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Pascal

128: Sulla mia pelle

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Una donna che si sta difendendo e una che ha usato la sua storia personale per studiare un'epoca

Playlist:

TMTTUOT - FLUNK
WIZE IS ENOUGH - LAMB
THE WISP SINGS - WINTER AID
GUIDE TO POISON TASTING - C’MON TIGRE
SCIMMIA - EUGENIO FINARDI

Prima storia: Non ho mai capito 

In questi giorni in cui si parla tanto di violenze sulle donne, mi chiedo se anche la mia esperienza possa essere annoverata fra queste. Alcune mattine lo incontravo a fare colazione e bastava un cenno o una parola per farlo andare su tutte le furie. Iniziava ad urlare, ad insultarmi ed io mi sentivo sempre più smarrita in quella rabbia incomprensibile. Mi lanciavo all'offensiva nello strenuo tentativo di salvaguardare la mia dignità. Il più delle volte finivo, però, per chiedergli, in lacrime, cos'avevo fatto, perché mi meritassi quel trattamento. Un attimo dopo, sbatteva la porta di casa ed io mi trovavo sola, davanti allo specchio del bagno a guardare i miei occhi gonfi, a compiangermi un poco, prima di ricompormi per andare a svegliare la piccola anima che dormiva ignara nella stanza a fianco. Ricordo che lo sforzo per fare finta che andasse tutto bene con lei, era la cosa che più mi toglieva energia. La sera il copione era più o meno lo stesso. Quando lui tornava a casa, un velo cupo e rabbioso aleggiava nell'aria come il fumo di una sigaretta dentro ad una stanza chiusa. Mangiavamo quasi senza parlare fra noi. Io chiacchieravo con Sara, lui a volte si assopiva con la forchetta in mano. Dopo cena, giocavo con la bambina, la preparavo per dormire, la mettevo a letto e quando tornavo in salotto, lui non c'era più. Non era uscito, no, non usciva mai. Né un amico, né una palestra, sempre in camera da letto o in garage, a fare cosa era impossibile saperlo. Quando io andavo in camera per dormire, lui si trasferiva in salotto dove rimaneva fino alle 2 o 3 del mattino, a quel punto veniva a letto, svegliandomi inevitabilmente.
La mia vita è stata più o meno questa per due lunghissimi anni. Non ne ho veramente coscienza, io avevo la piccola Sara di cui occuparmi. Fin dalla sua nascita è stato chiaro che saremmo state io e lei solamente. L'avevo capito da subito. Io e lei. E questo assorbiva totalmente le mie energie. Mi sono chiesta se l'univocità delle mie attenzioni ha contribuito a creare distanza fra me e lui e a generare tanto male; e potrebbe essere che sì, anche questo abbia inciso su ciò che è accaduto, però, a guardarmi indietro, non credo che avrei potuto comportarmi diversamente. Quella bambina dipendeva da me, solamente da me, e non c'era nessun altro che se ne occupasse, suo padre non aveva ancora capito di esserlo. In quei due anni siamo stati anche in vacanza e ricordo giorni interi in cui io e lei ce ne andavamo in giro, da sole, per Lisbona, Parigi, le belle spiagge sarde, mentre lui se ne stava in camera a dormire. La scusa ufficiale era il nuovo lavoro, lo stress delle nuove responsabilità. Ed io ci credevo, lo compativo, cercavo di aiutarlo dandogli qualche consiglio. Lo giustificavo. Non mi sfiorò mai che la motivazione di quel cambiamento, comportamento difficile, dell'indole infelice, dell'aggressività, fossero dovuti ad altro.
Mio marito aveva iniziato a sniffare cocaina da due anni almeno. Aveva dilapidato, scoprii in seguito, per spararsi nel naso quella roba, il suo TFR, il suo fondo assicurativo, il suo conto in banca. Da due anni metteva lo stretto necessario in casa e a volte neanche quello. Quando l'ho scoperto, quando tutto è diventato limpido, quando ogni tassello ha davvero preso il suo posto, era il giorno del mio quarantesimo compleanno, attendavamo amici per fare una piccola festa in giardino ed io, di nuovo, montai una bella faccia di bronzo e provai a godermi la serata. Da quel giorno, per i cinque mesi successivi, abbiamo vissuto ancora insieme, fra promesse di smettere e altrettante volte in cui, ormai capace di leggere i suoi comportamenti, lo scoprivo con il sacchettino di polvere bianca in mano, in salotto o in lavanderia, in una domenica pomeriggio qualunque. L'ho lasciato e da quasi un anno non viviamo più insieme. Si è ripulito, sta pagando faticosamente i debiti che aveva fatto in giro, viene a trovare Sara quasi tutti i giorni, spesso per necessità ci troviamo a cenare insieme e sono certa che lui ha la speranza che un giorno tornerà a dormire nel letto accanto a me. Io, invece, mi convinco sempre di più di essere una vittima di violenza, perché violenza non è solo picchiare, è anche non prendersi cura della propria famiglia, economicamente ed emotivamente, è anche mentire, tradire la fiducia, tradire sé stessi e le persone che ti vogliono bene, che con te avevano deciso di costruire una famiglia, che in te avevano creduto. Io non posso dimenticare il male nel cuore e le notti insonni, gli insulti e l'inganno. A volte lo vorrei, ma non ci riesco. Ed ora, definitivamente, siamo io e lei e mi faccio forza, ogni minuto della mia vita, perché le colpe dei suoi genitori non le pesino nemmeno un poco. Sono diventata un mediatore, un guardiano, un'esperta di droghe. Gli faccio ancora da mangiare, ancora sopporto il suo egocentrismo distruttivo. Lui crede di aver pagato a sufficienza e che ora sia il momento che io lo riprenda a casa. Se gli dico di portarsi via le sue cose che sono rimaste nell'armadio, piange come un bambino, dice che ha smesso da quasi un anno e non capisce. Credo sia vero che le persone non cambiano mai veramente. Lui non ha capito, non ha capito cosa ci ha fatto.

Seconda storia: Piccola città - una storia comune di eroina

"Quando torno a casa la trovo sempre piena. Io li ricordo seduti in cerchio sui pouf comprati in Marocco, a fumare e parlare e, mentre io ascolto vinili, una canna mi passa davanti, qualcuno fa notare che sono una bambina e quindi di passarla oltre"
Siamo a cavallo tra gli anni '70 ed '80 in una piccola città italiana, Grosseto, che come tante altre venne invasa da una nuova droga, sconosciuta per l'epoca: l'eroina, destinata a segnare un'intera generazione di giovani. Tra questi c'erano i genitori dell'autrice di questa storia, Vanessa Roghi, che nel suo libro "Piccola città" si concentra sula travagliata figura del padre e sulla sua vita sregolata, culminata con l'arresto per spaccio nel 1987. Un evento che segnerà la fine da questa lunga dipendenza e l'inizio di una fase di rivincita personale. Potete leggere l'intera storia l nel libro "Piccola città. Una storia comune di eroina", scritto da Vanessa Roghi per Laterza.
 

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