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Pascal

101: Per un soffio

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Un viaggio in aereo e un padre ingombrante

Prima storia: Quando presi l'aereo che si schiantò nel volo successivo al mio di Maurizio Mirone

Non so adesso ma allora i trasporti indiani erano quel che erano: Lentissimi, inaffidabili pericolosi. Io stavo a Poona circa 200 kilometri a sud di Bombay, a Poona, all'ashram del famoso guru Bhagwan Shre Rajneesh (ora conosciuto come Osho). Di tanto in tanto andavo a Bombay, un po' per cambiar aria, un po' per sbrigare varie faccende di solito in compagnia di amici. Si poteva prendere il treno: otto ore di viaggio stipato in mezzo a uomini, donne, bambini, galline, pacchi, valigie e bagagli di ogni genere. Otto ore all'inferno. L'altra possibilità era il taxi. Cioè quattro ore di corsa in Formula Uno senza regole, a zigzag tra auto, moto, bici, vacche, capre, e ogni tipo di imprevisto. Lungo la strada si potevano ammirare camion rovesciati . cani spiaccicati, auto ribaltate e cani macilenti che si nutrivamo avidamente della carne tritatissima di quelli che erano stati piallati più volte dagli spericolati autisti. Queste belle visioni non inducevano il taxista a rallentare prudentemente anzi stimolavano la sua adrenalina che veniva alimentata dalla guida estrema. Ogni taxista indiano in cuor suo vuole essere un pilota del Gran Premio. L'assicurazione in India non è obbligatoria, ma in ogni taxi sotto lo specchietto retrovisore ognuno ha il suo tipo di santo protettore Hindu, Mussulmano, Sikh o delle altre miriadi di religioni che esistono nel Paese. I taxi erano delle vecchissime carcasse allucinanti, tutte 1100 Fiat degli anni 60, praticamente a pezzi, con le gomme lisce che se fossero circolate in Europa i proprietari sarebbero stati arrestati per tentata strage, o forse anche fucilati sul posto senza processo, solo per il fatto di possederli. A metà strada circa, tra una vomitata e l'altra, ci si fermava per una sosta nella piccola città di Lonavla. Dopo aver bevuto il tipico chai alle spezie, si faceva una passeggiata e capitava di trovarsi ad un negozio di fotografo che non aveva fatto di meglio che mettere in vetrina una bella collezione di foto di incidenti avvenuti sulla Poona - Bombay. Ho due ricordi di quei viaggi in taxi: in uno di essi l'autista ci ha fatto salire in due dietro e accanto a sé aveva un aiutante che noi soprannominammo "il reggi - marce" infatti, ad ogni cambio marcia il socio del taxista teneva la mano sulla leva del perché la marcia non "scappasse" e la teneva fino al nuovo cambio di marcia. Un'altra volta ho fatto un viaggio in cui l'autista mi ha chiesto di sedere accanto a lui tenendolo sveglio. Così ho passato tutto il viaggio cantando, parlando, spruzzandogli un po' d'acqua da una bottiglietta e facendo di tutto perché non si addormentasse. E veniamo al dunque. Un giorno io e un mio amico di allora, Giovanni, ci trovavamo a dover ritornare da Bombay a Poona, alla base ma quella volta non mi ricordo più perché avevamo con noi un bel gruzzoletto, per cui ci siamo detti " Perché non andiamo in aereo?" 25 minuti di volo per e siamo a casa anziché in 8 ore di treno allucinante o 4 ore di taxi estremo. Costava un po' di più ma ne valeva la pena. Allora siamo andati all'aeroporto e abbiamo fatto i biglietti. Al momento stabilito siamo saliti sul bus diretto alla pista. Alla vista dell'aereo siamo sbiancati. Una carretta del cielo, una carcassa con due ali di pessimo aspetto, tutta rattoppata sulla carlinga ...non ispirava nessuna fiducia. Alcuni addetti premevano coi piedi sulle ruote del carrello presumibilmente per controllare la pressione, come qualcuno fa a volte con le ruote di un'auto. Eravamo presi dal panico, ma ormai eravamo lì e non potevamo più tornare indietro e siamo saliti.
Dato la stagione turbolenta dei monsoni densi di pioggia ci hanno detto di tenere le cinture durante tutto il viaggio. Poco dopo il decollo, le hostess ci hanno portato il tè con dei biscotti. L'aereo traballava tutto, in mezzo a un bel temporale tropicale, ad un certo punto l'aereo ha perso il suo assetto orizzontale e si è piegato in verticale, in pratica un'ala puntata verso l'alto e l’altra verso il basso. Tutto si rovescia il carrellino con tè, bicchieri, biscotti e il resto, le hostess e gli steward rotolano giù. E scoppiato il panico! Molti passeggeri urlano disperati, alcuni vomitano, altri ridono a crepapelle, forse per ubriachezza o per una reazione nervosa... Dopo alcuni interminabili minuti l'aereo ha ripreso il suo stato normale e allora sì si sente un sospiro di sollievo collettivo. Una hostess ci sorride dicendo -No problem! No problem!- Poco dopo ci prepariamo ad atterrare, l'aereo si abbassa e lentamente vira verso la pista. Poi, Pam! Sentiamo la botta che ci ricongiunge al nostro elemento naturale: Santa Madre Terra! Non ho mai amato la terra come in quel momento!  Appena scesi dall'aeromobile, sudatissimi per l'emozione appena vissuta ci siamo fiondati verso il bar dell’aeroporto e ci siamo trangugiati un bicchierino di orribile whisky indiano che però in quel momento era buonissimo. Abbiamo preso un Ape Piaggio con 2 posti dietro anziché il cassone verso la casa che avevamo affittato. Dopo una doccia ristoratrice e un riposino siamo andati a cena e poi a ballare nell'ashram con un gruppo di amici e amiche. Poi lì a Poona ogni giorno era diverso, e nessuna notte assomigliava ad un'altra. Quello che ricordo con certezza è che il giorno dopo verso l'ora di pranzo andai in un locale decente dove si mangiava abbastanza bene. Ebbene trovai lì il mio amico Giovanni seduto con un giornale davanti con gli occhi sbarrati come sotto shock. Lui non proferì parola e mi passò il"Poona Herald" nella cui prima pagina campeggiava il titolone "Aereo si schianta contro una montagna!" Era il nostro aereo nel suo volo di ritorno verso Bombay . Non so dirvi cosa provai ma caddi sulla sedia e ordinai uno di quei piatti indiani così pieni di peperoncino che ti sudi l'anima e una birra gelata. Poi presi la mia bici e andai verso il fiume, planavo come una libellula, non sapevo più chi ero ma stavo bene anzi benissimo... Credo che in quei momenti ti assapori veramente la vita.

Seconda storia: Il morto nel bunker 

«La gente del posto da noi interpellata conosceva la storia del cadavere nel bunker, e tuttavia nessuno era in grado di ricordare dove quel bunker si trovasse esattamente».
"All'inizio dell'estate del 2003, insieme a mia moglie, intrapresi un viaggio in Sudtirolo, fino al Brennero, per cercare il bunker nel quale cinquantasei anni prima mio padre era stato trovato morto. Gli avevano sparato. Volevo saperne di più sulle circostanze della sua Scomparsa. Per anni avevo esitato a svolgere queste indagini, forse per un inconscio timore di imbattermi, seguendo le sue tracce, in scoperte che avrebbero superato le mie aspettative, senz'altro già cupe. Di una cosa, però, ero convinto fin dall'inizio: la sua morte violenta era la conclusione di una vita in cui la violenza aveva giocato un ruolo di primo piano". Così inizia la sua ricerca sulla sua famiglia Martin Pollack, un giornalista e scrittore austriaco, una ricerca che lo porterà a scoprire alcune ombre che lo hanno sfiorato da molto vicino. Di questa indagine ne ha fatto un libro pubblicato in Italia da Keller editore con il titolo di "Il morto nel bunker".

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