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Pascal

088: Bravi ragazzi

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Una notte brava di due bravi ragazzi e una ragazza sperduta sull'Himalaya.

Playlist puntata:

GOOD BOY - BLOW UP MIX - BLONDIE 
ALL GOOD PEOPLE - ALLUSINLOVE
THE BEATLES - SUN KING
STRANGER - THE KINKS
 

Prima storia: Bravi ragazzi di Andrea Bedon

Io sono stato scout per diversi anni, facendomi tutta la carriera da lupetto in branco fino al "clan", che è il nome dei gruppo di scout composti da ragazzi nella fascia 16 e 20 anni. Durante un campo di clan, nell'estate del 2009, ci trovavamo al monastero di Bose. Eravamo ospitati all'interno del monastero e facevamo il nostro servizio aiutando i monaci togliendo rovi o estirpando piante infestanti. Durante questi campi c'è anche un momento detto hike: i ragazzi vengono mandati a coppie in posti diversi, ovviamente a piedi, e tornano il giorno dopo. Io, considerato ragazzo responsabile e ligio alle regole, venni accoppiato con Davide, il più scapestrato del gruppo. Non pensate che fosse una cattiva persona, anzi. Davide aveva lo sguardo perennemente perso nel vuoto, e quel tono di voce tra il sognante e il fattone che non si capiva se fosse perso in un mondo lontano dalla realtà o se ti stesse prendendo per il culo. Quella mattina, i capi ci annunciarono che saremmo partiti per l'hike, poi ci divisero in coppie e ci diedero la mappa col percorso. All'alloggio avremmo dovuto pensarci noi, a costo zero. Come cibo, una pagnotta di pane di quelle grandi da un chilo, con l'invito a condividerla con chi ci avesse ospitato. Tutto ciò può sembrare bizzarro alle orecchie di chi è estraneo al mondo scout. In realtà la cosa ha il suo senso: si va e si cerca ospitalità, vitto e alloggio nelle case, come gli antichi pellegrini. È un buon modo per entrare in contatto con la gente, sempre che la gente sia d'accordo. Ci avviammo, consultando la mappa. Arrivammo a Viverone nel primo pomeriggio e, una volta là, ci dirigemmo verso la chiesa per chiedere ospitalità per la notte. In questi casi la parrocchia è sempre la prima scelta e spesso anche unica: non è per nulla facile convincere un privato cittadino a farti entrare in casa sua; gli scout sono "bravi ragazzi", ma la gente non si fida. In chiesa trovammo il parroco, il quale con nostro disappunto sembrava parecchio dubbioso su di noi. A quanto ci raccontava, aveva ospitato alcuni scout maschi che durante la notte si erano riuniti con delle ragazze dello stesso gruppo, e l'anziano prete non tollerava questa promiscuità. Lo rassicurammo in ogni modo possibile, e alla fine lo convincemmo giurando sul nostro onore. Fummo di parola. In effetti, ragazze non ne avremmo portate. Offrimmo al prete di condividere un pezzo del nostro ingombrante pagnottone, ma quello rifiutò. Ricevute le chiavi ci sistemammo quindi nell'oratorio, e affamati uscimmo per il paese a cercare qualcosa da mettere sotto i denti che non fosse pane. Entrammo in un negozio: c'erano alcune persone che guardavano una gara di atletica alla televisione, e proprio allora Usain Bolt faceva il suo record del mondo sui 100 metri. Finita la gara spiegammo che eravamo scout e con un po' di imbarazzo offrii di condividere anche con loro un po' del pagnottone in cambio di qualsiasi altra cosa. Capivo lo spirito di condivisione che animava questa storia del pagnottone, ma mi rendevo conto che la cosa doveva suonare comunque ridicola. In effetti, la proposta non sembrava attirarli per nulla. Quindi, comprammo un po' di affettato con dei soldi che non avremmo dovuto avere. Scendemmo al lago per passeggiare un po', e fu l'inizio della fine quando scoprimmo che una sera a settimana il lungolago si anima con bar e locali, e la sera era proprio quella. La prospettiva di fare un po' di festa, unita al sapore della trasgressione, rendevano l'occasione imperdibile.
Dopo la cena a base di tanto pane e un po' di affettato, scendemmo al lago. Avevo solo una cosa da vestire che non fosse l'uniforme scout, ed era una muta da calcio blu e azzurra in stile anni 90, di tessuto sinteticissimo, con pantaloncini e maglietta con colletto. Mettere quei vestiti lì per andare a locali, è stata la cosa più trasgressiva di tutta l'avventura. Ci sedemmo nel primo locale e ordinammo da bere. Mi sentivo felice, sereno, libero. Bevemmo e bevemmo e finimmo coll'essere belli ubriachi. Con quel pizzico di lucidità che ci restava, decidemmo di tentare di tornare verso l'oratorio. Entrambi avevamo la sbronza allegra, ed eravamo estremamente molesti. Urlavamo a tal punto che la gente si sporgeva dalle case, me ne rendevo conto che urlavo troppo ma non provavo vergogna, semplicemente prendevo atto con me stesso che non potevo farci nulla. E soprattutto commentavo senza ritegno qualsiasi cosa vedessi, come degli orrendi nani da giardino appoggiati in cima a un muretto di cinta. Arrivammo all'oratorio, che per fortuna era deserto a parte noi, e fu in quel momento che avvertii che lo sforzo della salita mi aveva smosso qualcosa nell'intestino. Provai a mettermi disteso, ma non stavo meglio. A un certo punto urlai a Davide "SACCHETTO!" e lui fu prontissimo a lanciarmi la borsa di plastica che fino a poche ora prima aveva custodito il pagnottone. Dopo qualche conato e una decina di minuti stavo già meglio, allora assicurai a Davide che avevo finito e che si poteva portare il sacchetto fuori. Fu per una strana espressione nei suoi occhi che mi insospettii e decisi con sforzo enorme di alzarmi a vedere dove avrebbe messo il disgustoso sacchetto. Fuori dalla porta, lo trovai che roteava su se stesso come un lanciatore di martello, con il mio sacchetto al posto del mantello. Non ebbi neanche il tempo di ragionare, e dopo poche altre rotazioni lo vidi mollare il sacchetto, che con una dolce parabola planò oltre il muro di cinta dell'oratorio e atterrò nel giardino della casa a fianco. Giardino che oltretutto confinava esclusivamente con l'oratorio: non c'era altro punto dal quale quel sacchetto sarebbe potuto arrivare. Nonostante l'alcol, ero incredulo. Dissi solo: domani mattina partiamo presto. L'indomani mattina, molto presto, restituimmo le chiavi al prete, il quale non ci disse nulla. Il proprietario del giardino a fianco non doveva essersi ancora accorto di niente, ma il pericolo non era scampato perché il prete sapeva che alloggiavamo a Bose. Ci rimettemmo in cammino, io non riuscii a mangiare nulla per colazione (e comunque c'erano solo avanzi di quel pane). Smaltire una sbronza è brutto distesi nel letto di casa. Farlo alzandosi presto per camminare con lo zaino due ore nel bosco è un'esperienza che non auguro a nessuno. Riuscii a tornare al campo, e nei giorni successivi stavo così male che ai pasti mangiavo metà della mia porzione solita. Però dovetti essere estremamente bravo, perché nessuno si accorse di nulla. E, immeritatamente, nessuno arrivò mai da Viverone infuriato per un sacchetto di vomito trovato in giardino.



Seconda storia: Sperduti sull Humalaya

"A quel punto capimmo che saremmo dovuti tornare nel Lower Manang. Ma la discesa si mostrò ancora più difficile della salita. La nostra destinazione sembrava allontanarsi a ogni passo. La ragazza che era con me, cominciò a piangere. Non ce la faremo mai!"
Stiamo raccontando la storia del primo giorno del campo estivo in uno sperduto villaggio ai piedi dell'Himalaya, in Nepal di un gruppo di adolescenti americani. Dopo essersi presentati alle famiglie ospitanti, qualcuno di loro si avventura verso la parte alta del villaggio dove decidono di sciogliere dell'aschisch dentro il tè. Per i bravi ragazzi americani sembra soltanto una piccola trasgressione, ma, quando riprendono la strada per tornare a casa, si accorgono che la situazione gli è  sfuggita di mano. La protagonista del racconto è Leyla Sinclaire, un'insegnante e giornalista californiana, che ha scritto questa storia per Latterly, leggetela anche voi!
Foto di copertina per gentile concessione di Andrea Bedon

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