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Pascal

092: Nelle situazioni di emergenza

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Una classe di bambini che non si accorge di un pericolo e una bambina consolata in un momento inconsolabile
Playlist puntata:
EMERGENCY PLANET EARTH - JAMIROQUAI
COME HOME SAFE - TRENT DABBS
TIRÀ A CAMPA - ENZO JANNACCI - BEPPE VIOLA
VITA VITA - MINA

Prima storia: Gaia incoscienza di Chiara Borghi
Nel 1992 avevo 11 anni e quel 22 di settembre il rio sottano, un ruscello intombato che scorreva beatamente sotto al mio paese, decise di esondare, io ero seduta al mio banco per quello che sarebbe dovuto essere il mio tranquillo primo giorno alle scuole medie. Se vogliamo essere precisi, per un torrente tombato esondare significa aprire una voragine nella strada alta metri e portare con sé tutte le cose costruite sopra al piano strada. C'è da dire due cose sul mio ingresso alle scuole medie: la prima è che siccome nel mio piccolo paese, Cadibona, non c'erano scuole medie, dunque dovevo alzarmi ogni mattina all'alba per prendere un pullmino messo a disposizione dal comune che mi accompagnava insieme a tutti i miei compagni cadibonesi. Il pullmino era un furgoncino bianco con dentro dei divani di pelle marrone sui quali noi saltavamo tutto il tragitto. Quando arrivavamo a scuola l'effetto della nostra uscita era così eclatante che in classe, avevano iniziato a chiamarci i "Cadibona sound". La seconda cosa che mi turbava era che il primo giorno di scuola media ebbi modo di constatare per la prima volta che davvero all'anagrafe ero stata registrata come Selene e non Chiara come mi avevano chiamato tutti i miei parenti fino a quel momento. Non era una leggenda metropolitana. Il motivo è assurdo, i miei genitori non mettendosi d'accordo sul come chiamarmi avevano deciso di darmi due nomi ma l'addetto dell'anagrafe suggerì a mio padre di darmi un solo nome altrimenti il mio codice fiscale sarebbe stato troppo difficile. E naturalmente scelse il nome che piaceva a lui e non ne fece parola con nessuno per 11 anni. Quindi alle scuole medie, i primi giorni, tutti mi chiamavano Selene, quasi tutti storpiandolo in Selen. Avevo praticamente deciso di mollare gli studi, quando finalmente il Rio Sottano mi diede l'opportunità di rivalutare la scuola con una bella avventura. L'avventura che qualche giorno dopo la sezione locale del quotidiano La stampa titolerà: "Alluvione, la fuga in anfibio". Ricordo che improvvisamente, da che c'era il sole e noi tutti eravamo vestiti con abiti estivi, il cielo si fece scurissimo e cominciò a piovere forte, anzi fortissimo. Pioveva in un modo che mi è ricapitato pochissime volte di rivedere. Sembrava che tirassero secchiate d'acqua sui vetri della classe e quasi subito girandomi a guardare notai che lungo la discesa che portava al cancello principale si era formato un fiume marrone. Non fui l'unica a notarlo così che a metà della terza ora, più o meno prima dell'intervallo la vicepreside entrò in classe dicendo che dovevamo andare subito in palestra perchè l'acqua era troppo vicina ai bordi delle finestre e la classe rischiava di allagarsi. Non nominò la parola "alluvione" o altro, ci disse solo di andare in palestra e così facemmo. A me da subito, sembrò una figata. Ci stiparono tutti in una palestra molto modesta ma a me che venivo da una scuola dove chiamavamo palestra un' aula dismessa, sembrava di stare allo stadio Olimpico. Cominciammo a giocare e a fare conoscenza, probabilmente fecero fare assistenza agli insegnanti più incoscienti del corpo docente, il professore di educazione fisica e una giovane supplente di sostegno. Non ci trasmisero la benchè minima preoccupazione e organizzarono un torneo di pallavolo. A pranzo, mangiammo uova alla coque e pane, alimenti probabilmente offerti dalla protezione civile. Era il 1992, non esistevano telefonini e non c'era internet, la linea fissa del telefono era isolata e non avevamo televisione. Eravamo completamente isolati dal resto del mondo. Non mi venne in mente neanche per un momento che mia mamma o mia sorella si sarebbero potute trovare in pericolo nelle loro scuole, mia madre insegnava in una scuola materna, non pensai nemmeno che i miei poveri nonni potessero rischiare qualcosa e non fui mai preoccupata nemmeno per me. Giocavamo a pallavolo e a me bastava. A poco a poco le famiglie dei ragazzi residenti nel paese vennero a riprendere i loro figli così come dai paesi limitrofi. Solo noi, del Colle di Cadibona eravamo ancora in palestra a giocare a pallavolo. 
Non perchè i nostri non ci volessero bene ma perchè la galleria del forte di Altare, l'unico collegamento allora possibile fra i due paesi era stata chiusa per dei crolli e la strada era inagibile. Situazione di gravissimo pericolo che noi non avvertimmo nemmeno lontanamente, per noi era tutto bellissimo perchè forse c'era la possibilità di dormire in palestra. A metà del pomeriggio invece arrivarono i pompieri e ci dissero: «Ragazzi, siete pronti all'avventura?» «Certo che sì!» Formammo una catena umana, avevamo l'obbligo di non lasciare per nessun motivo la mano dei nostri compagni. Eravamo in una specie di cordata. Ci fecero indossare i giubbotti salvagente e partimmo. Pioveva ancora a dirotto e l'acqua mi arrivava fino a metà gamba trascinandomi in avanti con molta forza ma non ebbi mai paura di cadere o di essere trascinata via, i pompieri ci avevano detto di cantare e noi cantavamo e andavamo avanti. Ci fecero salire su una specie di barca con le ruote, dentro era buio solo la luce della sirena esterna illuminava tutto di azzurro. Eravamo circa 10 adolescenti fra gli 11 e i 13 anni, stipati dentro ad un mezzo anfibio a far battute e a cantare. Per tornare a Cadibona dovemmo prendere l'autostrada, arrivare a Savona e poi tornare indietro, risalire il colle con la strada zeppa di frane che noi superavamo agilmente. Mi ricordo che arrivati a Savona, i pompieri ci dissero di guardare un attimo fuori e alzarono la cappotta, un telone molto simile a quelle dei piccoli motoscafi con la coperta. Vidi una palma ancora attaccata alla sua collinetta di terra galleggiare sul mare, su un'onda gigantesca. Nei giorni seguenti scoprii che c'era stato una specie di maremoto e che l'acqua era arrivata sull'Aurelia stravolgendo la passeggiata. Dai telegiornali dei giorni seguenti ricordo l'immagine della statua di Garibaldi a cavallo completamente sommersa. Purtroppo quella alluvione fece delle vittime e ingenti danni, anche la mia famiglia ebbe perdite materiali. Crollò il fienile e la macchina di mia madre fu trascinata via dall'onda di fango. Per fortuna nessuno di noi si fece male. Noi ragazzi ci divertimmo come matti, tanto che intervistata da un giornalista de La stampa qualche giorno dopo lasciai questa dichiarazione: «dalle finestre della scuola vedevamo un torrente d'acqua che portava via le auto dei professori». Mentre scrivo questa storia, spero che anche quei bambini e ragazzi che vedo attraversare i confini tra i paesi in guerra, scortati dai soldati o portati in braccio durante le frequenti alluvioni e catastrofi in ogni angolo della terra, possano avere almeno un po' di quella mia pazzesca inconsapevolezza, gaia incoscienza. E spero che in ogni angolo del mondo possano arrivare baldi pompieri a bordo di un anfibio a salvarli.

Seconda storia: Mio padre è stato anche Beppe Viola
«So che sto scrivendo a te che non ci sei, e che non leggerai queste parole, ma cerchiamo tutti e due di essere un po' elastici, altrimenti chiudiamo baracca e burattini e ciao. Quando sei morto, sei diventato questa figura immensa per chi ha apprezzato il tuo lavoro: quello che hai fatto è diventato spunto per la generazione dopo la tua. Hai creato un modo di fare televisione e di scrivere che definisce uno stile ambito da tanti e azzeccato da pochi. Chi l'avrebbe mai immaginato? Tu che non hai mai fatto pesare questo tuo lavoro ingombrante, che lo hai celebrato talmente poco quando ero piccola che non mi ricordavo mai se tu fossi giornalista o giornalaio. Tu che con quel poco di popolarità ci giocavi, Tu che quando ti si chiedeva se eri Beppe Viola dicevi che te lo chiedevano tutti, ma no, non eri lui». Questa è l'introduzione ad un libro molto bello, scritto da Marina Viola, intitolato "Mio padre è stato anche Beppe Viola".

 

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