattordicenne

"Di li a poco più avrei compiuto 14 anni. Quando mia mamma mi disse che avevo trovato un lavoro ero contentissima. Mi sentivo grande".
Siamo a metà degli anni '60, l'Italia è in pieno boom economico, il paese guarda al futuro con fiducia, così come la generazione a cui appartiene Alberta, la protagonista di questa storia, che nel 1964, appena quattordicenne, si apprestava ad iniziare il suo primo lavoro. La vita della fabbrica, tanto sognata e attesa, però non tarderà a rivelare anche il suo lato meccanico ed alienante, con i suoi tempi infiniti e la sue rigide regole. Una realtà che lascerà un forte segno nella vita della giovane, in bilico tra la paura di rimanere ingabbiata nella tradizione operaia da cui derivava la sua famiglia e la voglia di riscatto sociale tipica di un adolescente.
La storia di Alberta Tedioli è tratta dal suo diario personale, custodito nell’ Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano.

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