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Pascal

109: Per sempre dentro lo schermo

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Uno storico programma televisivo e l'inaspettato protagonista di un colossal russo

Playlist:

TELEVISION MAN - TALKING HEADS
CHISSÀ SE VA VA - RAFFAELLA CARRÀ
LAUGHTER IS THE BEST MEDICINE - CASS MC COMBS
WHATCHA THAT MAN - DAVID BOWIE

Prima storia: Chissà chi lo sa di Francesca Cevolotto

Noi siamo una famiglia squilibrata. Mio marito ed io abbiamo tre figlie femmine: lui è decisamente in minoranza. Con il passare degli anni, si è molto adattato alla situazione , tanto che termini come shatush, hennè, pushup....non lo fanno sentire a disagio! A volte dubito che quel suo sguardo meditativo e silenzioso sia segno di profondo interesse.... ma a questo interrogativo non è necessaria una risposta.  Il luogo privilegiato di incontro della nostra famiglia è da sempre la cucina. >>>>
Non abbiamo una sala da pranzo, la cucina è grande ed è questo il luogo dove si prepara il pasto, si fanno i compiti, si cucina, si fa merenda, si ascolta la radio ... insomma si sta! Molto spesso invitiamo e condividiamo il pranzo anche con parenti ed amici. Ed è proprio in queste occasioni che le nostre figlie amano ricordare , più per celia che per orgoglio, i racconti di gioventù del padre. In particolare, piace rendere edotti i commensali su uno dei tanti racconti: la partecipazione vittoriosa, nel lontano 1969, alla trasmissione televisiva "Chissà chi lo sa". Quando l'ospite non è "di casa", ed è ignaro della trappola tesa , le tre perfide sorelle iniziano tra ammiccamenti, mezze frasi, domande indirette, allusioni a creare un' aria di leggero imbarazzo e curiosità. L'abilità ormai è così raffinata che, tempo pochi minuti, si ode l'ospite chiedere spiegazioni. E qui il gioco è fatto, si aprono le danze! Solitamente è Anna ad iniziare a raccontare che in tempi preistorici, nel lontano 1968 quando la TV era ancora in bianco e nero, quando esistevano solo 2 canali, quando c'era Carosello, quando cantava Dori Ghezzi ...c'era la TV dei ragazzi e Chissà chi lo sa era "the best" e tutti i ragazzi la guardavano e Febo Conti era un mito. Poi Agnese si inserisce informando che papà ha partecipato con la sua classe delle medie diventando campione d'Italia. La loro Classe è salita alle cronache locali, è stata ricevuta dal sindaco e omaggiata dal preside della scuola. Resta il rammarico di aver visto profanare con l'urina, durante un'incursione vandalica, la coppa lasciata alla scuola . E qui, generalmente, scoppia la risata! La conclusione spetta notoriamente a Caterina, è lei che meglio di tutte interpreta la drammaticità del momento. Esordisce così: "Ma non è tutto qui". L'interesse si riaccende e il racconto continua. La beffa più grande arrivò durante l'estate del '69, quando tutta la squadra fu convocata per una nuova trasmissione che serviva a coprire le diverse ore di palinsesto in concomitanza con lo sbarco sulla luna. La nuova sfida era contro le ragazze di Trieste (ndr già leggendariamente sconfitte). Fu una disfatta. Lui, mio marito, nonostante vittima di questo ripetuto teatrino, sopporta in educato silenzio, ma solo fino a questo punto. Poi, l'orgoglio scalfito, lo fa immancabilmente sbottare ed interviene portando spiegazioni, sottolineando tutte le circostanze avverse e conclude ricordando l'opportunità persa di un viaggio in America e la consolazione di una splendida vacanza in Sardegna con tutta la squadra. Qui solitamente lui cerca di spostare l'attenzione sull'attualità e racconta delle falsità scritte (già allora) dai giornali su strepitosi regali, motorini ricevuti,... ma il tentativo non funziona.Spuntano le foto di quella incredibile avventura, iniziano domande e le curiosità da parte degli invitati, fino a quando il racconto non si arricchisce di tutti i particolari possibili per poi finalmente finire con la soddisfazione delle nostre figlie, con il sorriso di mio marito, con la sorpresa dell'ospite e lo stupore da parte mia di questa storia ancora una volta raccontata .


Ringraziamo Francesca Cevolotto per le foto gentilmente concesse

Seconda storia: L'uomo che ha quasi rovinato un capolavoro del cinema

"Un attimo dopo che l'orchestra ha suonato l'ultima nota, uno dei musicisti, Marchel, posa il suo violino e fa l'unica cosa che nessun attore di un film dovrebbe fare: guarda dritto nella macchina da presa".
Tra i più recenti capolavori del cinema russo, un posto di rilievo è sicuramente occupato da "Russian Ark" di Alexander Sokurov del 2001. Un film passato alla storia non solo per la sua bellezza - che ripercorre idealmente 300 anni di storia della Russia zarista - ma soprattutto per l'enorme sforzo produttivo: oltre quattromila persone, tra attori e staff, e riprese realizzate in un'unica lunghissima sequenza di 90 minuti senza interruzioni e stacchi. Una scelta stilistica dall'alto coefficiente di difficoltà, che il regista russo è riuscito a portare a termine girando all'interno dell'ex residenza zarista dell'Hermitage di San Pietroburgo. Tutto perfetto, o quasi. Sì, perché sarà la scena finale a lasciare una macchia nel capolavoro di Sokurov, consegnando per sempre alla storia del cinema il volto ingenuo di Marchel, giovane musicista, che commise l'errore che mai nessun attore dovrebbe fare.
La storia è stata raccontata, con tanto di intervista sia al regista che all'attore, da Jonathan Goldstein, autore del podcast Heavyweight, intitolato proprio "Marchel".

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