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Pascal

104: Giovedì grasso

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Una festa di carnevale e una giornata di carnevale trascorsa con una gang di Haiti

Playlist:

IL CARNEVALE - CATERINA CASELLI
CARNIVAL TOWN - NORAH JOHNES
WAR PIGS - CAKE
SUSPIRIUM - THOM YORKE

Prima storia: Il costume di carnevale di Flavia

Ho quarant’anni e frequentai le scuole elementari negli anni '80. Vivevo con i miei genitori e mio fratello in un paese della provincia di Torino. Per motivi familiari legati alle origini di mia madre(tedesca/svizzera), i miei avevano scovato una scuola elementare privata, gestita da suore altoatesine, a circa 15 chilometri da casa nostra. In quella scuola con orario a tempo pieno, tra le varie materie, mi veniva anche insegnato un po' di tedesco. I miei volevano che lo imparassi bene, per poter comunicare con amici e parenti che ogni tanto venivano a trovarci. Mi ritrovai quindi ad andare in una scuola un po' particolare.Era lontana da casa, per cui ricordo i viaggi tutti i giorni, con una 126 blu, con ogni condizione climatica; ricordo le partenze in certe mattine così gelide che bisognava scaldare il motore, oppure quelle volte che nevicava così tanto che non riuscivamo a raggiungere l'entrata della scuola. Sì, perché la scuola era in un luogo particolare: era dentro al castello di un paesino. Il castello era diventato il convento di quelle suore, e una parte era adibita a scuola. Per cui questo castello era in cima a una collinetta, che d'inverno, con la neve, diventava irraggiungibile. Io non mi rendevo bene conto del luogo. Ricordo i muri spessi, i saloni uno dietro l'altro, le porte che, aperte, si ribaltavano inclinandosi un po'. Ricordo anche le nostre aule, dalle forme irregolari, e un corridoio che scendeva verso il portone che dava sul paese, e che percorrevamo quando pioveva forte o nevicava e non si poteva fare la famosa salita. Una volta, passando in quel corridoio, la suora che ci accompagnava si fermò davanti a una porta e disse: "Qui dietro c'è la clausura, non bisogna disturbare”, con un tono misterioso ed enigmatico.
Come tutto l'ambiente, anche i miei compagni di scuola erano particolari: erano tutti o quasi figli delle famiglie benestanti della zona. La figlia dell'avvocato, dell'industriale, del medico di grido e così via. Erano gli anni del primo consumismo, per cui molti di loro, soprattutto le bambine, venivano a scuola con cartelle e cancelleria griffata. I miei genitori erano molto lontani da quell'ambiente e assolutamente fuori dal mondo delle griffe, per cui io andavo a scuola con un orribile zaino in tela color kaki, robusto e pratico, regalo di uno zio che vive tuttora in Sudafrica. Sotto il grembiule indossavo vestiti semplici, a volte con maglioni fatti in casa e non facevo corsi di ballo con i saggi a fine anno. Le mie compagne invece no: cartelle di Barbie, vestiti alla moda, saggi e quant'altro. Io però non mi rendevo conto di queste cose, non ci badavo e non mi importava. Andavo volentieri a scuola, mi piaceva e avevo la mia amica del cuore. Tutto questo fino alla festa di carnevale di seconda elementare. Ero elettrizzata: una festa in costume di tutta la scuola! Non vedevo l'ora. Mia madre non ha mai amato il carnevale come festa, per cui decise che non voleva spendere soldi in un inutile costume. Decise quindi di farmene uno da indiana, in carta crespa. Mi fece una gonna marrone e un gilet e mi diede il permesso di truccarmi con i suoi trucchi. Questo mi bastava: usare i trucchi di mia madre era una concessione inaudita! Arrivò finalmente il giorno della festa: tutti agitati ci cambiammo in una stanza. Le mie compagne erano vestite da principesse, credo. Non le ricordo bene, solo qualche vestitino colorato. Iniziammo a correre per il salone, giocando e saltando, finché ad un certo punto qualcuna di loro iniziò ad additarmi: "Guardate, ha il costume di carta! È così povera che ha un vestito di carta" e tutte a ridere. Mi derisero così tanto che mi misi a piangere, nascondendomi sotto un tavolo. Venne anche a cercarmi la maestra (che era la suora direttrice della scuola), chiedendomi cosa fosse successo. Io mi rifiutai di dirglielo. Non so dire perché non aprii bocca, però è vero che sono sempre stata molto orgogliosa, forse già in quell'occasione. Dopo la festa uscimmo in cortile, dove c'era il parco giochi, e la maestra ci mise tutti in posa per una foto ricordo. So che non sorrisi, anche se me lo avevano chiesto. Tra tante foto ricordo, quella non c'è. Non so perché la maestra non la diede ai miei, forse per dimenticanza o forse per non far vedere la mia faccia rigata di lacrime. Frequentai quella scuola fino alla terza. Poi venne chiusa a causa dell'anzianità delle suore, che non riuscivano più a gestirla. Posso dire che furono anni belli, tranne questo episodio. Negli anni successivi non mi vestii mai più per carnevale e ancora oggi non amo particolarmente quella festa.

Seconda storia: Celebrare il carnevale insieme a una gang di Haiti

"Era martedì grasso, le strade turbinavano di caos e Afriel, il mio angelo custode, era scomparso"
Siamo in uno dei quartieri più pericolosi al mondo, il famigerato Cite Soleil, nella città di Port Au Prince, Haiti. Uno stato da decenni in preda alla povertà e alla criminalità, messo in ginocchio dal terremoto del 2010 ma ancora prima dai continui conflitti armati interni. In questo contesto poco rassicurante, un fotografo avventuroso, Flip Holsinger, si aggira per le strade durante i giorni di carnevale, assistendo a scene di violenza da cui si salva grazie anche alla protezione di un leader di una gang locale. 
Leggete la testimonianza di Holsinger dal suo articolo: "The Time I Celebrated Carnival with Gang Leaders in Haiti” scritto per Narratively
La celebrazione del carnevale ad Haiti (Fonte: Flickr, foto di HOPE Art)

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